Relazione versus rivalità: la formula dei Brics e quella "consonanza" con il Vaticano
Anteporre la relazione alla rivalità, la sostanza all'enunciato, la persona alla politica: è l'approccio con con cui Delhi ha accolto i leader dei Brics. Sono tre pilastri che la tradizione sociale cristiana conosce bene

L'11 settembre Hindustan Times pubblicava un pezzo di cornice al diciottesimo vertice Brics, che si apriva a Delhi l’indomani. La frase che dà il titolo all'articolo è “Relationships over rivalry, substance over mere statements, and people over politics”. Il quotidiano la attribuisce a un funzionario indiano, che la descrive come i pilastri dell'approccio di New Delhi. Nato nel 2001 come sigla economica per Brasile, Russia, India e Cina, il gruppo diventa forum politico nel 2009. Il Sudafrica entra nel 2010, creando l'acronimo Brics. Dal 2024 si allargano a Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, poi all'Indonesia nel 2025: 11 membri. Il contesto in cui la frase viene pronunciata non è neutro. Delhi ha ospitato in contemporanea Xi Jinping e Vladimir Putin, mentre l'Arabia Saudita continua a non partecipare ai vertici. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Iran siedono nella stessa sala pur trovandosi su fronti opposti nella guerra che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz. La formula sulle relazioni prevalenti sulla rivalità nasce, quindi, come tentativo di tenere insieme un tavolo che potrebbe spaccarsi. Sulla guerra russo-ucraina il blocco non ha mai trovato una voce comune: la Russia è parte belligerante e membro fondatore, la Cina condivide con Mosca un partenariato dichiarato senza limiti, mentre India, Brasile e Sudafrica si sono sempre rifiutati di condannare l'invasione. Sulla questione palestinese le distanze sono ancor più marcate: il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia con l’accusa di genocidio a Gaza, l'Iran resta il più netto oppositore regionale di Israele, gli Emirati Arabi Uniti hanno invece normalizzato i rapporti con Gerusalemme negli accordi di Abramo del 2020, e l'Egitto ha mediato insieme a Qatar e Turchia l'intesa che ha portato al cessate il fuoco dell'ottobre 2025. Chiedere che le persone vengano prima della politica, in un consesso che tiene insieme chi accusa e chi normalizza, significa misurarsi con la propria contraddizione interna.
C'è, in questa triade, qualcosa che chi guarda alla diplomazia con categorie non solo geopolitiche riconosce volentieri. Anteporre la relazione alla rivalità, la sostanza all'enunciato, la persona alla politica come astrazione di potere sono movimenti di pensiero che la tradizione sociale cristiana conosce bene, e che papa Francesco ha riproposto con insistenza, dalla cultura dell'incontro di “Evangelii gaudium” alla fraternità universale di “Fratelli tutti”. Mettere nella stessa stanza due Paesi in guerra è un gesto che assomiglia a ciò che il Papa argentino chiedeva quando invitava le parti in conflitto a sedersi, prima ancora di pretendere che si riconciliassero. Leone XIV si muove nello stesso registro. Nelle settimane in cui si preparava il vertice di Delhi, il segretario per i Rapporti con gli Stati, arcivescovo Paul Gallagher, si è recato a Mosca per un colloquio diretto con le autorità russe e con i vertici della Chiesa ortodossa, mentre il Papa torna quasi ogni domenica a chiedere che si aprano cuori al dialogo e alla pace sull'Ucraina; su Gaza richiama la dignità inviolabile di ogni persona, accoglie la tregua dell'ottobre 2025 come un barlume di speranza e, di fronte alle violenze nei Territori occupati, sollecita una soluzione a due Stati. Quella della Santa Sede è una diplomazia che non dispone di eserciti né di quote di mercato, e che proprio per questo può permettersi di chiedere relazioni al posto della rivalità. La priorità data alle persone sulla politica sposta l'accento dagli interessi di Stato al benessere concreto di chi subisce le conseguenze di dazi, sanzioni e blocchi. Eppure, la stessa triade regge male alla prova dei fatti. La rivalità che si dice di voler superare non è scomparsa nemmeno tra i padroni di casa: il confine tra India e Cina resta oggetto di dispute irrisolte. E la stessa autonomia strategica rivendicata da Delhi è un modo per gestire la rivalità.
Il vertice si è chiuso il 13 settembre con la Dichiarazione di New Delhi. Sul nodo più temuto, la frattura tra Teheran e Abu Dhabi, i leader hanno trovato una formula comune ma generica. Sul confine indo-cinese la Dichiarazione tace del tutto. Colpisce un'asimmetria. Sulla questione palestinese la Dichiarazione è tra le più dettagliate mai prodotte dal blocco: nove paragrafi condannano lo sfollamento forzato, chiedono rispetto per Gerusalemme e i luoghi santi, sostengono l'ingresso della Palestina all’Onu e richiamano le misure cautelari della Corte internazionale di giustizia nella causa promossa dal Sudafrica contro Israele. La parola Ucraina invece non compare: un blocco che annovera la Russia tra i soci fondatori e la Cina come suo partner non trova un linguaggio comune su quella guerra.
Ci sono, per chi guarda da Roma, anche elementi di autentica consonanza. La condanna delle misure coercitive unilaterali e in particolare del blocco su Cuba riprende un'obiezione che i Pontefici ripetono da decenni: le sanzioni colpiscono i popoli. L'allarme per la crescita della spesa militare mondiale a danno dello sviluppo è quasi un'eco delle parole con cui Leone XIV ha parlato di mercanti di morte che si arricchiscono mentre si potrebbero costruire ospedali e scuole. Il richiamo alle zone denuclearizzate in Medio Oriente va nella direzione indicata da Francesco, che arrivò a giudicare immorale il possesso di armi nucleari. La difesa dei luoghi santi di Gerusalemme per tutti tocca corde che la diplomazia pontificia considera non negoziabili.
Un'eco del linguaggio usato a Delhi si trova già nel pensiero di Francesco: nel 2024 l'agenzia “Fides” ha letto nell'allargamento dei Brics un'applicazione dell'immagine del poliedro proposta in “Evangelii gaudium”, quella figura geometrica in cui le singole facce restano distinte e insieme concorrono a un'unica forma, per descrivere un Brics che mette allo stesso tavolo tradizioni cattoliche, ortodosse, induiste, confuciane e musulmane. La Santa Sede ha inoltre proposto ai grandi debitori del Sud del mondo un'architettura di giustizia sul debito pubblico che guarda esplicitamente anche ai Brics come possibili interlocutori. Restano intuizioni sparse: bastano però a segnalare che la domanda posta da Delhi non è estranea a un magistero che da anni pensa la pluralità del mondo senza rinunciare all'unità della famiglia umana.
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