La strategia cinese per l'IA: "aperta", competitiva e... militare

Coro di protesta contro i Big Usa: «Vogliono frenare la nostra corsa». Pechino punta su un “ecosistema aperto”
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September 15, 2026
La strategia cinese per l'IA: "aperta", competitiva e... militare
Xi Jinping l'1 settembre 2026 / EPA/VYACHESLAV PROKOFYEV/SPUTNIK/KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT
Correva l’anno 2017 e Pechino, in ossequio al gusto (tutto cinese) per la pianificazione, sfornava il “Piano di sviluppo dell’Intelligenza artificiale di nuova generazione”. L’ambizione che lo animava non era affatto velata: spingere la Cina a diventare leader mondiale nel settore dell’IA, contendendo lo scettro al rivale di sempre, gli Stati Uniti. Sei anni dopo che ne è di quella “profezia”? Una cosa è certa: il dossier impegna, come non mai, la leadership del gigante asiatico. Lo testimonia la frequenza con cui l’IA trova spazio nelle parole (e nell’azione politica) del presidente cinese Xi Jinping. Nell'aprile del 2025, Xi sollecita una mobilitazione nazionale per raggiungere «l’autosufficienza e l’auto-rafforzamento» e costruire un ecosistema «indipendente e controllabile», interamente made in China . Lo scorso mese di luglio, il leader cinese lancia a Shanghai la World Artificial Intelligence Cooperation Organization con lo scopo di ingaggiare il Sud del mondo («lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un’impresa solitaria di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale», dice). E, per finire, in occasione del 18esimo vertice dei Brics in India, conclusosi pochi giorni fa, propone «una zona open source».
La filosofia che ispira le parole di Xi? Rimarcare la distanza che lo separa dall’“isolazionismo” a stelle e strisce. Trump parla di sfida all’Ok Corral («chi vince la sfida dell'IA, vince tutto»)? Xi propone la creazione di «un ecosistema aperto». Ci ha pensato, però, il quotidiano statale Global Times , ad affilare i coltelli, bollando il “manifesto” rilasciato dai Big Usa, come «un manuale da Guerra Fredda» che avrebbe come unico scopo quello di «tentare di frenare lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale in Cina attraverso barriere tecnologiche e monopoli normativi, sostenere l’egemonia monopolistica di Washington nelle tecnologie all’avanguardia ed escludere la Cina dal sistema di governance globale». E se non bastasse, il ministro della Sicurezza di Stato cinese Chen Yixin ha parlato dell’IA come del «principale terreno di scontro per la competizione tecnologica globale e una nuova arena di rivalità strategica tra le grandi potenze».
A motivare le parole rimbalzate dagli Usa, insomma, nella lettura fatta a Pechino, sarebbe il timore che il primato a stelle e strisce stia per essere eroso dalla rincorsa cinese. A pesare sono alcuni dati di fatto. A cominciare dalla “forza” cinese nel campo della ricerca scientifica. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), nel 2024, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, il gigante asiatico ha investito 1.030 miliardi di dollari, superando i 1.010 miliardi investiti dagli Stati Uniti. Non fa eccezione il “campo” dell’IA. Il Fondo nazionale cinese per gli investimenti nell'industria dei circuiti integrati ha stanziato 20 miliardi di dollari nella prima fase (a partire dal 2014), 29,5 miliardi di dollari nella seconda fase (dal 2019) e 47,5 miliardi di dollari (2024). Un Fondo nazionale da 8,2 miliardi di dollari è stato istituito all'inizio del 2025, con l'obiettivo «di finanziare potenza di calcolo, algoritmi, dati e applicazioni lungo l'intera catena del valore dell'industria dell'IA».
Come scrive il think tank con sede a Bruxelles Brugel, sono tre le direttrici lungo la quale si sta muovendo (a grande velocità) Pechino. Primo “stimolo”: «La Cina desidera che l'Intelligenza artificiale guidi gli aumenti di produttività necessari per mitigare il suo rallentamento strutturale». L’IA, insomma, come panacea per affrontare «l'esaurimento del modello di crescita» cinese. Secondo: Pechino deve fare i conti con la sua «dipendenza tecnologica». I limiti imposti dagli Stati Uniti sulle esportazioni di semiconduttori hanno messo a nudo quella che viene considerata «una vulnerabilità per la sicurezza nazionale». Infine la terza direttiva, quella più inquietante, lungo la quale si muove il gigante asiatico: «Implementare l’uso dell’IA per scopi militari». Ci troviamo di fronte, sostengono gli analisti, a «un ecosistema di innovazione coordinato dallo Stato, in cui pianificazione, politica industriale, investimenti infrastrutturali e regolamentazione si rafforzano a vicenda a ogni livello della piramide tecnologica, facendo eco all’appello di Xi Jinping per un ambiente IA “sicuro e controllabile”».

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