Joe Satriani: «La famiglia è la cosa più bella. Il resto, al confronto, conta poco»
di Andrea Galli
Il grande chitarrista parla con Avvenire della sua carriera e soprattutto dei 45 anni di matrimonio con Rubina: un amore nato quando il successo era ancora molto lontano e mai venuto meno

Era il 1986 quando usciva Not of This Earth, album strumentale firmato da un virtuoso della chitarra elettrica fino ad allora conosciuto quasi soltanto tra New York e San Francisco: Joe Satriani. Sono passati quarant’anni. Oggi, quel musicista nato e cresciuto nella Long Island italoamericana è, per usare le parole di Brian May, storica sei corde dei Queen, «uno dei più grandi guitar hero di tutti i tempi».
A luglio Satriani ha compiuto settant’anni, ma la sua carriera è tutt’altro che conclusa: il 6 novembre uscirà The Sea of Emotion, primo album firmato SatchVai, progetto che lo unisce all’amico di una vita Steve Vai, altro monumento della chitarra elettrica. L’anniversario ci ha offerto l’occasione per ripercorrere con Satriani un aspetto molto meno raccontato della sua vita: la storia d’amore con la moglie Rubina. Di lei si sa poco, eppure la sua presenza attraversa tutta la produzione artistica del marito. Rubina Records si chiamava l’etichetta discografica creata da Satriani; Rubina è uno dei brani più intensi di Not of This Earth; e nei suoi 19 album in studio – esclusi live, raccolte e altri progetti – ricorrono continuamente brani dedicati alla moglie o particolari ringraziamenti a lei.
Il 14 settembre Joe e Rubina festeggeranno 45 anni di matrimonio. Un traguardo notevole di per sé, ancora più singolare nel mondo delle rockstar, così spesso segnato da relazioni instabili e famiglie spezzate. Con lui, raggiunto in videochiamata a San Francisco, abbiamo parlato proprio di questo: di quasi mezzo secolo trascorso accanto alla stessa persona, del valore della famiglia e di quanto tutto ciò abbia contribuito anche alla sua straordinaria longevità artistica.
Come vi siete conosciuti tu e Rubina?
«Ci siamo incontrati all’inizio del 1977, alla festa di compleanno della figlia del fidanzato di mia sorella maggiore. Rubina era la coinquilina della festeggiata. Io ero arrivato da poco in California. Ero cresciuto a New York e conoscevo ancora poco la zona (la San Francisco Bay Area ndr). Mia sorella maggiore Joan mi disse: “Perché non esci di casa e vieni a questa festa? Così conosci un po’ di gente del posto”. Fu lì che ci incontrammo. Per me fu praticamente amore a prima vista e feci tutto il possibile perché nascesse una relazione. Stiamo insieme da allora, dal 1977. Rubina è nata e cresciuta a Singapore ed era anche lei la più giovane della sua famiglia. Tutti i suoi fratelli e le sorelle maggiori erano andati a studiare all’estero, in Gran Bretagna, Australia e altri Paesi. Rubina scelse gli Stati Uniti e finì nella San Francisco Bay Area. Fu un incontro del tutto casuale: io venivo da Long Island, lei da Singapore, un’altra piccola isola, e in qualche modo le nostre vite si incrociarono in California».
Eravate molto giovani. Rubina ha la tua stessa età?
«Sì, avevamo 21 anni. Eravamo entrambi i più giovani delle nostre famiglie, venivamo da due mondi completamente diversi, ma credo che entrambi stessimo cercando qualcosa di nuovo. E ci siamo trovati. È nato un rapporto straordinario e duraturo».
Vi siete messi insieme quasi subito, quindi.
«Ci sono voluti alcuni mesi. Come dicevo, per me fu amore a prima vista. Credo invece che mi sia servito un po’ più di tempo per convincere lei! Del resto ero un musicista con i capelli lunghi e senza un lavoro, quindi non ero propriamente un buon partito. Credo che da questo punto di vista ogni coppia abbia qualcosa di divertente da poter raccontare: uno dei due è più entusiasta dell’altro o intravede prima dell’altro la possibilità di un futuro insieme.
