A Loreto, dove la laicità è spazio gentile e metodo di convivenza

di Gerardo Villanacci
Al convegno sulla libertà religiosa, la riflessione sul ruolo della cultura in un tempo segnato da guerre e irrigidimenti identitari. Per comprendere le distanze prima che diventino antagonismi
Google preferred source
September 9, 2026
A Loreto, dove la laicità è spazio gentile e metodo di convivenza
Il Palazzo Apostolico di Loreto
Vi sono luoghi nei quali alcune parole acquistano una densità particolare, in quanto la storia, la fede e la cultura impediscono loro di restare confinate nell’astrazione. Loreto appartiene a questi luoghi. Ieri, nella Sala Macchi del Palazzo Apostolico, il convegno «Laicità e libertà religiosa: cultura e modelli costituzionali» ha affrontato uno dei temi che più intensamente interrogano le democrazie contemporanee. A svilupparlo, nella sua lectio magistralis, Federico Silvio Toniato, Segretario Generale del Senato.
In un tempo segnato da guerre, irrigidimenti identitari e radicalizzazioni, interrogarsi sulla laicità significa andare ben oltre la dimensione giuridica. Torna infatti a imporsi la questione della convivenza fra appartenenze differenti e, con esso, il ruolo della cultura come luogo nel quale le distanze possano essere comprese prima di trasformarsi in antagonismi. Sarebbe ingenuo attribuire al confronto culturale la capacità di sciogliere le ragioni geopolitiche, economiche o religiose dei conflitti. Può però incidere sul terreno che spesso li precede: quello dell’ascolto, del riconoscimento reciproco e della capacità di sottrarre le identità alla tentazione di concepirsi come assolute. È su questo crinale, tra appartenenza e contrapposizione, che si misura la qualità di una democrazia.
Particolarmente significativa è apparsa la riflessione sulla laicità come «spazio gentile». La formula emancipa il principio da una lettura meramente difensiva, ridotta alla separazione o all’estromissione del religioso dalla sfera pubblica, e gli restituisce un significato fondato su distinzione, riconoscimento e rispetto. Credenti e non credenti, istituzioni e confessioni, culture e sensibilità differenti sono così chiamati non a cancellare ciò che li distingue, bensì a impedire che la diversità degeneri in estraneità reciproca. Laicità, dunque, come esercizio del limite e consapevolezza della parzialità di ogni sguardo.
Particolarmente evocativo è il verbo colere , radice comune di culto e cultura, che richiama l’abitare e l’avere cura. Ne deriva l’idea di un colere urbem , nel quale la cittadinanza si traduce in responsabilità verso la città e le relazioni che la sostengono.
Che una simile riflessione abbia trovato sede a Loreto non è casuale. La Santa Casa è insieme luogo della fede, testimonianza della storia europea e patrimonio culturale. L’incontro dell’8 settembre si inserisce nel più ampio percorso promosso negli anni da monsignor Fabio Dal Cin, Delegato Pontificio per il Santuario della Santa Casa di Loreto, cui si deve l’intuizione di valorizzare la Santa Casa anche quale luogo di elaborazione culturale, incontro e dialogo. In questo solco la «via della bellezza» acquista una valenza propriamente civile. La bellezza educa a sostare dinanzi a ciò che è diverso, a penetrarne la complessità e a riconoscerne il valore prima del giudizio. Anche il patrimonio culturale rivela quindi una funzione che supera la conservazione, diventando uno dei linguaggi attraverso i quali le comunità riconoscono le proprie radici senza chiudersi a quelle altrui. L’accensione della Lampada della pace per il mondo ha dato forma simbolica a questa riflessione. Ogni pace duratura richiede decisioni politiche, responsabilità istituzionali e strumenti diplomatici, ma presuppone anche un lavoro più lento e profondo sulle condizioni che rendono possibile la convivenza. La pace, infatti, non coincide con la cancellazione del dissenso; esige piuttosto che il dissenso resti compatibile con il riconoscimento dell’altro e non diventi pretesto per negarne la dignità. In questo senso, la cultura non sostituisce la diplomazia, ma ne prepara il terreno umano.
Qui risiede forse il significato più profondo dell’8 settembre lauretano. In un’epoca nella quale la parola pubblica viene spesso impiegata per esasperare le distanze, creare occasioni di confronto restituisce alla cultura una responsabilità eminentemente civile. Dialogare non significa attenuare le proprie convinzioni, ma possederle con sufficiente maturità da esporle al confronto senza trasformarle in strumenti di esclusione. Lo «spazio gentile» può allora diventare più di una formula suggestiva e indicare un metodo della convivenza. I conflitti maturano anche nel linguaggio e nella progressiva incapacità di riconoscersi. Intervenire sul terreno della cultura significa agire prima che la distanza diventi ostilità. Loreto ha ricordato che proprio da questo spazio, fragile ma necessario, può tornare il dialogo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire