Haymes: «Fotografo la vita scoccata a Ground Zero»

di Luca Fiore
In “Chronograph” il fotografo raccoglie venticinque anni di immagini della sua famiglia, nata sotto il fumo delle Torri Gemelle: «Le persone che ami sono più importanti degli eventi planetari»
Google preferred source
September 10, 2026
Haymes: «Fotografo la vita scoccata a Ground Zero»
Nick Haymes, da “Chronograph” (SPBH Editions, 2026), particolare / Courtesy dell’artista e MACK
«In famiglia ci scherziamo sopra: perché diventassimo una coppia sono dovute venire giù le Torri Gemelle». Il libro di Nick Haymes si intitola Chronograph (SPBH Editions/Mack, pagine 448, euro 70,00) e comincia da lì: le torri bruciano, il fumo esce nero dai piani alti. Sono fotografie come tante che abbiamo visto. Ma le ha scattate lui, che allora viveva sulla West Broadway, a quattro o cinque isolati, e ogni mattina apriva le tende e vedeva il World Trade Center.
Le pagine successive, però, non vanno dove ci si aspetta. Una donna bionda è distesa a pancia in giù su un letto sfatto, il lenzuolo bianco tirato su a coprirle la schiena nuda, il mento appoggiato al braccio. Impossibile non pensare alla Marilyn di Douglas Kirkland. Voltata pagina, la stessa donna, in reggiseno rosso e pareo a losanghe, sta appoggiata alla ringhiera di un balcone che dà sul mare, e allunga le mani verso un bambino a torso nudo che si solleva sulle punte per prendere quello che lei gli porge. Da venere a mamma in un voltar di pagina. Il libro raccoglie venticinque anni di fotografie della famiglia di Haymes: la moglie Lina, i figli Philipp e Lawrence, i suoceri Nadia e Mikhail, ucraini emigrati negli Stati Uniti quando la figlia era adolescente.
Quel martedì di settembre Haymes e Lina, allora amici e collaboratori, avrebbero dovuto passare il pomeriggio insieme: una mostra, una serata, qualcosa che assomigliava a un primo appuntamento. Lei faceva la photo editor a "Nylon", rivista di moda e musica alternativa, e gli passava piccole commissioni. Era uscita da poco da un matrimonio e aveva un bambino. Alle 8.45 lui aprì le tende e vide il fumo salire. «Le ho lasciato un messaggio sulla segreteria dicendo che era successo qualcosa, perché nessuno sapeva cosa fosse, e che uscivo a vedere e a fare qualche foto. È stata l’ultima cosa che ha sentito da me per tre o quattro ore. Pensava che fossi morto». Poco dopo dovette lasciare il paese per sistemare il visto, e fu quella seconda separazione a decidere: capirono che non volevano più stare lontani. Si sposarono, e il secondo figlio arrivò subito.
Nick Haymes, da “Chronograph” (SPBH Editions, 2026) / Courtesy dell’artista e MACK
Nick Haymes, da “Chronograph” (SPBH Editions, 2026) / Courtesy dell’artista e MACK
Quell’evento epocale, spiega Haymes, «mi ha fatto capire che la vita è breve. E ci sono forze che muovono la cultura e il pianeta a tua insaputa. Tutti vogliono salvare il mondo, e tutti facciamo la nostra parte. Ma a un certo punto capisci che le cose che contano sono le persone che ami, la famiglia, l’intimità. Certe volte diventano molto più importanti degli eventi del mondo».
Sul piano professionale il libro nasce invece da una crisi. Arrivato a New York nel 1999 da Stratford-upon-Avon, dopo un tentativo fallito a Londra e un lavoro da macchinista di teatro per pagarsi il viaggio, Haymes viene travolto dal digitale. «Improvvisamente mi sono ritrovato praticamente disoccupato: nessuno voleva più lavorare con chi scattava in analogico». La moglie lavorava, lui resta a casa, in settantacinque metri quadri a Manhattan. «Quando sei genitore sei come bloccato lì, devi farci i conti. E i miei figli sono diventati i miei soggetti in modo naturale. Era un modo di analizzare me stesso: chi sono come padre, cosa sto facendo, mi piace questo, lo odio? E come ne vengo fuori?».