Furono anni meravigliosi perché credo che entrambi sentissimo di avere davanti un futuro luminoso. Non sapevamo quale sarebbe stato, ma entrambi volevamo costruirci una vita all’insegna della creatività. Lei stava per laurearsi in arti grafiche al San Francisco Art Institute e io ero un musicista che voleva cambiare il mondo con la propria chitarra. Credo fosse questo il nostro principale terreno comune: eravamo due giovani che volevano cambiare il mondo. E penso che avessimo bisogno l’uno del coraggio dell’altra, perché non eravamo medici o avvocati, non avevamo professioni normali. Ci muovevamo in un territorio inesplorato. Ma potevamo contare l’uno sull’altra. Credo che anche questo abbia contribuito a creare tra noi un legame davvero unico».
Fino all’uscita di Not of This Earth hai faticato a emergere e a trovare una casa discografica. Avevi 30 anni. Per stare insieme senza prospettive certe servivano molto amore e coraggio.
«Sì. Non credo che sarei sopravvissuto a quel periodo senza il sostegno totale di Rubina e senza la fiducia che aveva in me. Conosci quelle storie che le coppie raccontano sui loro primi anni insieme, quando lavoravano senza sosta semplicemente per tirare avanti e dipendevano l’uno dall’altra in ogni aspetto della vita. Per noi fu molto importante. Per lei probabilmente era anche un’esperienza nuova avere a che fare con un musicista che doveva materialmente trascorrere moltissimo tempo a esercitarsi. E agli inizi della carriera di un musicista professionista si passa un’enorme quantità di tempo a montare l’attrezzatura, provare, guidare. È un mestiere folle.
Quando diventi un professionista di successo ti vengono a prendere nel tuo bell’albergo, ti portano al concerto, tu sali direttamente sul palco, suoni davanti a ventimila persone, risali in macchina e torni in hotel. Non ci sono quasi tempi morti: tutto si concentra nelle poche ore del concerto. Ma quando sei un giovane musicista e il furgone è tuo, la giornata comincia alle tre e mezza del pomeriggio. Devi andare a prendere l’attrezzatura, raggiungere il locale, montare tutto, provare e suonare per troppe ore. Poi sei sempre tu a caricare di nuovo l’attrezzatura sul furgone e a riportare tutto in sala prove. Torni a casa alle tre e mezza del mattino e magari hai guadagnato cento dollari. È una follia. Alla fine di ogni giornata sei esausto e ti chiedi: “Funzionerà mai? Per quanto tempo ancora potrò andare avanti così?”. E probabilmente la persona che ti sta accanto pensa la stessa cosa: “Per quanto possiamo continuare? Dove ci porterà tutto questo?”. Per superare momenti del genere e continuare a tenere lo sguardo sull’obiettivo ci vogliono davvero amore e sostegno incondizionati da parte di entrambi. Noi, da giovani sposi, eravamo così: determinati, ci sostenevamo a vicenda e credevamo che ce l’avremmo fatta. Ma richiede molto impegno».
Poi arrivarono il successo, la fama, le tournée internazionali. Non ebbero conseguenze negative sulla vostra armonia?
«Ebbero un effetto positivo, perché era ciò che entrambi volevamo. Avevamo sempre saputo che successo e fama avrebbero significato avere i mezzi per continuare a dedicarci all’arte. È un mestiere curioso. È una combinazione di arte e mercato. Ti faccio un esempio. Alcuni anni fa ho cominciato a dedicarmi professionalmente anche alla pittura. È un’attività molto impegnativa: bisogna dipingere di continuo. Dipingo su tela, sulle chitarre, praticamente su qualsiasi cosa. E sono ancora all’inizio.
