Il pianto di Ecuba per il nipote e la nostra voce per dire basta

di Pietrangelo Buttafuoco
La candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace è un modo per reagire alla morte dei piccoli nelle guerre degli adulti. Come fece la protagonista de "Le Troiane"
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September 11, 2026
Il pianto di Ecuba per il nipote e la nostra voce per dire basta
I funerali di massa (domenica 6 settembre) di 100 palestinesi, di cui 62 bambini, i cui resti sono stati trovati sotto un edificio distrutto dai raid israeliani più di due anni fa / Photo by Omar AL-QATTAA / AFP)
Non possiamo fare finta di niente. Cominciavo così, caro Direttore, il mio saluto di benvenuto l’anno scorso al pubblico della 82. Mostra internazionale d’Arte cinematografica a Venezia. Tornavo da Catania quel giorno, avevo attraversato una strada della città dove su un muro c’era una scritta che mi aveva fatto riflettere – e lo fa ancora – e che ancora mi procura dolore: «Solo quando i bambini dormono si sta zitti, non quando muoiono». Ecco cosa leggevo su quel muro e si comincia a gridare, a parlare, a fare rumore quando i bambini muoiono. Quella scritta, arrivando a Venezia, nel frattempo che la guerra in Medio Oriente bruciava – come brucia adesso – mi riportava ad un qualcosa che tutti noi avevano studiato a scuola, ovvero la pagina ben precisa dove a una nonna portano il corpo straziato del nipote, un bambino. Una pagina da Le Troiane di Euripide che ho letto al pubblico della Mostra del Cinema, una pagina – caro Direttore – che voglio riproporre al lettore di Avvenire adesso che Eugenio Mazzarella ha lanciato la proposta di assegnare il Nobel della Pace ai bambini di Gaza: «Mettetelo qui a terra. Bimbo mio – così dice la nonna, Ecuba – ti è capitata una cosa brutta, brutta. E voi assassini, che traete più vanto dalle vostre armi che dal vostro cervello, che cosa temevate da questo bambino per arrivare a compiere un atto così mostruoso? Che cosa poteva fare, rialzare la città che ora è distrutta? Sono stati distrutti miriadi di uomini già distrutti. La città è stata conquistata e i suoi abitanti tutti annientati. Ma voi avete paura di un bambino, bella paura, onorevole davvero, una paura insensata. Bimbo mio, ti è capitata una cosa brutta, brutta. Se fossi morto combattendo per la tua città, dopo essere diventato grande, esserti sposato, essere stato re, uno splendido re, splendido come un Dio, saresti stato felice. Ma si può dire felice? Ma ora così non sai niente. Niente hai visto, niente hai vissuto. Non hai goduto di niente di tutto quello che c’era nella tua casa. Come ti hanno strappato malamente i capelli. Sono state le mura a tagliarti i capelli. Le mura della tua città. Ti hanno strappato dalla testa i tuoi riccioli che tua madre sempre copriva di baci. E adesso il sangue schizza fuori dalle ossa spezzate del cranio. Le tue mani care, la stessa impronta delle mani di tuo padre, eccole qui ora davanti a me inerti senza più vita».
Scriveva questi versi un nemico catturato dalla pietà della morte dei bambini, figli dei suoi nemici. Sono parole che abbiamo conosciuto nei nostri anni del liceo. Sono le parole che hanno forgiato la nostra coscienza, che hanno edificato la civiltà da cui proveniamo e sono parole che abbiamo dovuto dimenticare. Il bambino che dice: «Nonna, quando sarai morta mi taglierò una lunga ciocca di questi riccioli». E la nonna, Ecuba, che di fronte al nipote precipitato dalle mura di Ilio, non ha altro che il pianto: «Sono io - dice lei - piccolo, che adesso devo farti onore. Una vecchia senza più la sua città, senza più figli, senza niente. Sono io che devo seppellire il tuo corpicino». Scriveva queste cose, un nemico, Euripide, onorando i propri nemici, i troiani. Un nemico, Euripide, inorridito di tutto ciò che la sua città aveva fatto contro l’altra città. È una pagina, questa, da cui possiamo avere gli anticorpi che avremmo dovuto tenere vivi per non accettare quello che stiamo accettando giorno dopo giorno. È passato un anno da quella giornata a Venezia e capisco che dovrei rileggerla ogni giorno, sottoscrivendo quello che Avvenire, con meritorio coraggio, quotidianamente assolve unendo al moto di pietas il segno di Misericordia. Eugenio Mazzarella, caro Direttore, mi è maestro dai tempi in cui seguivo le sue lezioni di filosofia e ancora una volta, con la sua proposta – semplice e chiara – lui insegna ciò che profondamente sa. Nel segno di Misericordia e nel moto di pietas. E non possiamo, caro Direttore, fare finta di niente. Rileggo ancora Euripide, le parole di Ecuba: «Bimbo mio, ti è capitata una cosa brutta brutta. E cosa potrà scrivere un poeta un giorno sulla tua tomba? “Qui giace un bambino ucciso per paura”. Questa tomba è un monumento alla vergogna». Non possiamo fare finta di niente. I bambini muoiono e dobbiamo trovare voce per dire basta.
giornalista e scrittore, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia

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