La scuola. La tentazione dell'IA. E poi una penna e un foglio
Il declino delle capacità cognitive e l’impoverimento del linguaggio preoccupano. Di fronte all’impatto di cellulari e Intelligenza artificiale, la risposta può essere preservare l’arte della parola: lettura, discorso in pubblico e scrittura a mano, in classe

Dati allarmanti, quelli del rapporto Pisa sui livelli di preparazione degli studenti nei principali Paesi del mondo, incluse tutte le società avanzate. L’Italia è fra questi, ma i nostri risultati non sono tra i peggiori. Dobbiamo rallegrarci, o è una magra consolazione che il nostro peggioramento sia limitato e comunque minore di quello Ocse?
Sono almeno trent’anni, dalla fine degli anni ’90, che alcuni di noi, tra insegnanti, studiosi e intellettuali, denunciano il progressivo declino culturale e cognitivo degli studenti. Tra i primi vorrei ricordare Lucio Russo, col suo folgorante libro del 1998 Segmenti e bastoncini. All’origine, il progetto stesso di scuola che noi adulti (insegnanti, genitori, intellettuali, pedagogisti) abbiamo consapevolmente perseguito. Una scuola sempre più povera di contenuti, sempre più facile e permissiva. Meno nozionismo, ortografia, grammatica, letteratura e latino perché elitari, e in generale meno materie umanistiche perché “inutili” e non “spendibili” sul mercato del lavoro; meno voti perché meccanismo perverso di competizione e fonte di frustrazione. Una scuola sempre più mirata al benessere emotivo, che indebolisce le cosiddette “materie” per far posto alle varie “educazioni” (alimentare, stradale, affettiva, ecc.), che privilegia le competenze rispetto alle conoscenze (troppo astratte), il saper fare rispetto al sapere, che non ama la “lezione frontale” perché costringe gli allievi a un ascolto passivo, che ritiene obsoleta la figura di “maestro”, meglio l’insegnante-amico e consigliere, il cui ruolo principale non è più la trasmissione di un sapere (e di una passione!), ma il sostegno psicologico.
Sono almeno trent’anni, dalla fine degli anni ’90, che alcuni di noi, tra insegnanti, studiosi e intellettuali, denunciano il progressivo declino culturale e cognitivo degli studenti. Tra i primi vorrei ricordare Lucio Russo, col suo folgorante libro del 1998 Segmenti e bastoncini. All’origine, il progetto stesso di scuola che noi adulti (insegnanti, genitori, intellettuali, pedagogisti) abbiamo consapevolmente perseguito. Una scuola sempre più povera di contenuti, sempre più facile e permissiva. Meno nozionismo, ortografia, grammatica, letteratura e latino perché elitari, e in generale meno materie umanistiche perché “inutili” e non “spendibili” sul mercato del lavoro; meno voti perché meccanismo perverso di competizione e fonte di frustrazione. Una scuola sempre più mirata al benessere emotivo, che indebolisce le cosiddette “materie” per far posto alle varie “educazioni” (alimentare, stradale, affettiva, ecc.), che privilegia le competenze rispetto alle conoscenze (troppo astratte), il saper fare rispetto al sapere, che non ama la “lezione frontale” perché costringe gli allievi a un ascolto passivo, che ritiene obsoleta la figura di “maestro”, meglio l’insegnante-amico e consigliere, il cui ruolo principale non è più la trasmissione di un sapere (e di una passione!), ma il sostegno psicologico.
È stata una scelta. Non giudico se negativa o positiva. Dico solo che secondo me è stata una scelta consapevole: abbiamo consapevolmente abbandonato la funzione più strettamente culturale della scuola. Forse considerando inevitabile e salutare tale abbandono, quasi fosse il prezzo da pagare per raggiungere obiettivi che ci parevano più virtuosi e necessari. Quindi i risultati Ocse non dovrebbero stupirci, in un certo senso erano prevedibili.
Ora si aggiungono due fattori nuovi e sempre più dirompenti: l’uso massiccio di cellulari e dispositivi digitali vari sia a scuola che a casa, e l’aiuto dell’intelligenza artificiale, nuova compagna e alleata (di tutti noi, non solo degli studenti!) sempre più allettante, seduttiva e innegabilmente capace e meravigliosamente performante. Tre fattori, dunque, che possono spiegare la fase calante del livello di istruzione nei Paesi avanzati: l’idea sempre meno “culturale” della scuola, il cellulare, l’IA. Ora, il rischio è che le nuove generazioni siano culturalmente e cognitivamente meno attrezzate delle generazioni precedenti. E il problema non è tanto una sempre maggiore ignoranza: pazienza, potremmo anche accettare che i ragazzi sappiano meno cose, che per esempio qui da noi ignorino le guerre puniche e non conoscano Pirandello. Il punto preoccupante è un altro: il fatto che il declino delle capacità cognitive e l’impoverimento del linguaggio possano avere conseguenze gravi sul comportamento.
Ci sono studi che sottolineano l’importanza dei processi cognitivi nella regolazione delle emozioni e nel controllo degli impulsi e dell’aggressività: in poche parole, ci sono robusti indizi che un deterioramento cognitivo possa favorire un aumento della violenza. Tema, quello della violenza giovanile, che molto ci prende e sempre più deve prenderci. A proposito del quale, mi verrebbe da dire: diamo tanta importanza, oggi, all’introduzione dell’educazione sentimental sessuale nelle scuole, quando invece sarebbe bastato, ieri, non far degenerare i livelli cognitivi...
Inutile, e sciocco, pensare di arginare l’enorme impatto dei cellulari e dell’IA, che rende ormai improponibili i compiti a casa (che senso ha più dare una versione da tradurre, se l’IA in un secondo ti regala la traduzione?), e forse anche i libri di testo. Quindi adesso che scuola facciamo? Su cosa puntiamo? Quali punti di forza, quali caratteristiche solo sue e inoppugnabili può e deve avere la scuola di oggi?
Mi verrebbe da dire: la parola, orale e scritta. Quindi la lettura dei libri, l’orazione, il discorso in pubblico, e la scrittura innanzi tutto. Una scrittura in presenza, in classe, a mano, una penna e un foglio. In un luogo e in un momento dove si possa verificare l’assenza di supporti digitali. Preservare qualcosa di sostanziale, di atavico, che è “umano” nel senso che è nostro fin dalle origini e ci contraddistingue, e che nessuna innovazione tecnologica, anche la più mirabolante, potrà mai toglierci: l’arte della parola. In quell’unico luogo che la può preservare: la scuola. In quell’unico momento magico fuori dal mondo (ma che ci prepara al mondo!): la lezione in classe. Per il resto, lasciamoci pure travolgere da cellulari, social e intelligenze aliene: se avremo preservato quell’arte, quel luogo e quel momento, saremo salvi (forse).
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