Il Cantico delle creature, la preghiera diventata poesia universale

Insegnando a chiamare "fratello" il sole e "sorella corporale" la morte, San Francesco non ha solamente fondato la nostra letteratura, ma ha definito una sensibilità e quel modo di guardare il mondo che ci appartiene
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September 13, 2026
Il Cantico delle creature, la preghiera diventata poesia universale
/ SICILIANI
San Francesco è stato anche il primo grande scrittore della nostra lingua. Gianfranco Contini, nella Letteratura italiana delle origini (Sansoni, 1970), lo dichiarò ufficialmente inaugurando con lui la sua celebre antologia, in anticipo rispetto alla scuola siciliana, alla poesia comica toscana, al dolce stil novo, alla medesima poesia sacra. Non c’è canone senza il Poverello di Assisi: già tale riflessione potrebbe illuminare qualche ragionamento sul carattere che ci contraddistingue. Parliamo e scriviamo in una lingua sofisticata e distante, ancora oggi tutta da conquistare, che spunta come un pulcino tremante dall’uovo latino evocando uno spirito umile e popolare legato a quello nobilmente antico. San Francesco non formula in modo astratto questo concetto, bensì lo rende vivo in alcune indimenticabili sequenze liriche destinate a restare un caso più unico che raro vista l’assenza di una tradizione di salmi italiani, anche se «l’uso paraliturgico del volgare», come scriveva sempre Contini, sembra preludere, qualche decennio più tardi, alle laudi vere e proprie di Jacopone e pochi altri.
Al centro resta dunque, come un fiore caduto dall’alto, la Laudes Creaturarum, Cantico di frate Sole Cantico delle creature, la cui stesura le più autorevoli fonti fanno risalire al 1224, due anni prima della morte del suo autore. Secondo la leggenda francescana il testo fu concepito alla fine di una notte insonne durante la quale il santo aveva sofferto acuti dolori fisici. All’alba, forse nella chiesa di San Damiano, venne rinfrancato da un sollievo celestiale che lo spinse a comporre questi versi imprevedibili, simili a un branco di gazzelle che saltano leggere sulla palude fangosa, a cui furono aggiunti in tempi successivi quelli, memorabili nel loro severo ammonimento, dedicati alla morte e al perdono. Sappiamo altresì che la notte in cui esalò l’ultimo respiro, il 3 ottobre 1226, chiamata del Transito, la combriccola dei compagni estatici e piangenti li intonarono per lui alla Porziuncola di Santa Maria degli Angeli, seguendo una meravigliosa melodia, parte integrante dell’opera, che purtroppo non compare nel codice 338. Un’armonia perduta per sempre da tanti musicisti vanamente ricercata nel commovente tentativo di ricrearla. Eppure le parole, da sole, conservano una potenza autonoma in grado di collocarle alla radice del sentimento italiano: cromosoma espressivo del nostro modo di percepire il mondo e l’interiorità che lo recepisce. Questo può valere per tutti, anche per i non credenti, sebbene Il Cantico, adottando in volgare il versetto biblico (ma non appagandosene, notava Luigi Foscolo Benedettouno dei suoi lettori più acuti), indubbiamente risponde a una profonda chiamata religiosa riassumendo così nei 33 versi (gli anni di Gesù Cristo), l’avventura esistenziale del patrono d’Italia (insieme a Santa Caterina da Siena, altra fondatrice, paradossalmente illetterata, della letteratura italiana).
