Grandi restauri: Firenze ritrova il Giotto di Santa Croce
È stata presentata oggi la conclusione dell'intervento sulla cappella Bardi, in cui il maestro torna, vent'anni dopo Assisi, a raccontare le storie di san Francesco

Dal punto di vista artistico non c’era modo migliore per la basilica di Santa Croce a Firenze che celebrare l’ottavo centenario del Transito di san Francesco con la riapertura ai visitatori della Cappella Bardi affrescata da Giotto. Che poi, a pensarci bene, l’arte del grande innovatore della pittura italiana va ben oltre l’estetica essendo al contempo espressione di profonda spiritualità. Del resto lo stesso rettore della basilica, padre Franco Buonamano, definisce Santa Croce «scrigno d’arte e di spiritualità», ricordando anche che la dedica esatta, da molti ignorata, è Santa Croce e San Francesco.
Dopo 4 anni di lavori, 13 restauratori all'opera dal 2022 al 2026, 10 istituti universitari o di ricerca coinvolti, 107 professionisti variamente impegnati, sono ora visibili a tutti le sei scene che fanno riferimento alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio riportando momenti cruciali della vita di Francesco: la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.
Secondo gli studiosi, il restauro appena concluso permette una più chiara lettura dell’opera giottesca, mettendone in luce la ricchezza vitale, l’intensità espressiva, la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto e del suo rapporto con quello reale. Le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella e la trasforma idealmente in una sorta di grande ciborio. Le scene si svolgono prevalentemente all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore. L’immagine così restituita permette di comprendere meglio la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende alterne che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli.
Secondo gli studiosi, il restauro appena concluso permette una più chiara lettura dell’opera giottesca, mettendone in luce la ricchezza vitale, l’intensità espressiva, la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto e del suo rapporto con quello reale. Le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella e la trasforma idealmente in una sorta di grande ciborio. Le scene si svolgono prevalentemente all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore. L’immagine così restituita permette di comprendere meglio la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende alterne che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli.

Ha una storia infatti tribolata questo capolavoro commissionato all’inizio del Trecento con tutta probabilità da Ridolfo dei Bardi, membro della potente famiglia di banchieri fiorentini. Da allora, dagli anni tra il 1317 e il 1321 in cui si presume abbia operato nella basilica francescana il grande artista, la cappella ha subito varie manomissioni, compresa un’imbiancatura a calce, intorno al 1730, quando si ritennero non più attuali le pitture murali di Giotto di Bondone. Ma non solo: nel 1812 e poi nel 1818, all’altezza del registro inferiore delle pareti laterali, vennero inseriti due monumenti funebri producendo perdite irrimediabili. Solo nel 1851 riemersero porzioni della pittura trecentesca il cui restauro fu affidato a uno tra i più celebri restauratori del tempo, Gaetano Bianchi, che riportò alla luce il capolavoro tardo giottesco con tutte le abrasioni, i graffi e le perdite dovute alla rimozione dell’imbiancatura e dei due cenotafi. In quell’occasione tutte le lacune furono colmate con integrazioni «in stile», le quali poi furono a loro volta rimosse nel restauro condotto tra il 1957 e il 1958 da Leonetto Tintori, che scelse di rimuovere le aggiunte ottocentesche per trovare un Giotto il più possibile vicino all’originale, limitando al minimo le integrazioni pittoriche. Ma anche questo intervento non fu indolore per il massiccio uso di fissativi sintetici con conseguente offuscamento della cromia giottesca. Il resto lo hanno fatto lo scorrere del tempo, la polvere, i distacchi d’intonaco, le fratture e la devastante alluvione del 1966.
Da tutto questo si comprende appieno la difficoltà di un restauro che finalmente garantisce la conservazione e migliora, come accennato, la leggibilità, senza cancellare le tracce della sua storia. Motivo per cui oggi è stata presentata con orgoglio la riapertura della Cappella Bardi nel corso di un incontro condotto dal segretario generale dell’Opera di Santa Croce, Stefano Filipponi, al quale hanno preso parte Alessandro Tortorella, direttore del Fondo Edifici di Culto del ministero dell’Interno, Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce, Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, il rammentato padre Franco Buonamano, Carlo Sisi, membro del Cda della Fondazione CR Firenze, e Dominique Marzotto, presidente dell’Associazione per il restauro del Patrimonio artistico italiano.
Nell’occasione è stata anche ricordata l’opportunità offerta in questi anni di un faccia a faccia con gli affreschi potendo salire sui ponteggi durante il restauro grazie all’iniziativa «A tu per tu con Giotto» promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Adesso gli affreschi della Cappella Bardi, che costituisce un monumento assoluto della cultura figurativa italiana e in particolare dell’arte fiorentina del primo Trecento, sono visibili solo dal basso, ma l’emozione nell’ammirarli resta forte.
Nell’occasione è stata anche ricordata l’opportunità offerta in questi anni di un faccia a faccia con gli affreschi potendo salire sui ponteggi durante il restauro grazie all’iniziativa «A tu per tu con Giotto» promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Adesso gli affreschi della Cappella Bardi, che costituisce un monumento assoluto della cultura figurativa italiana e in particolare dell’arte fiorentina del primo Trecento, sono visibili solo dal basso, ma l’emozione nell’ammirarli resta forte.
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