Il bollo e le necessità sociali che meritano davvero l’urgenza

Il compito della politica non dovrebbe essere soltanto quello di scegliere ciò che è più facile da comunicare o fa maggior presa sugli elettori. Ma di riconoscere ciò che, nella vita concreta delle persone, non può più essere rinviato. I casi degli anziani e dei caregiver
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September 18, 2026
Il bollo e le necessità sociali che meritano davvero l’urgenza
/Foto Icp
Quali sono “i casi straordinari di necessità e urgenza”, previsti dalla Costituzione all’articolo 77, che giustificano l’adozione di un decreto legge sul bollo auto, quello varato mercoledì dal Governo?
Il provvedimento prevede per il 2027 l’esenzione dalla tassa di circolazione per le autovetture fino a 80 kW e per tutti i motocicli, con il limite di un solo veicolo per contribuente. Per compensare le Regioni del mancato gettito è previsto uno stanziamento di circa 2,3 miliardi di euro. La stessa presidente del Consiglio ha però chiarito che l’obiettivo è rendere strutturale l’abolizione, precisando che per farlo saranno necessarie le risorse e lo strumento della prossima legge di Bilancio. Ma allora la domanda sorge spontanea: se la misura strutturale dovrà comunque essere decisa con la manovra, perché non attendere poche settimane e inserirla direttamente in quella sede?
È difficile non leggere soprattutto in chiave di comunicazione politica la scelta di anticipare proprio ora l’intervento. Il 2027 sarà l’anno delle elezioni e il Governo si trova oggi a fronteggiare il problema del caro carburanti, mentre il beneficio del taglio delle accise viene progressivamente ridotto. Nello stesso decreto, dunque, finiscono insieme il sempre più lieve sollievo alla pompa di benzina e quello, futuro, sul bollo auto. Qui, però, non vogliamo perderci in uno sterile dibattito se la tassa di circolazione dell’auto sia un’imposta giusta o sbagliata. Certo, a milioni di automobilisti farà sicuramente piacere non doverla più pagare, almeno per le utilitarie. La vera domanda da porsi è un’altra: quali sono, oggi, le necessità sociali che meritano la corsia dell’urgenza e una dotazione consistente di fondi?
Perché l’Italia ne ha alcune davanti agli occhi da anni: l’assistenza agli anziani non autosufficienti e la condizione dei familiari caregiver di persone con disabilità. La riforma dell’assistenza agli anziani, approvata nel 2023, ha indicato una strada precisa: rafforzare la domiciliarità, rendere più efficace e uniforme il sostegno alle persone non autosufficienti e alle loro famiglie. Ma per trasformare quella riforma in realtà servono risorse. Una proposta elaborata dal Patto per un nuovo welfare stima in 1,048 miliardi gli stanziamenti aggiuntivi necessari già nel 2027 e in 2,335 miliardi quelli del 2028, mentre il costo della riforma a regime viene valutato in 7-8 miliardi l’anno. Sono cifre consistenti. Ma lo è anche il bisogno a cui dovrebbero rispondere: in Italia gli anziani non autosufficienti sono oggi 3,8 milioni e gli ultra 85enni passeranno nel giro di dieci anni da 2,4 a 3,4 milioni. E allora il confronto diventa inevitabile: 2,3 miliardi sono troppi per la non autosufficienza o sono semplicemente una cifra che lo Stato può trovare quando decide che una priorità lo richiede?
C’è poi il capitolo dei caregiver familiari. La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha portato avanti un disegno di legge che prevede una copertura di 257 milioni di euro nel 2027 e 260 milioni annui dal 2028. Il contributo economico è destinato a una platea (troppo) fortemente selezionata: tra gli altri requisiti, il caregiver deve avere un reddito da lavoro non superiore a 3.000 euro lordi annui e un Isee familiare che non vada oltre i 15mila euro. La stima è che così si possa assicurare un sussidio al massimo di 1.200 euro a trimestre a non più di 50-60mila persone. La legge in discussione alla Camera è un’iniziativa importante, finora il tentativo più avanzato di riconoscere il ruolo del caregiver. Ma mostra anche quanto sia ancora lontana una risposta proporzionata alla dimensione del problema. Basti pensare, come abbiamo scritto domenica scorsa, che per assicurare un sostegno almeno ai familiari di oltre mezzo milione di ragazzi e adulti con le disabilità più complesse occorrerebbero dai 3 ai 6 miliardi di spesa annua, a seconda del sussidio che si ritenesse adeguato (ad esempio 500 o 1.000 euro al mese).
Il paradosso è che di queste necessità ci accorgiamo davvero quasi solo quando esplodono nelle forme più drammatiche: una donna che uccide la madre malata di Alzheimer, una coppia che precipita nella disperazione davanti alla disabilità gravissima della figlia. Solo allora la parola «urgenza» torna nel dibattito pubblico. Certo, «liberare gli italiani da una tassa odiata» è una formula assai più semplice e accattivante di «rafforzare l’assistenza alla non autosufficienza». Lo slogan è molto più efficace. Il compito della politica, però, non dovrebbe essere soltanto quello di scegliere ciò che è più facile da comunicare o fa maggior presa sugli elettori. Ma riconoscere ciò che, nella vita concreta delle persone, non può più essere rinviato. E allora le vere domande per la legge di Bilancio diventano: quali necessità considereremo davvero urgenti? E quanto siamo disposti a investirci?
L’auspicio è che lo sguardo del Governo si alzi un po’ più in alto delle pompe di benzina. Per vedere fin dentro le case, dove ogni giorno milioni di famiglie si prendono cura dei loro anziani e dei figli con bisogni complessi. Perché non siano più lasciate sole.

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