Collaboro con una galleria americana, la Wentworth Gallery, con cui faccio delle esposizioni. Devo passare molto tempo a dipingere, andare alle mostre, incontrare le persone, suonare la mia musica durante questi eventi. Ma so che, essendo all’inizio di questa carriera, ogni volta che facciamo una buona mostra e la galleria è contenta perché vende molti quadri, sono felice anch’io: incontro persone che portano a casa i miei strani dipinti e poi li vedranno ogni giorno. È una cosa che mi fa stare benissimo. Ogni vendita rappresenta anche una sorta di incoraggiamento concreto a tornare a casa e dipingere ancora. Se facessi queste mostre e nessuno comprasse nulla, non ci sarebbero le condizioni economiche per continuare.
Con la musica funziona allo stesso modo. Quando finalmente arriva il grande concerto, cominci a guadagnare e, sì, vivi una sorta di stile di vita rock: se tu e la persona che ti sta accanto avete capito fin dall’inizio quale sia il vero scopo di tutto questo, allora non c’è problema. Perché il successo ti dà davvero quello che hai sempre desiderato, ciò che entrambi sognavate prima: la libertà artistica. Il successo economico che deriva dalla popolarità ti permette di continuare a vivere una vita dedicata all’arte e alla creatività. Per me è sempre stato così. Sono stato molto fortunato, il successo non mi ha mai portato fuori strada, ma non voglio prendermene il merito: credo che molto lo debba al rapporto con Rubina. Tra noi c’è qualcosa di molto speciale. Il successo non ci ha mai fatto perdere la bussola».
Secondo me il matrimonio assomiglia un po’ a un motore: anche quando è costruito benissimo, è fatto di parti che lavorano insieme e creano attrito, quindi hanno bisogno di olio. Qual è stato il vostro olio per 45 anni?
«Credo che le persone cambino, questo è il punto fondamentale. Se guardo alla vita nel suo insieme, direi che la vita è caos, è cambiamento continuo. E il cambiamento è una cosa buona. Accetta il caos, accetta il cambiamento: è così che vedo la vita. Se poi restringiamo lo sguardo al rapporto tra due persone, bisogna capire che entrambi continueranno a cambiare. Le personalità evolvono perché viviamo in un mondo caotico, reagiamo a ciò che ci accade e impariamo a sopravvivere. Devi accettare che la persona che ami incondizionatamente cambierà. Forse il segreto è questo. Se oggi mi chiedessi: “Ti senti diverso da dieci, trenta o cinquant’anni fa?”, ti risponderei di no. Mi sento ancora quel bambino di quattro anni che giocava in cortile, quel ragazzo di quattordici che prese in mano la chitarra e voleva cambiare il mondo con la sua musica. Non mi sento diverso, ma so di esserlo. Chi mi sta intorno potrebbe dirmi: “Sei cambiato in questo, in questo e in quest’altro”».
Cambiamo anche fisicamente.
«Certo. Nasci bambino, cresci e, se hai abbastanza fortuna, vivi una lunga vita. Ma inevitabilmente cambierai. Non credo che una relazione possa sopravvivere se due persone si innamorano nel giorno in cui si incontrano e poi non riescono ad accettare il fatto che non hanno più vent’anni: “Non posso più amarti. Non hai più lo stesso aspetto. Non parli più nello stesso modo”. La vita non funziona così. È una fantasia che non ha nulla a che fare con la realtà. Anzi, se saremo abbastanza fortunati, arriveremo alla vecchiaia, saremo persone anziane. E questo va celebrato. Abbiamo una vita sola, e se riesci ad arrivare fino in fondo con una persona al tuo fianco, allora hai vinto. È la vita migliore che ci sia.
Rispetto allo stile di vita di tante rockstar – divorzi, droghe, esistenze caotiche – tu sembri una persona estremamente stabile. È piuttosto insolito in quel mondo.
