La guerra non è un destino. Una via diversa per il Medio Oriente
Le elezioni in Israele e negli Stati Uniti possono permettere alla diplomazia di riattivarsi e segnare il ritorno alla ricerca di una soluzione negoziale

Vi è a volte la sensazione che la condizione naturale del Medio Oriente sia quella di una regione piagata dai conflitti irrisolti, dai bombardamenti continui, dalle guerre civili, dagli attentati terroristici, dalla tetra litania dei civili uccisi senza pietà, dalla impossibilità di raggiungere degli accordi che non siano l’umiliazione del debole da parte del forte. Il Medio Oriente è quello, pensano in troppi in Europa, inutile pensare vi possa essere un destino diverso.
E per consolidare questa visione stereotipata e di comodo, guardano alla distruzione di Gaza, ancora bombardata dopo tre anni; o agli scontri in Libano e alle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania. Oppure, si preoccupano del prezzo sempre in ascesa di gas e benzina, per via dello Stretto di Hormuz ormai semi-bloccato da mesi e con gli Houthi che nuovamente minacciano la rotta verso il canale di Suez. Si ascoltano distrattamente le notizie degli scontri in Libano, o agli attentati che mostrano come la Siria del jihadista ripulito Ahmed al-Shaara sia tutto tranne che tranquilla. Ma la verità è che la catastrofica situazione del Medio Oriente deriva da una pluralità di fattori storici di lungo periodo e di scelte sciagurate più recenti: la disastrosa invasione anglo-statunitense dell’Iraq del 2003, che ha destabilizzato una regione già sbilanciata; le rivalità spregiudicate dei vari attori regionali per la supremazia geopolitica; il declino delle istituzioni internazionali e del rispetto del diritto internazionale. Ma a peggiorare ulteriormente il quadro sono stati gli eventi degli ultimi anni. Dapprima, il criminale assalto di Hamas del 7 ottobre e la risposta di estrema violenza del governo israeliano: una guerra permanente, che ha portato all’uccisione di decine di migliaia di palestinesi innocenti e che mira all’espansione geografica dello Stato ebraico. Poi, l’insensato attacco contro l’Iran voluto da Netanyahu e Trump, che si è ormai incagliato in un conflitto a bassa intensità, oscillante fra prospettiva di tregua e rischi di escalation.
Tutti pagano i prezzi di questa situazione: in primis le popolazioni mediorientali, sottoposte a bombardamenti, attacchi di droni, scontri fratricidi, crisi economiche durissime. Colpite sono anche le economie internazionali, e quella europea in particolare, che vede la crescente incertezza sui collegamenti commerciali marittimi e il continuo aumento dei costi energetici. Le istituzioni internazionali come l’Onu appaiono del tutto impotenti, completamente marginalizzate nei negoziati, quasi irrise da molti degli attori internazionali. Ma a pagare costi altissimi, sono anche i principali attori di queste guerre: i movimenti islamisti radicali come Hamas e Hezbollah sono stati fisicamente decimati e travolti dalla iper-potenza militare israeliana; i costi della loro ideologia estrema li hanno fatti pagare, purtroppo, soprattutto alle popolazioni che dicevano di voler rappresentare e difendere. L’Iran ha dimostrato di saper resistere e di reagire agli attacchi con una capacità inaspettata, ma a che prezzo? Il regime si è ulteriormente radicalizzato e incattivito: risponde colpo su colpo, ma regna su un Paese devastato e impoverito, schiacciato da una repressione crudele.
E che dire di Israele e Stati Uniti? La società dello Stato ebraico – ed è doloroso dirlo – sembra infettata dalle inaccettabili ideologie dell’ultradestra nazionalista e messianica, che ha perso ogni freno morale, giustificando le violenze e gli atti terroristici contro i civili palestinesi e teorizzando l’espulsione (ossia la deportazione) dei palestinesi di Gaza. Le elezioni di fine ottobre sono forse l’ultima chiamata per fermare questa deriva pericolosa, e porre un freno agli eccessi del governo Netanyahu. Quanto a Washington, paga le scelte del presidente Trump, che appare sempre più distaccato dalla realtà delle cose e rinchiuso nel suo estremo narcisismo. Il conflitto nel Golfo ha mostrato come la potenza militare statunitense sia in difficoltà nei conflitti asimmetrici e nel difendersi dall’evoluzione dei droni e dei missili a corto-medio raggio iraniani: le sue forze armate stanno dilapidando costosi sistemi anti-missile, con un declino della capacità di protezione degli alleati nei diversi quadranti strategici. Una guerra impopolare da cui non riescono a uscire e che sembra impattare anche sul risultato delle elezioni di Midterm di inizio novembre.
E sono forse proprio i due appuntamenti elettorali, quello in Israele e quello americano, che possono permettere alla diplomazia di riattivarsi: una sconfitta dell’indifendibile governo Netanyahu e, negli Usa, del partito repubblicano, possono essere il segnale che l’estremismo ideologico e l’avventurismo militare non pagano sempre e che è tempo di ritornare a cercare una soluzione negoziale. I risultati delle votazioni in Svezia, del resto, ci dicono che seminare odio e rancore non è l’unica via per vincere.
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