Calandrone: «Racconto la maternità negata di Ivie»

Nel suo nuovo romanzo-documento la scrittrice narra la storia vera di una donna nigeriana costretta a prostituirsi e poi privata delle figlie, date in adozione
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September 9, 2026
Calandrone: «Racconto la maternità negata di Ivie»
Maria Grazia Calandrone / Barbara Ledda
Maria Grazia Calandrone non ha riguardi per il lettore: lo getta senza filtri in un vortice di emozioni, di rabbia, di orrore, di incredulità. L’ha fatto con alcuni dei suoi precedenti romanzi, da Dove non mi hai portata. Mia madre, un caso di cronaca (2022) a Dimmi che sei stata felice (2025) e soprattutto con Magnifico e tremendo stava l’amore (2024), in cui racconta la storia vera di una violenza domestica con un epilogo tragicamente rovesciato rispetto a quello che consegnano le cronache di questi giorni. E lo fa anche con La luce del Sistema. Storia di Ivie e delle sue bambine, in uscita oggi per Solferino (pagine 288, euro 19,50). La “luce del Sistema” è quella gelida e giudicante che si accende su Ivie, una ragazza nigeriana sopravvissuta alla tratta che assiste, impotente, all’allontanamento per via giudiziaria delle due figlie. Incomprensioni culturali, pregiudizi, errori, crudeltà e cecità: quando il Sistema si mette in moto, poi non si ferma, provocando un distacco innaturale da cui non si torna più indietro. Il libro di Calandrone ripercorre con la forza della letteratura e la passione dell’indignazione civile una vicenda giudiziaria kafkiana che è arrivata fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) e alla Cassazione e che ancora oggi, dopo 10 anni e l’adozione separata delle sue due bambine da parte di altrettante famiglie italiane, non vede la parola fine.
Maria Grazia Calandrone, perché ha scelto di ispirarsi a questa storia così dura per il suo romanzo?
«È stata questa storia a trovarmi. Nel maggio 2025 Ivie (sono stati cambiati i nomi, non la ricostruzione della vicenda giudiziaria, ndr) ha voluto incontrarmi. Mi chiese di raccontare ciò che le era accaduto perché voleva che le figlie sapessero che lei non le ha mai lasciate sole, anzi al contrario che ha sempre lottato per riaverle nonostante siano state dichiarate ingiustamente in stato di abbandono».
Diverse sentenze hanno ridato a Ivie il diritto di rientrare nella vita delle figlie, anche se ormai è troppo tardi per rescindere i legami con le rispettive famiglie adottive. Il 16 settembre è fissata una nuova udienza sulla ripresa delle visite. Cosa ci insegna questa vicenda?
«A non avere pregiudizi, a non giudicare, ad ascoltare. Il mio libro non può cambiare il passato ma spero che serva a non considerare le persone di diversa cultura e provenienza ombre, fantasmi, numeri, come è accaduto a Ivie negli anni in cui era costretta a prostituirsi per le strade di Roma. Nessuno si accorgeva di lei, non esisteva sebbene venisse violentata ogni notte da decine di uomini. La “luce del Sistema” si è accesa su di lei solo quando, dopo essere stata salvata da un sacerdote, cercava di crearsi una vita normale. È accaduto che al Pronto soccorso, pensando che la figlia neonata fosse morta, ha espresso il suo dolore come si usa fare in Nigeria: in modo scomposto, secondo i nostri standard eccessivo, buttandosi a terra e battendo la testa sul muro. Una crisi di spavento e di panico che ha attirato l’attenzione di una assistente sociale che però non aveva gli strumenti né la volontà di comprendere. Quella “luce”, che si è puntata su Ivie alle 6 del mattino del 19 giugno 2014, è diventata un corpo a corpo che passaggio dopo passaggio le ha portato via le figlie. Questo libro racconta la cecità e la irreversibilità di un meccanismo giudiziario che a volte non riesce a tornare indietro».
Nei suoi libri campeggiano donne potenti, con personalità e storie drammatiche. Cosa la affascina del racconto del femminile?
«Delle donne mi affascina la forza, la libertà. E la creatività con la quale si inventano un’altra vita in mezzo alle difficoltà. Donne la cui esistenza è andata in modo del tutto diverso da come immaginavano, ma che sono riuscite a trovare la forza per farla rientrare nei binari».
I suoi romanzi rielaborano storie vere. La letteratura ha bisogno di verità?
«Sì, oggi si avverta la necessità di leggere storie vere. Più sono vere, più interessano. I lettori hanno bisogno di sapere che quello che stanno leggendo ha riguardato corpi reali. Lo scrittore, mettendo in fila tutti gli elementi di una storia, tira un filo nel caos della realtà. Penso che sia perché il pubblico ha bisogno di identificarsi, di sapere che qualcun altro ha sperimentato quello che lui o, più spesso, lei ha vissuto. Il riscontro che ho costantemente è: “Anche io ho vissuto una vicenda così; anche mia nonna, anche mia mamma, anche a me è successo… ”. È come se, trovando un pezzo della propria vita raccontato in un libro, i lettori si sentissero accompagnati e aiutati a decifrare i propri sentimenti più segreti».
La vicenda di Ivie ha punti di contatto con quella della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Anche per i Trevallion-Birmingham la “luce del Sistema” si è accesa in un ospedale. Perché tanto clamore mediatico su Palmoli e nessuno su Ivie, nonostante la Cedu abbia condannato l’Italia per averla separata dalle sue bambine?
«Ivie è povera, nera, sola e quindi non ha nessun potere di far conoscere la propria storia. La vicenda di Palmoli, al contrario, ha suscitato clamore perché è stata strumentalizzata dalla politica. Anche Ivie però ha combattuto. Nel romanzo c’è l’eco delle sue parole, le più strazianti che può dire una madre: “Insegnatemi a fare la madre a modo vostro, sono sbagliata, sto sbagliando tutto, ditemelo voi come devo fare”. A un certo punto della sua vicenda, Ivie si è arresa al Sistema, snaturando la sua inclinazione e la sua natura, pur di non perdere le figlie. Ma non è servito. Ora lei non lotta più per riaverle, perché le bambine, ora ragazzine, sono in adozione dal 2017, ma desidera essere integrata nelle loro vite».
Anche lei, come racconta in Dove non mi hai portata è stata abbandonata da piccolissima a seguito di una tragica storia familiare e poi adottata dai coniugi Calandrone. In La luce del Sistema c’è un eco della sua vicenda personale?
«È stato facile per me capire perché a un certo punto le bambine hanno rifiutato di vedere Ivie. È una forma di salvaguardia di sé. Conosco il patto di lealtà profondissimo che lega l’adottato alla famiglia adottiva. Non è un caso che io abbia ricostruito la storia della mia madre biologica solo pochi anni fa. E ho voluto raccontarla in un romanzo perché la sua vicenda è emblematica, così come quella di Ivie, di quanta ingiustizia abbia afflitto e affligga le donne».

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