Mancano lavoratori. La remigrazione ne vuol mandare via altri

Dalla crisi demografica alla carenza di infermieri, l’idea di espellere manodopera straniera parte da una diagnosi sbagliata e promette soluzioni che rischiano di aggravare i problemi. Un paradosso
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September 12, 2026
Mancano lavoratori. La remigrazione ne vuol mandare via altri
Un presidio del Comitato Remigrazione e Riconquista in piazza S. Maria delle Grazie a Milano
Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior di Unioncamere segnalano che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.
Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri. Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord del Paese è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via, magicamente, gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi nel paese decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali.
Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti. Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte delle forze politiche oggi al governo che, dopo aver identificato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nell’euro, si trovano oggi al potere a essere (per fortuna) più realiste del re avendo varato la più grande infornata di immigrati regolari ed essendo diventate affidabili garanti della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere atterrati nella realtà che crea spazio vuoto a destra occupato da nuove e più astruse fole populiste.
La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. In questi settori, anche con la remigrazione, gli imprenditori che alzassero i salari si troverebbero in difficoltà con i concorrenti internazionali. Immaginate il settore delle automobili dove ormai in Cina esistono le “dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema? Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.
Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così se controlliamo per tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e quando la loro posizione è regolarizzata. Politiche assennate di accesso attraverso canali regolari e di regolarizzazione condizionate a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema. Non certo idee bislacche come la remigrazione che peraltro, per le difficoltà di attuazione, aumenterebbero l’area della irregolarità e dunque il rischio sicurezza. Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori stranieri danno al nostro paese (i lavoratori stranieri sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima per i prossimi anni un fabbisogno di circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano meno al progresso una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale ed antropologica di cui anche l’ultima enciclica si fa promotrice. La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.
Solo lavorando a fondo sul doppio binario di processi politici, economici e sociali di partecipazione e inclusione e della riscoperta della nostra ricchezza umana profonda possiamo provare a interrompere questo circolo vizioso che mette oggi a rischio la tenuta della nostra democrazia.

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