«Sono stato molto fortunato. Davvero molto fortunato. Tanti miei compagni di strada si sono persi molto presto: alcuni sono scomparsi dalle scene, altri sono ricaduti nelle dipendenze, altri sono morti o non sono riusciti ad andare avanti. Quando ero un ragazzo al liceo e arrivava il fine settimana, tutti i miei amici rock and roll andavano alle feste e nei bar. Io ero quello che diceva: “No, resto a casa fino alle undici perché devo esercitarmi. Ci vediamo dopo”. Pensavano che fossi matto. Mi dicevano sempre: “Perché resti a casa a esercitarti? Non ne hai bisogno”. Io la pensavo esattamente al contrario. Mi dicevo: “Ho soltanto questo breve periodo di tempo per diventare bravo e la concorrenza è incredibile”. Intorno a me vedevo musicisti straordinari, e io non ero uno di loro. Dovevo trovare il modo di arrivare a quel livello. E sapevo che stare in giro con gli amici, l’alcol e le droghe non mi avrebbero fatto entrare in quel gruppo ristretto di musicisti eccezionali. Credo di non aver mai smesso di pensarla così.
Per me è sempre stato molto facile decidere quando mi sono trovato davanti a questa scelta: andare a divertirmi con certe persone, rischiando magari di mettermi nei guai, oppure tornare nella stanza d’albergo e lavorare su qualcosa che musicalmente sentivo di dover approfondire? Ho sempre scelto la seconda possibilità. Mi è sempre venuto naturale. Non vorrei dare l’impressione che sia stata una scelta difficile: non lo è mai stata. Mi è sempre sembrata semplicemente la cosa giusta da fare».
Hai composto però un brano intitolato You Saved My Life, dedicato a tua moglie e a vostro figlio ZZ. Da che cosa ti hanno salvato?
«Da me stesso. Andando avanti nella vita, ti guardi indietro e capisci che, senza questi miracoli, senza queste persone speciali accanto, non saresti arrivato da nessuna parte. Per quanto mi riguarda, non credo che sarei riuscito a perseverare nel mondo dell’industria musicale. Non credo che sarei riuscito a esprimere pienamente le mie potenzialità come essere umano se non avessi avuto nella mia vita queste persone straordinarie. È questo il vero significato del brano. Non parla di un momento specifico, di qualcuno che ti salva mentre stai annegando o qualcosa del genere. È una visione più ampia: senza queste persone nella tua vita, senza la tua famiglia, sei perduto».
Hai avuto certamente anche dei genitori speciali. Hai raccontato che a diciannove o vent’anni, dicesti a tuo padre che volevi diventare un chitarrista rock professionista. Lui era un ingegnere, un uomo molto concreto, eppure ti disse subito: “Provaci”. Non so se io l’avrei detto altrettanto facilmente...
«In effetti anche di questi tempi puntare a fare il chitarrista rock è una bella scommessa! Ma ci sono due cose che devi sapere. Mio padre era estremamente intelligente. Entrò al college a quindici anni. Eccelleva a tal punto negli studi che gli fecero saltare diverse classi e a soli quindici anni entrò al City College di New York. Una cosa pazzesca. Appena laureato fu assunto dalla Sperry (azienda statunitense che produceva sistemi aeronautici e militari ndr) e cominciò a progettare apparecchiature utili allo sforzo bellico.
Ma mio padre era il secondo di tre fratelli. E suo fratello maggiore era un fisarmonicista professionista. Quindi lui, che aveva scelto una strada più convenzionale, quella dell’ingegnere, aveva davanti l’esempio di un fratello che si era realizzato altrettanto pienamente facendo il musicista e viaggiando per il mondo con la fisarmonica. Suonare la fisarmonica era una cosa molto italoamericana, soprattutto per quella generazione che aveva attraversato la Grande Depressione, la Seconda guerra mondiale e le altre prove che il secolo scorso aveva posto davanti alle persone. Quindi il mestiere del musicista non gli era poi così estraneo.
E poi io ero il quinto figlio. Credo che i miei genitori fossero ormai un po’ stanchi! Non sono neppure sicuro che a suo tempo avessero in programma di avere un quinto figlio, ma eccomi lì. Avevano appena attraversato gli anni Sessanta durante i quali gli altri figli gliene avevano fatte passare di tutti i colori. Erano anni in cui la società americana era stata sconvolta: rivolte, assassinii, praticamente ogni aspetto della vita era stato rimesso in discussione. E poi arrivavo io a dire: “Adoro Jimi Hendrix. Voglio fare il chitarrista”. Credo abbiano pensato: “Beh, perché no? Magari funzionerà”.
Oggi, essendo anch’io padre e nonno, credo di capire meglio come arrivarono a quella conclusione. I genitori osservano continuamente i propri figli, anche quando loro non se ne rendono conto. Noi non conserviamo quasi ricordi dei primi quattro o cinque anni di vita, ma sono proprio quelli in cui i nostri genitori ci seguono in ogni passo: ci aiutano a crescere e a diventare autonomi, restando sempre lì per evitare che ci facciamo male. E questa presenza amorevole dei genitori, in realtà, non viene mai meno. E allora penso ai miei. Devono avermi osservato mentre crescevo e, a un certo punto, devono essersi detti: “Il nostro piccolo Joseph non diventerà un medico, un avvocato o un ingegnere. Suona in continuazione, si mette nei guai a scuola, fa disegni assurdi. Evidentemente è fatto così”. E, come fanno i genitori che amano i propri figli, hanno incoraggiato gli aspetti migliori della mia personalità».
Hai accennato in passato anche a un senso della disciplina che tuo padre ti ha trasmesso.
«Sì, basta un episodio di quando prendevo lezioni di batteria. Una sera mio padre tornò tardi dal lavoro e scoprì che non mi ero esercitato. Mi svegliò, mi fece scendere in cantina in pigiama e mi obbligò a fare gli esercizi, restando lì a guardarmi. Una bella lezione».
Tu e Rubina vi siete sposati in chiesa?
«No. Ci siamo sposati in tribunale a Berkeley, in California. Poi, circa sei mesi dopo, abbiamo avuto a Singapore una cerimonia più vicina alla tradizione sino-singaporiana. Fu tutto molto insolito, ma molto da noi: non volevamo un matrimonio tradizionale. La madre di Rubina era molto religiosa e ci portò nella sua chiesa, dove il sacerdote ci benedisse con una cerimonia particolare. Il nostro modo di sposarci fu tutt’altro che convenzionale. E ho sempre pensato che questo rendesse tutto ancora più speciale, perché avevo visto tante coppie preoccuparsi soprattutto di come la cerimonia sarebbe apparsa agli amici, alla famiglia, alla comunità, per poi vedere il matrimonio andare in pezzi. Era tutta apparenza, capisci?
Noi invece pensavamo: “Questa è una cosa che riguarda noi due, non abbiamo bisogno di tutto il resto”. Non volevamo che nulla si mettesse in mezzo alla nostra unione. A ripensarci oggi è difficile spiegarlo agli altri, perché allora ci sembrava assolutamente naturale fare le cose in quel modo. Adesso ci guardiamo indietro e pensiamo: “Accidenti, eravamo così giovani e idealisti”. I nostri genitori devono essersi chiesti: “Ma che cosa stanno combinando questi due pazzi?”».
Quindi faceste tutto in maniera molto semplice, molto umile. La chiesa in cui andaste a Singapore era cattolica o protestante?
«Sai, per me era un po’ difficile capire esattamente che tipo di chiesa fosse. Credo fosse una chiesa a metà tra cattolicesimo e metodismo. D’altra parte eravamo a Singapore. A vederla, però, mi ricordava molto la chiesa in cui ero cresciuto a New York. Sono cresciuto a Long Island e per cinque anni ho frequentato la St. Bridget’s Catholic School: la chiesa di St. Bridget era quella che frequentavamo. Era cattolica romana. All’epoca la Messa era ancora in latino; poi si passò all’inglese, arrivarono le chitarre e pian piano tutto diventò più americano. Così, quando arrivammo a Singapore e la madre di Rubina ci portò nella sua chiesa, avevo già visto quanto potessero essere diverse le forme del cristianesimo. Quella mi sembrò una sorta di mescolanza: qualcosa di metodista, non proprio “born-again”, comunque una forma moderna».
Anche negli Stati Uniti, come in Europa, il matrimonio come istituzione attraversa una crisi. Consiglieresti oggi a un giovane di sposarsi e diventare padre?
