Sempre più missili nel mondo, ma l’unica sicurezza è il business
La competizione militare tra le nazioni sta conoscendo una nuova fase di espansione degli arsenali, anche di difesa. Tra costi elevati, tecnologie avanzatissime, interessi ecnomici

Era ancora il XIX secolo quando fecero capolino i primi razzi da guerra, impiegati dai britannici durante le guerre napoleoniche e dagli austriaci nella nostra penisola. Anche missili e antimissili odierni hanno molto da dire, tristemente noti dalle cronache quotidiane della guerra russo-ucraina e piovuti a iosa anche nei giorni tetri dello scontro irano-israelo-americano. Arma d’elezione delle guerre industriali di massa, i vettori missilistici celano vertigine di costi e distruzioni material-umane immani. Alimentano una gara pluri-continentale, di programmi accrescitivi, accomunando potenze micro, medie e macro, protese a neo-orpelli abilitanti attacchi vieppiù profondi, viatico alle operazioni lungo la linea di contatto, peculiare di uno spazio di battaglia complesso, conteso nello spettro elettromagnetico, extra-atmosferico, terrestre, aereo e navale.
Strabordanti di mezzi anti-accesso, antipenetrazione e di lance missilistiche, antimissilistiche e immateriali sono frontiere instabili, come lo stretto di Formosa e il limes retrogrado dei missili Agni, Ghauri e Haft indo-pakistani. Un istrice d’acciaio esplosivo incupisce pure il cuneo russo fra la tri-baltica, la Polonia, Kaliningrad e la Bielorussia, ieri come oggi arginato dagli stretti danesi, in pugno alla Nato e, dal 2023, dagli antemurali dei neo-alleati finno-svedesi. Stoccolma ha dato linfa nuova ai jet indigeni, optando per un vanto dell’industria bellica euro-domestica: il cruise Taurus da 500 chilometri di raggio. Aria-suolo-radar: vi gira un affare da 2 milioni di euro circa a missile. Non meno vanagloriosi e innescanti assegni multimilionari sono gli aria-aria Pl, cinesi, numerati in una scala di insidie crescenti, fino a quel numero 17, così funestamente coincidente con la cabala, capace di colpi contro bersagli di altissimo pregio al di là della portata visiva (400 chilometri). Pechino ne custodisce gelosamente costi di sviluppo e produzione, ritenuti pari ai Taurus o ai Meteor pan-europei.
Annunciati appena, i Pl hanno nociuto, fomentando una corsa antitetica statunitense ad ordigni superapidi, ipermanovranti e potenzialmente dirompenti (+200 chilometri), esosi per prezzo finale, compreso fra i 2 e i 4 milioni di dollari, a sviluppo ultimato. Stiamo parlando degli ultimi ritrovati bellici, fra i più alti in gamma, cui si affiancheranno missili producibili in massa, a costi contenuti, esatti da tutte le potenze più bellicose, che hanno avviato iter ultracompressi per sistemi un quarto circa più economici, a partire da 250mila dollari o meno per un simil-Tomahawk, il cruise che gli americani hanno usato in guerra più di 2.300 volte, spesso in apertura di raid. Cerca affannosamente armi taumaturgiche pure l’Europa, che si districa in una miriade di bandi di gara, per missili d’attacco in profondità e intercettori, sviluppati in formati macro e micro, su base multi o minilaterale, sfocianti in prodotti balistici, da crociera, ipersonici, anti-ipersonici, antidrone e, verrebbe da dire, antitutto ciò che vincola la propria libertà d’azione in teatro. Il solo progetto anglo-tedesco per gli attacchi di precisione in profondità, ipersonico nella concretizzazione, avrà un budget di sviluppo di 2 miliardi di dollari circa. Costa pure difendersi: il sistema antibalistico franco-italiano di nuova generazione ha un valore di mercato di 140-154 milioni di euro a pezzo. È poco se paragonato allo scudo stellare pentadimensionale agognato dallo spregiudicato presidente statunitense, Donald Trump, tronfio nel preconizzare un ombrello protettivo capace di arginare i droni e contrastare tutte le tipologie missilistiche, comprese quelle ipersoniche e balistiche nella loro triplice fase di volo, dalla spinta al volo intermedio, finendo con la fase terminale, combinando missili, sensori, radar, laser, piattaforme aeree, armi a energia diretta, navi, sistemi terrestri, risorse di intelligence, ricognizione, scoperta, algoritmi e calcolatori elettronici, esigenti in prezzo. Incompatibili con quelli del Presidente sono i dati dell’ufficio di bilancio del Congresso e del pensatoio American Enterprise Institute.
