Sul voto postale per il midterm, Trump attacca la Corte Suprema
Il massimo tribunale degli Stati Uniti ha bocciato la norma voluta dal presidente per limitare le elezioni a distanza, usate soprattutto dai dem. Erano favorevoli due giudici su nove. Per la Casa Bianca è la terza “delusione”, dopo dazi e ius soli

«La Corte Suprema ha davvero deluso il nostro Paese». Con questo sfogo sul suo social Truth, Donald Trump ha incassato una delle sconfitte più brucianti del suo secondo mandato, inflitta dal tribunale che lui stesso ha contribuito a plasmare. I nove massimi giudici americani hanno infatti respinto il suo piano di limitare fortemente il voto per posta prima delle elezioni di metà mandato di novembre, una modalità di voto storicamente usata soprattutto dagli elettori del partito dem, l’opposizione. I giudici hanno detto no con un’ampia maggioranza di sette a due. Soltanto due conservatori, Samuel Alito e Clarence Thomas, si sono infatti schierati con il presidente. Si sono pronunciati contro la Casa Bianca anche i tre togati che Trump aveva nominato di persona: Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett.
Il presidente non ha preso bene lo schiaffo. Ha elogiato Alito e Thomas come «leggende», ma ha bollato i suoi nominati come «un guscio vuoto di sé stessi, non le persone che avevo scelto». «Alcuni giudici – ha scritto Trump – sono terrorizzati da questi democratici folli e depravati». E ha collegato la bocciatura ad altre recenti sconfitte davanti alla stessa Corte, che nei mesi scorsi ha dichiarato incostituzionali l’abolizione dello ius soli e i dazi indiscriminati inflitti da Trump, tutti provvedimenti “simbolo” del secondo mandato del tycoon. Era stata la stessa Amministrazione a chiedere, per ben tre volte, un intervento d’urgenza della Corte mentre vari ricorsi sulle restrizioni volute dal presidente si facevano strada nei tribunale americani. Ma i giudici hanno confermato il blocco imposto da un giudice federale alle modifiche al voto per corrispondenza, scrivendo che gli appelli dell’Amministrazione sono destinati a essere sconfitti a ogni livello. Inoltre, a giugno la Corte aveva stabilito che gli Stati possono conteggiare le schede spedite entro il giorno del voto anche se arrivano dopo, respingendo un altro tentativo della Casa Bianca.
Al centro della sentenza c’è un decreto firmato da Trump a marzo, che ordinava di introdurre codici a barre sulle buste, di consegnare le schede solo agli elettori inseriti in appositi elenchi e di rifiutarne il recapito agli Stati non in regola. Ventitré Stati a guida democratica e la capitale Washington avevano fatto causa, denunciando la violazione del diritto costituzionale degli Stati a gestire le elezioni. La partita, però, non è del tutto chiusa: uno dei nove magistrati, Kavanaugh, pur bocciando l’applicazione delle regole nel decreto come «arbitraria», ha lasciato intendere che in futuro potrebbe dare ragione al presidente. Si tratta dell’ultimo capitolo di una battaglia più ampia combattuta dal tycoon. Da quando è tornato alla Casa Bianca, si è mosso a più riprese per impedire o scoraggiare il voto per posta e per ridisegnare i collegi elettorali a proprio vantaggio, alla vigilia di un voto che teme di perdere.
In gioco c’è il controllo di entrambe le Camere del Congresso, che verrà rinnovato alla prossima tornata elettorale, il 3 novembre. Per questo Trump ha già fatto sapere che non intende fermarsi. I sondaggi rivelano le ragioni della sua paura. Secondo Reuters/Ipsos il gradimento del presidente è risalito di poco, al 35%, ma i democratici guidano nettamente le preferenze per il Congresso, 44% contro il 37% dei repubblicani, il divario più ampio dal suo ritorno in carica. Inoltre la promessa del presidente di dare 5.000 dollari a ogni cittadino in caso di vittoria repubblicana è stata bocciata dal 63% degli intervistati. Nelle ultime elezioni ha votato per posta circa un terzo degli elettori (compreso lo stesso presidente), in maggioranza democratici. Ma Stati interi, come Oregon, Washington e Colorado, votano quasi solo per posta, così che anche i repubblicani vi ricorrono. Quanto alle frodi, evocate di continuo da Trump, sono rarissime: uno studio della Brookings Institution ne ha contate quattro ogni dieci milioni di schede. Ma la sconfitta in tribunale potrebbe non bastare a fermare gli effetti della campagna contro il voto per corrispondenza di Trump. Il martellamento sui presunti problemi del voto postale, unito alla battaglia legale e alle notizie di possibili disguidi, ha seminato confusione tra gli elettori, facendo il gioco dei repubblicani.
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