Perdiamo 338 parole all'anno, perché ci parliamo di meno
Uno studio segnala che conversando meno faccia a faccia il vocabolario si sta restringendo. A scomparire non è soltanto il linguaggio, ma l’abitudine alla presenza dell’altro

Del progressivo impoverimento della comunicazione verbale si parla da tempo: usiamo un numero limitato di parole nonostante l’abbondanza di termini a disposizione, preferiamo le costruzioni sintattiche basiche, non osiamo le sfumature, trascuriamo la precisione. Per non dire della povertà dei contenuti che affidiamo alle parole: spesso la forma è anche sostanza. I ricercatori dell’Università del Missouri sono andati oltre stabilendo con precisione matematica – seppur siano specializzati in psicologia – che ogni anno perdiamo, in media, 338 parole: non sottratte alla lingua, non sono termini estinti o destinati a diventarlo, ma parole non pronunciate. Sostituite dal silenzio.
Che vuoi che siano tre minuti di conversazione in meno? Non molto, è vero, però sono un sintomo. Per anni, le conseguenze di questo arretramento sono state discusse soprattutto in termini sociali: solitudine, comunità che si sfaldano, polarizzazioni, amicizie sempre più rare. Ma – non si può che concordare con gli studiosi americani – la conversazione vocale non serve unicamente a trasmettere informazioni: è anche e soprattutto un’attività che richiede impegno cognitivo. Parlare con qualcuno è più difficile: dobbiamo ascoltare, aspettare il nostro turno per intervenire, capire quello che l’altro sta dicendo, modificare la nostra risposta, tollerare una pausa, un’incomprensione, perfino un punto di vista che non condividiamo. Conversando impariamo – riconosciamo – che l’altro esiste. Il problema è che stiamo diventando silenziosi o, piuttosto, che stiamo perdendo l’allenamento alla presenza dell'altro?
La comunicazione digitale – con tutta probabilità alla base dell’arretramento di quella faccia a faccia – ci permette di essere continuamente in contatto senza necessariamente entrare in relazione. Possiamo rispondere a chi ci interpella quando vogliamo, cancellare, correggere, scegliere la parola più efficace. Il dialogo a tu per tu è irrimediabilmente imperfetto: è qui e adesso, espone, costringe a reagire. A essere presenti a noi stessi e all’altro, che magari non la pensa come noi. Il dato sui giovani rende la questione ancora più interessante: stando alla ricerca chi ha meno di 25 anni oggi pronuncia 451 parole in meno rispetto al passato. E questo perché, quei ragazzi, sono la generazione che ha conosciuto fin dall’infanzia una comunicazione che non prevede la presenza fisica: si può essere in contatto con chiunque, ovunque, comunque. Basta un collegamento alla rete. Ma ciò che abbiamo trasferito sugli schermi non conserva tutti i benefici della verbalizzazione, del dire a piena voce. Dalle chiacchiere – anche le più inutili – dipendono cose che inutili non sono: sono un esercizio di democrazia, stimolano la capacità di pensare, di entrare in relazione con il prossimo e, attraverso questo, di costruire la nostra identità.
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