La giustizia del metodo
Il giudice non deve farsi carico né rispondere delle conseguenze della sua decisione, men che mai in termini di consenso popolare, ma soltanto del rispetto delle regole del procedere e del valutare

«Basta con gli attacchi che delegittimano la magistratura – ha dichiarato il presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati – ogni volta che viene emessa una decisione non gradita; anziché limitarsi a criticarla, si biasima la magistratura che «delegittima il governo» – perché anche questo abbiamo sentito – o si dispone l’invio degli ispettori». Difficile disconoscere il fondamento di questa protesta, quando la stessa presidente del Consiglio aveva commentato una recente mancata adozione di una misura cautelare detentiva asserendo: «Le leggi le abbiamo scritte, e sono più severe che mai. Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, in poche ore, benissimo. La Procura ha chiesto la misura più dura. Tutta la catena ha funzionato. E poi arriva un provvedimento che la spezza in quarantotto ore». Più utile, forse, è soffermarsi sulle ragioni che – anche in altre stagioni, ma in questa in modo particolare – inducono il potere politico a censurare pronunciamenti giudiziari, in particolare quando questi ignorano le aspettative della collettività.
Riteniamo di non andare troppo lontano dal vero se addebitiamo il deprecabile fenomeno a una preoccupante sinergia tra una carenza di sensibilità costituzionale di noi cittadini e una sua scaltra strumentalizzazione politica. Se non ci soffermiamo anche sull’atteggiamento culturale della collettività non capiamo perché gridare al lassismo dei giudici sia tentazione così politicamente seducente, cui di recente non ha resistito neppure qualche autorevole esponente dell’opposizione. Anzitutto, tarda ad affermarsi nell’opinione pubblica l’idea, fondamentale in una democrazia costituzionale, per cui, diversamente da quanto accade per altre pubbliche funzioni (politica economica, estera, ambientale, della sicurezza pubblica, ecc.) il prodotto della giustizia non si giudica dai risultati, ma dal metodo seguìto. A differenza di tutte le altre potestà pubbliche, che obbediscono a un programma di risultato, quella giurisdizionale risponde a un paradigma condizionale: se accerta che si è verificato un certo fatto, il giudice deve applicare la conseguenza normativamente prevista. In tal modo il sistema intende sottrarlo alla critica della politica, essendosi limitato ad applicare la legge che la stessa ha predisposto. In altri termini, il giudice non deve farsi carico né deve rispondere delle conseguenze, men che mai in termini di consenso popolare, della sua decisione, ma soltanto del rispetto delle regole del procedere e del valutare: in difetto del quale quella decisione è liberamente criticabile, oltre che, naturalmente, censurabile dal giudice del grado superiore. A ciò si aggiunga che la collettività per esprimere le sue improprie valutazioni non attende neppure la sentenza.
L’informazione e la giustizia hanno due metronomi diversissimi. I tempi della prima si misurano in giorni e spesso in ore, quelli della seconda in anni. La conseguenza di questo macroscopico disallineamento temporale è che l’attenzione dei mass media finisce per concentrarsi soltanto sui primi atti del procedimento, finendo per caricarli di un significato e di un’attendibilità che non dovrebbero avere. Così una misura cautelare viene percepita come una pena, la sua mancata adozione come un’assoluzione. Molti ricorderanno il caso di Vasto, esattamente di dieci anni fa. Una donna morì vittima di un incidente stradale. Dopo mesi di dolore e di rabbia per la forte pressione emotiva alimentata dal clima cittadino e dai social che insistentemente gli ricordavano quanto fosse inaccettabile il fatto che il responsabile dell’incidente fosse ancora a piede libero in attesa di giudizio, il marito della vittima lo uccise a colpi di pistola davanti a un bar.
Tornando all’attualità, additare il giudice che non ha ritenuto di disporre una misura cautelare detentiva come l’ultimo anello malfunzionante della “catena” della sicurezza è una evidente sgrammaticatura costituzionale (senza dire che l’addebito è ancor meno plausibile quando a muoverlo è chi nella recente campagna referendaria ha sostenuto la separazione delle carriere per rendere il giudice più indipendente possibile dal pm). Ma di tutto ciò vi è di certo consapevolezza da parte dei rappresentanti del potere politico; non ci permettiamo neppure di sospettare il contrario. Il fatto è che da sempre, e ancor più nell’odierna stagione, si cavalca l’insicurezza della collettività: nuovi reati, inasprimento delle pene, più carcere, assecondano l’ansia del popolo, garantendo un’alta redditività elettorale. Come abbiamo avuto già occasione di sottolineare in queste pagine, infatti, l’ostentato giustizialismo altro non è che il cugino del populismo che ha studiato legge.
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