Quello che ne è uscito appartiene alla famiglia dei libri di Larry Clark, Nan Goldin e Richard Billingham: la fotografia fatta da dentro, senza distanza di sicurezza, il flash addosso alle persone. Ma qui non c’è eroina, né violenza, né autodistruzione. Qui la famiglia funziona, più o meno. E infatti: nasi che sanguinano, braccia rotte, denti caduti, camere da letto che sembrano campi di battaglia. Una partita di Jenga con la torre inclinata al limite. Occhiali 3D calati sul naso. Brufoli, unghie da tagliare. Man mano che il libro procede, Philipp e Lawrence crescono e da bambini si fanno adolescenti. I corpi si fanno lunghi e sottili. Compaiono i tatuaggi. I capelli si tingono in modo improbabile. I nonni ucraini occupano intanto sempre più spazio. Prima sessantenni energici che affrontano impavidi il ciclone di energia dei nipoti. Poi, sempre più deboli, osserviamo mentre si spengono. Fino al funerale di entrambi (morti a poca distanza l’uno dall’altro). Vediamo Philipp e Lawrence reggere le loro urne bianche.
Il libro è un accumulo di fotografie. Migliaia delle decine di migliaia scattate. Nella sequenza entrano anche le foto fuori fuoco, sopraesposte o mosse: «Non si può fare un romanzo solo con i sostantivi. Devi usare anche le altre parti del vocabolario». Dice anche: «Guardi venticinque anni della vita di qualcuno in un’ora». Il lavoro di selezione comincia durante la pandemia. Un secondo evento epocale e imprevedibile che ha cambiato il corso della storia e chiuso il cerchio di questa vita ordinaria.
È una storia che inizia con la tragedia di Ground Zero e termina con un funerale. Eppure è un libro pieno di vita. «Puoi avere la famiglia che ti sei scelto o quella in cui sei nato, ma qualsiasi ambiente alla fine diventa una famiglia. E lì dentro fai esperienza di tutto: vita, morte, tristezza, felicità, delusioni, ansie, paura, rabbia, odio. Sono tutte lì, esistono dentro di noi, ed è questione di come le affronti». È di questo che parla il libro, spiega Haymes: «È il mio modo di capire cosa vuol dire essere viv». Paura della morte? «Sì, da genitore, soprattutto. Ma penso di averne sempre avuta. Si tratta di capire come si fa a conviverci». Guardare i propri ragazzi, comunque, è la cosa che più gli è interessata, perché è la cosa che gli impedisce di essere pessimista. «Ci sono cose che ci saranno sempre, fuori dal tuo controllo e inevitabili. Ma poi devi anche vivere la vita al massimo, goderti le piccole cose, perché alla fine sono quelle che diventano le più importanti, più dei grandi passaggi epocali. Parlo del bello, del poetico, dei momenti senza senso della vita di tutti i giorni».
Nick Haymes, da “Chronograph” (SPBH Editions, 2026) / Courtesy dell’artista e MACK
Nick Haymes, da “Chronograph” (SPBH Editions, 2026) / Courtesy dell’artista e MACK
Venticinque anni di fotografie sono molto tempo. «Un quarto della mia vita. Un quarto, forse un terzo. Chi lo sa?», dice Haymes, che ne ha cinquantasei. E in questo periodo che cosa ha imparato dell’essere padre e marito? «Non ho rimpianti. A volte è stato frustrante, e ci sono stati momenti in cui non mi piaceva affatto. Ma guardandomi indietro, non cambierei nulla». Poi aggiunge: «Se chiedi a qualsiasi genitore se gli piace fare il genitore, probabilmente ti risponderà di no. E se ti dice che è meraviglioso, sta mentendo. Lo diventa col senno di poi; mentre lo vivi fa schifo. Ti senti bloccato».
L’editore Bruno Ceschel gli chiedeva questo libro da dieci anni. «Gli dicevo che non mi sentivo pronto. Non trovavo niente con cui chiudere la sequenza, volevo continuare a fotografare». La fine è arrivata con la morte dei nonni, quando al funerale i due ragazzi hanno voluto parlare. Hanno affrontato la morte e il lutto, dice, ed erano ancora nella loro giovinezza mentre si avvicinavano all’età adulta. «Sentirli parlare, sentire quanto fossero eloquenti, è stato molto commovente. Ho sentito che avevano raggiunto un punto in cui forse dovevano essere liberi, e che io dovevo accettarlo e lasciarli andare».
«Vorrei aver fatto più fotografie», confida. «Te ne accorgi quando le persone non ci sono più: che forse non le hai fotografate abbastanza».
Sul finale del libro, le immagini del funerale dei nonni sono alternate a quelle di fiori fotografati molto da vicino. «I fiori sono cose bellissime che vengono tagliate quando sono perfette e messe in una situazione in cui moriranno nel giro di pochi giorni. A un certo punto diventano marci e orribili, l’acqua inacidisce. C’è il romanticismo, c’è la morte, c’è la bellezza, c’è tutto, dentro un fiore. Li ho fotografati nel momento esatto in cui hanno dato il meglio di sé e adesso stanno morendo, che poi è quello che facciamo tutti, in qualche modo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire