L'onda populista? È il prezzo dell'abbandono

La democrazia non si difende solo denunciando chi la minaccia, ma ricostruendo le condizioni che la rendono desiderabile. La crisi del pensiero liberale nello smarrimento del valore delle relazioni
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September 13, 2026
L'onda populista? È il prezzo dell'abbandono
Una manifestazione in occasione del Festival della Democrazia a Magdeburgo, in Germania, alla vigilia delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt/ ANSA
L’ascesa dell’AfD in Germania, e con essa il consolidarsi delle destre radicali in buona parte d’Europa, insieme alla crisi dei partiti che per decenni hanno occupato il centro dei sistemi democratici – popolari, socialisti, liberali – segna la fine di un ciclo. Non è l’oscillazione del pendolo elettorale. È lo sfaldamento delle condizioni che quel pendolo rendeva possibili. Alla radice c’è la crisi di una certa idea di libertà. Negli ultimi decenni il liberalismo – una grande tradizione politica che era stata capace di tenere insieme diritti individuali e responsabilità comuni – si è sdoppiato in due riduzioni speculari. Da un lato è diventato liberismo economico: il mercato come unico meccanismo di coordinamento, l’efficienza come unico criterio, la crescita come unico orizzonte. Dall’altro si è fatto liberalismo dei diritti, tutto concentrato sull’autodeterminazione del singolo, sulla rimozione di ogni vincolo, sulla libertà intesa come assenza di legami.
Per anni queste due visioni si sono combattute, e ancora oggi si presentano come avversarie. In realtà, esse condividono la stessa antropologia: l’Io sovrano, proprietario di sé, che rivendica la propria libertà di scelta. Un individuo pensato come punto di partenza e non come esito di una storia, di una lingua, di una cura ricevuta. E in questo slittamento, la libertà smette di essere ciò che si costruisce insieme e diventa ciò che si rivendica contro. La crisi multiforme che stiamo attraversando fa emergere l’inadeguatezza di questo dualismo. Sul piano economico, decenni di deregolazione e di finanziarizzazione hanno eroso il ceto medio: lavoro discontinuo, salari fermi, case inaccessibili, figli rinviati. Ma il danno più grave è la disgregazione del tessuto relazionale e culturale che rendeva sopportabile l’insicurezza: famiglie più fragili, quartieri svuotati, corpi intermedi indeboliti (sindacati, parrocchie, associazioni, partiti), mancanza di senso. Milioni di persone si sono ritrovate insieme più povere e più sole. E la solitudine, quando diventa un fatto sociale, è materiale infiammabile. Il problema è che le classi dirigenti non riescono a leggere questo disagio. Non solo quelle politiche, ma anche quelle economiche e culturali. Formate in un mondo che premia mobilità, competenza e adattabilità, hanno scambiato la propria condizione per la condizione di tutti. Finendo per leggere la fatica dei molti come un ritardo da correggere: un deficit di istruzione, un pregiudizio da rieducare, una nostalgia da compatire. Un distacco che col tempo è diventato sempre più marcato. Non solo di reddito, ma anche di linguaggio e di esperienza.
Ecco perché sono gli strati popolari che dispongono di risorse economiche e culturali sempre più inadeguate che si ribellano. E, non trovando rappresentanza, si consegnano nelle mani di chi ne strumentalizza la rabbia e la paura. Liquidare gli andamenti elettorali come irrazionali è, da questo punto di vista, un grave errore. La sofferenza che li alimenta è reale: falsa è la risposta che viene offerta, fatta di un nemico da additare, di un confine da chiudere, di un passato da restaurare. Gli ultimi pontificati sono stati tra le poche voci che hanno avvertito dei rischi associati a tale evoluzione. Benedetto XVI ha denunciato la chiusura di una ragione che si autolimita a ciò che può essere misurato e calcolato, e che proprio per questo diventa incapace di giudicare i propri fini. Francesco ha dato un nome all’effetto sociale di quella chiusura: la cultura dello scarto, un sistema che produce eccedenze umane e le lascia ai margini. E oggi Leone chiede che dentro la trasformazione tecnologica in corso siano rimessi al centro il lavoro e la dignità delle persone. Voci inascoltate, quando erano invece diagnosi realistiche di quello che stava accadendo.
Ora siamo all’ultimo allarme. Il passo da compiere – difficilissimo, a quanto pare, per le classi dirigenti – è riconoscere che il pensiero liberale si è smarrito nel momento in cui ha smesso di riconoscere la struttura relazionale della vita umana e la sua costitutiva domanda di senso. Non si tratta di tornare indietro. Di rimpiangere le società chiuse, i vincoli imposti, le libertà negate: le conquiste di questi decenni vanno difese. Si tratta di ammettere che gli esseri umani non sono monadi che negoziano interessi. Vengono al mondo dipendenti, diventano se stessi attraverso i legami, hanno bisogno di riconoscimento e di un orizzonte di senso che nessuno può produrre da solo. Una libertà che non sa nulla di tutto questo non è più libertà: è abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto. È da qui che si può ricominciare. Da un’economia che non misuri soltanto il prodotto, ma la qualità dei legami che produce o distrugge. Da politiche che tornino a investire nei luoghi e nelle istituzioni dove le persone si incontrano (la scuola, il lavoro, la città, le associazioni). Da una cultura che smetta di trattare il bisogno di appartenenza come un residuo arcaico da superare e cominci a considerarlo per quello che è: una esigenza che se non trova risposte buone ne troverà di pessime.
La democrazia non si difende soltanto denunciando chi la minaccia. Si difende ricostruendo le condizioni che la rendono desiderabile. Finché continueremo a curare i sintomi ignorando la causa, l’onda continuerà a salire.

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