Violenza, psiche e limiti della (previsione) clinica

di Giovanni Migliarese
Il caso di Firenze ha riaperto molti interrogativi. Non ogni comportamento delittuoso è riconducibile a una patologia. Le azioni nascono dall’interazione di fattori diversi, anche morali, etici e di senso. E il male non è soltanto un malfunzionamento da correggere
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September 15, 2026
Violenza, psiche e limiti della (previsione) clinica
Un frame, tratto da un video, che mostra la drammatica trattativa per convincere Federico Vella a non gettarsi dal viadotto dell'A1 da dove poco prima aveva spinto nel vuoto Lorenza Isceri /Ansa
«Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo» (Salvatore Quasimodo). La civiltà e la cultura non scalfiscono il mistero insondabile del male e della violenza. Il drammatico episodio di Firenze, in cui Federico Vella ha ucciso Lorena Isceri, rappresenta una tragedia che ha lasciato tutti sgomenti, e porta con sé interrogativi sulle cause di comportamenti che appaiono sempre più frequenti e insensati. Tra le molteplici analisi che mi è capitato di leggere, alcune si sono concentrate sulla visita che Vella ha effettuato, il giorno prima dell’omicidio-suicidio, con lo specialista psichiatra che lo conosceva da alcuni anni e che – intervistato – ha riferito di averlo visto «relativamente tranquillo». Sul collega e la visita effettuata si sono fatte diverse considerazioni perché la vicinanza temporale tra la valutazione specialistica e il gravissimo comportamento messo in atto fa sicuramente scalpore.
L’esperienza quotidiana maturata in più di vent’anni di lavoro come psichiatra nel servizio pubblico mi spinge a intervenire nel dibattito, riflettendo sulla differenza sostanziale tra “la banalità del male” e la patologia psichica oltre che sulla prevedibilità del comportamento umano. Partirei sottolineando che atti profondamente malvagi, in cui la vita altrui risulta priva del valore inalienabile che possiede intrinsecamente, sono fonte di profonda angoscia. L’angoscia è un sentimento disturbante da cui ci proteggiamo con diverse modalità: razionalizziamo cercando una spiegazione logica di quanto avvenuto, circoscriviamo l’accaduto, ne inseguiamo una causa.
Da sempre le scienze della psiche si sono occupate dell’analisi dei comportamenti umani, compresi quelli devianti, in uno sforzo di comprensione che potesse identificarne cause e – successivamente – soluzioni. La spiegazione apparentemente più semplice è che un comportamento così aberrante sia il frutto di qualcosa di difettoso, di un funzionamento deficitario e, quindi, di una patologia. Ma è possibile sostenere che comportamenti assimilabili a questo siano sempre riconducibili a una psico-patologia e a una diagnosi? E che siano prevedibili? Pur non conoscendo in prima persona i fatti e non potendo entrare nello specifico di questa situazione propongo comunque alcune considerazioni.
I comportamenti delittuosi possono essere favoriti dalla presenza di una patologia psichica che altera la capacità di giudizio. Eppure, non dobbiamo correre il rischio di interpretare queste azioni esclusivamente come esito di una patologia, ascrivendole primariamente o esclusivamente a una categoria diagnostica. Diversi fattori intervengono per connettere un disturbo a un comportamento. È per tale motivo che in sede processuale possono essere richieste perizie tecniche, valutazioni che, a posteriori, valutano il legame causale tra le condizioni psichiche del soggetto e l’atto compiuto. Ed è per questo che non è una specifica forma patologica ad associarsi alla pericolosità quanto un insieme di fattori che vi si collegano e vanno analizzati nella singolarità, caso per caso. Le azioni restano sempre il frutto dell’interazione di elementi collocati su piani diversi, non esclusivamente psico-patologici, ma anche morali, etici, di senso che concorrono al dipanarsi delle scelte. Questo fa si che non si possa limitarne l’interpretazione (e l’eventuale intervento) a un unico piano. Infine, un’ultima riflessione. Questa tragedia suggerisce di riflettere sulle capacità previsionali dei professionisti della psiche sui comportamenti umani e in parte sulle possibilità che abbiamo di evitarli e intervenire in anticipo.
È un tema estremamente rilevante. Le previsioni si basano su modelli probabilistici; utilizzano un’attenta osservazione clinica e dati estratti dai riferiti del paziente, filtrati da competenze complesse, quali sono quelle degli specialisti. Sicuramente è necessaria continua formazione, confronto ed esperienza sul campo. Hanno sicuramente un valore di classe, epidemiologico. Eppure le previsioni possono mostrarsi fallaci e non possono essere accolte in termini assoluti quando si applicano all’animo o alla mente del singolo. L’accertamento potrà essere fatto, purtroppo, solo a posteriori, a fatto compiuto. È quindi del tutto plausibile che, nel corso della visita del giorno precedente il delitto, Vella fosse «relativamente tranquillo», che non emergessero segni evidenti di una patologia maggiore e che non fosse clinicamente possibile prevedere quello che stava meditando profondamente nella propria mente.
Possiamo quindi sicuramente affinare gli strumenti diagnostici, migliorare i protocolli di intervento, formare meglio gli specialisti, migliorare sempre di più l’offerta terapeutica (ricordando che la salute mentale è un’eccellenza del nostro sistema sanitario). Tutto questo è necessario; eppure, non è sufficiente e di sicuro non basta. C’è bisogno di investimento ed integrazione tra istituzioni diverse, dalla scuola alla giustizia, dalla cultura alla salute, di una riflessione davvero collettiva. Perché il male – nella sua forma più autentica – non è un malfunzionamento da correggere. È, come insegna una tradizione di pensiero ben più antica, un’assenza: assenza di bene, di relazione, di significato, di opportunità. E per tale motivo non possiamo rischiare di considerarlo esclusivamente un epifenomeno di una patologia da trattare. Abbiamo bisogno di un confronto sull’umano che vada oltre i confini della clinica, di uno sguardo sulla natura del male capace di tenere insieme la competenza dello specialista e la profondità di chi si interroga sul senso. Non per trovare risposte definitive – che non esistono – ma per non smettere di fare le domande giuste.
Psichiatra, presidente 
sezione lombarda
Società Italiana di Psichiatria

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