Come bisogna pregare? Lasciamocelo spiegare dal figlio di Bernardone che la madre, Giovanna o Madonna Pica, di origine provenzale, chiamò Francesco, cioè francese. Intanto per farlo bisogna mettersi in ginocchio senza pensare che il colloquio possa essere paritario, scegliendosi un interlocutore privilegiato. «Mi’Signore»: tale è l’appellativo utilizzato dallo scrittore, pronto a porsi al suo servizio con infinita dolcezza e referenza: «nullo omo ène degno Te mentovare». Per apprezzare sino in fondo la positura del poeta dobbiamo tornare bambini, abbandonando gli scranni dell’uomo moderno, specialmente il suo ghigno sarcastico e supponente. Soltanto così avremo la possibilità di leggerlo al meglio. Siamo di fronte a un padre che non abbandona i propri figli, soprattutto quando loro si sentono persi. Il cantico possiede una dimensione al tempo stesso umana e divina, in quanto la lode espressa a Dio per mezzo delle sue creature appare docile ma non distante, proprio come farebbe un figlio deferente, però anche fiducioso nei confronti di chi l’ha messo al mondo: non è questo il Medioevo manicheo degli incubi demoniaci e neppure quello della superbia umanistica, pronta a succedergli, che s’illude di poter comprendere e controllare la finitudine di cui siamo intrisi. La famosa letizia francescana incarna l’accettazione cristiana del limite cognitivo senza rinunciare a niente perché sa decifrare negli elementi naturali una forza spirituale proveniente da un oltre imperscrutabile, frutto di una mente suprema alla quale ci dobbiamo assoggettare. 
In tale chiave l’aggettivazione della poesia - sorprendente tesoro stilistico - risulta emblematica. Ripercorrerla, seppure in breve, significa entrare nel cuore intimo dell’opera, là dove si annida, come abbiamo appena detto, anche qualcosa di noi stessi, se è vero, come sapeva Jorge Louis Borges, che nella storia della letteratura ogni verso assorbe i precedenti e orienta e modifica quelli successivi. «Frate sole» è «bello e radiante cum grande splendore»: si percepisce nella catena descrittiva un crescendo emotivo teso a favorire la partecipazione vitale, compresi gli impliciti carichi di rischio da assumere; altrimenti quale responsabilità sarebbe la nostra? «Sora luna e le stelle» formate in cielo «clarite et pretiose et belle» aggiungono un tassello di fantastica, struggente malinconia, teso a stemperare l’immagine precedente. «Frate vento» viene celebrato nel suo incessante movimento, «et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, / per lo quale a le tue creature dài sustentamento», alla maniera dell’energia straripante che sostanzia l’intera azione cinetica di cui siamo parte. «Sor’acqua» appare «molto utile et umile et pretiosa et casta», come il fluido vivificante del pianeta. «Frate focu», «bello et jocundo e robustoso et forte», si presenta impavido nella sua intensità clamorosa.
Pochi avrebbero potuto prevedere nel giovane ex cavaliere umbro una consapevolezza letteraria altrettanto spiccata, frutto di precisa attenzione retorica, tutt’altro che vernacolare. In «sora nostra madre terra», che «produce diversi fructi, con coloriti fiori et erba», san Francesco lascia filtrare un’intuizione a doppio piano: quello cosmico del globo sospeso nel vuoto, del corpo celeste, dell’astro a strapiombo nell’atmosfera, e quello della minima erbetta pronta spuntare là dove meno te l’aspetti, negli interstizi della pietra, dentro il cortiletto di casa tua. Tocchi la nervatura di una pianta e fai vibrare tutto l’universo. Lo scorcio finale, grandioso e trionfale nel richiamo alla fonte neotestamentaria dell’Apocalisse e dei Vangeli, riguardo alla dannazione a cui andranno incontro i peccatori e alla salvezza riservata a chi invece riuscirà a perdonare i nemici in virtù dell’amore che prova nei confronti del Signore, colloca il testo nei registri teologici, ma ciò avviene senza depositare sulla pagina alcun peso erudito. La sfolgorante semplicità del dettato, raccolto da frate Leone, evita ogni ristagno concettuale, qualsiasi polverosa erudizione enciclopedica. Ecco una persona in cui, nonostante la sua tempra fuori misura, tutti ci possiamo riconoscere. La letteratura italiana era appena nata, eppure non ci sarà mai più, dopo san Francesco, un poeta capace di trattare la morte a viso aperto, chiamandola «sorella corporale», «da la quale nulla homo vivente pò skappare», non sfidandola né temendola, facendola piuttosto entrare dentro di noi, quale paradossale segno tangibile della vita che, se non terminasse, non avrebbe senso alcuno.

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