Clemente Rebora, il poeta che si arrese a Dio

A cinquant’anni entrò tra i Rosminiani 
e nel 1936 fu ordinato sacerdote, celebrando 90 anni fa la prima messa. Umiltà preghiera e sofferenza
segnarono la sua vita, fino agli ultimi "Canti dell’infermità"
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September 19, 2026
Clemente Rebora, il poeta che si arrese a Dio
Il poeta
e sacerdote Clemente Rebora
/ WikiMedia
«Chiedere incessantemente la grazia di patire e morire oscuramente» è il drammatico voto segreto emesso, con l’approvazione dei superiori, dal cinquantenne Clemente Rebora per la sua nuova vita religiosa dopo quella laica e inquieta da intellettuale, poeta e insegnante. Il voto, nascosto e riservato, è scritto su un foglietto del 29 giugno 1936, dopo i voti perpetui: è uno dei ritagli annotati sulla sua scrivania spoglia del Calvario di Domodossola, dove scrive molte lettere e tiene una Bibbia e un’edizione scolastica della Divina Commedia, molto annotate, postillando anche messalini e libri di preghiere. Sono anni all’insegna dell’«Adorare, tacere, godere» del testamento spirituale del fondatore Rosmini.
Rebora è un letterato noto ma ha deciso di zittire le parole poetiche per trovare dentro la voce di Dio. Molti a Domodossola, dove arriva nel 1931, non sanno chi è stato davvero quel novizio in là con gli anni che parla poco e dimostra un’umiltà quasi da incolto. Eppure la sua vocazione di insegnante sarà il filo rosso che non gli farà perdere la strada lunghe le sue diverse tappe. Come il suo amato Dante, anche Rebora ha vissuto la sua esistenza prima come un inferno (durante la guerra dove subì un grave trauma, soccorso dall’amore di una donna ucraina), poi un purgatorio (alla ricerca della sua «scelta tremenda») e infine un paradiso (dopo la conversione e gli ordini religiosi, però con un calvario fisico e mistico).
E sono indirizzate a sue allieve molte delle lettere che scrive negli anni a cavallo dell’ordinazione sacerdotale del 19 settembre 1936, con la prima Messa il giorno dopo al sacro monte, animata dal discorso di padre Bozzetti, conosciuto il decennio prima in una gita a Stresa a villa Rosmini che gli farà scegliere quest’ordine religioso. Per comprendere il suo itinerario di docente occorre riandare a dopo la guerra quando, in crisi, insegna nella sua Milano in scuole non statali, tra l’altro spendendosi per poveri e diseredati, sempre meditando Dante. Alcune allieve gli regalano a inizio 1928 libri di ascetica di Rosmini. Rebora è ancora soprattutto mazziniano e preferisce parlare di Budda a Confucio, anzi in precedenza avrebbe voluto trasferirsi in India da Tagore. Gli chiedono di fare qualche lezione anche su Cristo e, non conoscendolo bene, chiede a una allieva, Ezilde Carletti, un po’ innamorata dell’insegnante, testi cui ispirarsi, tra cui gli atti dei martiri scillitani. Quando li legge a lezione d’un tratto ammutolisce e, come scriverà, «la Parola zittì chiacchiere mie». Si sente chiamato a quella fede. E un’amica, tramite monsignor Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, presenta l’impacciato intellettuale all’arcivescovo Schuster, che lo fa seguire da don Angelo Portaluppi e gli dà la prima comunione. Sente la vocazione e decide per la vita religiosa, ma non è giudicato adatto al seminario e la scelta cade poi sui Rosminiani.
Se la lettura di autori come Dante e l’insegnamento lo portano alla conversione, un elemento fondamentale è lo stimolo delle allieve e delle figure femminili, connotate per Rebora sempre da tratti salvifici, dalla sua fidanzata giovanile Lydia Natus a Beatrice fino a Maria nell’ultimo canto del Paradiso dove annota a mano: «Nulla più conta né genio né scienza, né amori né odi terrestri = solo conta la Sua umiltà-carità = Vivere nel Signore». È lo stesso obiettivo del sacerdote perché, per il prof. Rebora fattosi “don” Clemente Maria (per tutti “padre” per l’incessante attività di direzione spirituale, riconosciuto da molti come padre Pio), «humilitas praecedit gloriam», come dimostra l’esito della Divina Commedia. E tra i nuovi allievi del poeta rosminiano ci sarà una giovane Maria Corti, grande filologa, e uno scolaro poi principe dei traduttori di classici, Carlo Carena.
Una delle poesie degli ultimi anni, che inizia con il verso «da eterna poesia a noi vien Dante» esprime la sua fedeltà letteraria e spirituale e anche testi dei suoi ultimi Canti dell’infermità fanno capire come «santità soltanto compie il canto». Poi per lui è sofferenza fisica e spirituale, fino alla morte il 1° novembre 1957. Scrive il giorno dopo Montale sul Corriere : «È un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni – la sua distruzione fisica – sia stato per lui, probabilmente, la parte più inebriante del suo curriculum vitae».

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