«Certo. Per me è la cosa più bella che ci sia. Ho imparato a non dire agli altri che cosa devono fare, ma se qualcuno mi chiede quale sia stata la mia esperienza, posso rispondere che l’ho sempre pensato: se riesci a innamorarti e a sposarti, ad avere figli e nipoti, è la cosa migliore in assoluto. Tutto il resto, al confronto, conta ben poco. Per me è sempre stato molto chiaro. Persino da ragazzo pensavo: “Non dirò a nessuno che la penso così, perché è un po’ imbarazzante”. Da adolescenti si pensa soprattutto a divertirsi. Ma io l’ho sempre sentita così e credo di essere stato molto fortunato ad avere questa convinzione come uno dei punti fermi della mia vita».
La storia della chitarra elettrica ha visto molte stelle che hanno brillato intensamente per un breve periodo e poi si sono spente. Una cosa che colpisce del tuo percorso non è soltanto il numero dei tuoi album, ma la qualità che hai mantenuto nei decenni. Credo sia anche frutto della vita che hai vissuto.
«Hai colto un punto molto importante. Il sostegno che ricevo da Rubina mi impedisce di dubitare continuamente di quello che faccio. E credo che sia fondamentale. Se hai una relazione e sei un musicista che lotta – e tutti i musicisti lottano, sempre – la vita artistica significa svegliarsi sentendo immediatamente la pressione di dover essere creativi. E quella pressione non ti abbandona mai. Non esiste un orario dalle nove alle cinque. Non timbri il cartellino all’inizio e alla fine della giornata come in un normale lavoro. Pensare in maniera artistica è una specie di nevrosi, perché continui a chiederti: “Riuscirò a scrivere un’altra canzone? Riuscirò a dipingere un altro quadro? Sono ancora bravo? Le mie dita riusciranno ancora a muoversi?”. Non lo sai finché non ti siedi e ci provi. Ora, se vivi con qualcuno che continua a dirti: “Perché lo fai? Perché continui a provarci?”, non va bene. Non ti rende libero. Per me è sempre stato diverso. Io e Rubina ragioniamo entrambi nello stesso modo: “Ci siamo svegliati. È sorto il sole. Vediamo che cosa possiamo fare. Facciamolo. Hai bisogno di aiuto? Che cosa ne pensi? Ascolta questo. Guarda quello”. Lavoriamo continuamente a qualcosa. Nella stanza accanto a questa da dove ti sto parlando, in questo momento, ci sono una ventina di quadri che sto finendo. Rubina è la mia assistente, la mia critica migliore e una persona con cui sviluppare le idee. Ma è anche una persona fondamentale con cui lavorare, perché mi aiuta a non tirarmi indietro quando mi domando se sarò capace di fare qualcosa. E questo vale anche per la musica. È un atteggiamento, un entusiasmo e un interesse che abbiamo entrambi. Non puoi essere prolifico se hai accanto persone che continuano a dirti che non vogliono ascoltare ciò che fai, che non vogliono vederlo. Una cosa del genere finisce molto rapidamente per logorarti».
Verrete in Italia tu e Steve Vai dopo l’uscita del vostro album?
«Lo spero davvero. Per il momento non abbiamo ancora programmato tournée. Sia Steve sia io siamo piuttosto impegnati e abbiamo dovuto ritagliarci del tempo per restare a casa, scrivere e, suppongo, continuare a coltivare questa nostra prolificità. Ma entrambi abbiamo parenti nel Nord Italia che andiamo a trovare ogni volta che suoniamo lì. È curioso: sia Steve sia io abbiamo parenti originari di zone nei dintorni di Milano molto vicine tra loro, per pura coincidenza. Mio cugino Giuseppe Rossi vive a Como e ogni volta che siamo da quelle parti vediamo tutta la famiglia. Per me l’Italia è sempre una destinazione importante. La famiglia di mia madre veniva da Bari, quella di mio padre da Piacenza. Perciò è sempre stato bellissimo tornare nella terra dei nostri antenati e suonare. Quando verremo in Europa, l’Italia sarà sempre tra le nostre destinazioni. Ma per ora non so ancora quando sarà».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






