La protesta contro i tagli di Electrolux riparte da Cerreto d'Esi. "Lo stabilimento non deve chiudere"

Sciopero di otto ore contro il piano della multinazionale svedese. Il governo promette un nuovo tavolo e chiede alla Ue di considerare l'elettrodomestico un settore strategico
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September 15, 2026
La protesta contro i tagli di Electrolux riparte da Cerreto d'Esi. "Lo stabilimento non deve chiudere"
Lo stabilimento Electrolux di Solaro in provincia di Milano
Sono passati cinque mesi dall’annuncio dei 1700 esuberi ma nonostante le promesse non è cambiato nulla. E così i lavoratori della multinazionale svedese Electrolux si sono dati appuntamento stamattina davanti allo stabilimento simbolo della crisi, quello di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, destinato alla chiusura. Produce cappe per cucina, oggi sempre meno richieste, e secondo l’azienda è diventato insostenibile dal punto di vista economico. Peccato però che, come riferiscono i sindacati, la produzione verrà delocalizzata replicando uno scenario già visto per altri elettrodomestici.
Sette pullman provenienti dai territori di Solaro, Porcia, Treviso e Forlì, una presenza stimata di oltre 300 lavoratori sono arrivati nel comune alle porte di Fabriano. In contemporanea è stato proclamato uno sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti. La rabbia si mescola alla preoccupazione. “Vogliamo discutere di come si tutela il lavoro – spiegano i sindacati di categoria Fim-Fiom-Uilm – di come si mettono in sicurezza i settori strategici dell'industria e di come si costruisce insieme una prospettiva, non di come si smantella uno dei più importanti gruppi industriali del paese".
“Parlare di reindustrializzazione di uno stabilimento che il lavoro ce l'ha e che viene portato in Polonia – sottolinea Pierpaolo Pullini della Fiom provinciale a proposito di Cerreto d’Esi - è una vergogna dentro un progetto che bisogna assolutamente fermare".
La situazione è precipitata dopo la due giorni di incontri al Mimit, il 3 e il 4 settembre, durante i quali Electrolux ha di fatto ripresentato lo stesso piano di tagli. Gli esuberi sono stati limati da 1.719 a 1.450 ma non è cambiata la sostanza delle cose. Senza considerare che ci sono poi altri 135 contratti a termine in scadenza che non saranno rinnovati e 91 contratti già cessati. Una dismissione a piccoli passi, che in prospettiva impoverisce tutto il territorio italiano. Ma c’è un altro aspetto del piano che viene contestato e riguarda l’organizzazione del lavoro . L'azienda, spiegano i sindacati metalmeccanici "pretende inoltre di superare gli accordi sindacali aumentando le cadenze delle linee di montaggio fino a 140 pezzi all'ora e puntando alla stabilizzazione di un unico turno giornaliero negli stabilimenti". Si tratta di "richieste pesanti" che si traducono in ritmi di lavoro stressanti a fronte di una contrazione dei dipendenti. Se da un lato si registra una riduzione degli esuberi tra gli operai, dall'altro è emerso un dato estremamente preoccupante sul fronte degli impiegati: si parla di una riduzione che arriverebbe al 50% degli organici in alcuni casi come per lo stabilimento di Susegana in provincia di Treviso.
La crisi di oggi sembra un ritorno al 2014, quando il gruppo di elettrodomestici svedesi aveva presentato un altro piano di forte ridimensionamento, ritirato dopo mesi di negoziati e lotte sindacali grazie a un accordo istituzionale.
Intanto il ministro per le Imprese Adolfo Urso ieri ha assicurato che per la prima settimana di ottobre verrà convocato il tavolo ministeriale per valutare a pieno le misure che il governo ha chiesto all'Europa e che saranno all'ordine del giorno del prossimo Consiglio Competitività che si svolgerà a Bruxelles il 24 settembre. "L'Europa ha accolto la nostra richiesta di porre nell'agenda di quel Consiglio anche la nostra proposta, che ha avuto il supporto di Francia, Germania e Polonia, cioè degli altri grandi paesi industriali europei, che chiede che il settore dell'elettrodomestico sia definito strategico come quello dell'auto" ha spiegato il ministro.

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