Se l’architettura finale della Cupola d’Oro trumpiana arsenalizzerà per davvero lo spazio extra-atmosferico, facendo a pugni con le convenzioni dell’Onu e sfociando in intercettori antimissilistici e sensori spaziali, occorrerebbero ben oltre i 175 miliardi di dollari annunciati da Trump, forse 1.200-3.600, per mobilitare tutte le risorse industriali, scientifiche, manageriali e organizzative disponibili, e foraggiare ognuno dei mastodontici programmi di ricerca e sviluppo, dai risultati effettivi volatili, come avvenuto ai tempi del Sentinel di McNamara, anche se l’iniziativa di difesa strategica reaganiana, cronologicamente posteriore, ma mai ultimata, ebbe enormi ricadute tecnologiche nel campo dei radar in banda X, delle armi ad energia diretta, della miniaturizzazione di componenti e sub-sistemi, dei sistemi hit-to-kill per l’intercettazione e degli specchi deformabili, tornati tanto utili alla ricerca astronomica. Lo racconta fra gli altri il professor Massimo de Leonardis.
Futuri emuli dell’ombrello antimissilistico israeliano, alzano dighe pure l’italiana Leonardo, la Turchia, l’India, Taiwan e la Corea del Sud, con cupole multi-strato. Seul parte già da tecnologie ebraiche, garanti di scoperte missilistiche a distanze di 800 chilometri, costate un occhio della testa: 292 milioni di dollari per un pugno di sensori. Quei segugi di missili nordcoreani sono interconnessi pure con pezzi dell’industria statunitense, a bordo di navi ultra-sofisticate, e nuove filiere emergeranno dall’intesa recente fra l’americana Northrop Grumman e l’indigena Hanwha Systems, mai sufficienti ad immunizzare del tutto regioni strategiche e vulnerabili, come il centrosud peninsulare. Cari meno di un terzo degli omologhi statunitensi più rinomati, alcuni intercettori sudcoreani costano 1,1 milioni di dollari l’uno, ineludibili per proteggersi da 13mila cannoni di artiglieria e 800 missili di teatro nordisti, capaci di raggiungere l’area di Seul in soli tre minuti, devastando, se non bloccati, gioielli hi-tech, infrastrutture critiche, impianti di stoccaggio, moduli energetici e, sopratutto, esseri viventi. Un altro ritrovato israeliano innerva l’iniziativa europea di scudo antiaero-missilistico, a trazione teutonica, uno fra i molteplici programmi che si accavallano fra il Vecchio continente e la Nato, intente a forgiare ombrelli integrati multi-livello.
Dieci governi e 12 industriali, fra cui Leonardo e l’ucraina FirePoint, hanno deciso a luglio di concentrarsi su un ordito ulteriore, integrante un intercettore non costoso più di 1 milione di euro e la dinamicissima start-up olandese Destinus, segnalatasi per prodotti di successo al fronte ucraino-russo, propone un quid pluris economico per la lotta anti-drone. Vorrebbe capacità modulari, care appena 750mila dollari, pure l’Agenzia statunitense per la difesa missilistica, pronta ad affiancar alle prime Patriot e Thaad, da 4-6 milioni di dollari unitari, in iter produttivo venturo più che triplicando. Spesso criticati, i rapporti dell’intelligence militare statunitense riflettono tendenze e tratteggiano scenari: fra Cina e Russia incombono spade ipersoniche da 800-900 missili in tutto, già pronti a combattere, e le proiezioni al 2035 inquietano: allora Pechino potrebbe allineare 4mila strumenti ipersonici, la Russia un migliaio, i più ardui da intercettare. Anche l’istituto internazionale di studi strategici, britannico, vede un 2035 foriero di 700 vettori intercontinentali cinesi, terrestri, di circa 132 missili sottomarini e di 5mila missili da crociera, lanciabili da bombardieri strategici, unità navali o piattaforme mobili, a terra.
Senza contare i sino-missili di teatro, impiegabili in una campagna annessionistica di Taiwan. Lo stretto di Formosa ha il triste primato per concentrazione missilistica, frutto di tensioni palpabili e minacce crescenti, sia nel combattimento aria-aria, anti-terra e antinave, sia nell’anti-radar e nell’antiaereo. I penultimi prodotti, cruciali a inizio operazioni, hanno antenne interferometriche che rilevano, identificano e ricavano il posizionamento di un emettitore, mostrandolo direttamente agli operatori e al vettore. Permettono di misurare con precisione l’angolo di arrivo del segnale elettromagnetico, le sue variazioni e la sua distanza, trasmettendo in tempo reale molteplici dati sensibili, dallo spettro della radiazione alla posizione del radar, asservito alle difese aeree, dal tipo di emettitore alla portata, per abilitare il missile a puntare dritto sulle coordinate nemiche, aggiornando al contempo le banche dati elettroniche per le missioni successive.
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