Cosa insegna il trionfo dell'Afd in Sassonia alle forze democratiche d'Europa

L’affermazione dell'AfD in Sassonia-Anhalt è un segnale della crisi del centro politico tedesco. Tra gli errori di Merz e il malcontento sociale, un allarme per l’Europa
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September 7, 2026
Cosa insegna il trionfo dell'Afd in Sassonia alle forze democratiche d'Europa
Una protesta presso la Porta di Brandeburgo a Berlino dopo la vittoria del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) alle elezioni statali in Sassonia-Anhalt/ REUTERS
Su un punto l’Afd ha ragione: quando definisce «storico» questo 6 settembre 2026. Perché quello che è accaduto in Sassonia-Anhalt non ha precedenti nel Dopoguerra: un partito dichiarato dai servizi tedeschi (a livello locale) «accertato come estremista di destra» è a un passo dal conquistare il potere regionale. Se il trionfatore di questa tornata elettorale, Ulrich Siegmund, riuscirà a trovare i tre seggi mancanti per la maggioranza, la Germania federale nata sulle ceneri del Terzo Reich all’insegna del «mai più» si ritroverà con un governatore in odore di neonazismo, con un programma all’insegna di deportazioni di migranti e classi separate per i richiedenti asilo, lo stop ai fondi alla tv pubblica, una guerra aperta alla cultura «non tedesca» rafforzata da lezioni sull’«amore per popolo e patria». E se alla fine Siegmund non riuscisse a formare un governo, l’alternativa sarebbe un’accozzaglia di partiti così eterogenei da prefigurare un ritorno alle urne che regalerebbe probabilmente all’Afd un trionfo ancora maggiore.
La Sassonia-Anhalt, si dirà, è un piccolo land di appena due milioni di abitanti. Il problema è che quanto accaduto nella regione rappresenta il culmine di un fenomeno molto più grande, preceduto per altro da una crescente serie di successi: alle europee del 2024, alle politiche del 2025 e in varie tornate locali. Fra pochi giorni, il 20 settembre, si vota in Meclemburgo dove l’Afd è ampiamente in testa nei sondaggi (tra il 35 e il 37%, la Cdu sotto il 10%). A livello federale, sempre nei sondaggi, l’Afd si attesta al 28%, dato in crescita, mentre la Cdu si ferma ben distaccata al 21%, dato in calo. È questa l’ultima fotografia dello straordinario fallimento di un centro democratico paralizzato dal terrore dell’estrema destra e a corto di risposte concrete per la gente. Un fallimento che secondo molti osservatori ha per protagonista il cancelliere Friedrich Merz il quale, nel 2018, prometteva di «dimezzare l’Afd» e invece rischia oggi di trovarsi dimezzata la sua Cdu.
Come troppi altri in Europa, Merz ha creduto di poter battere l’estrema destra sul suo terreno, facendo la faccia feroce contro i migranti, silurando di fatto una delle grandi conquiste dell’Europa, lo spazio senza frontiere di Schengen. Non è servito a niente, se non a danneggiare l’Ue e legittimare ulteriormente l’Afd (l’Austria insegna). Ha altresì deluso, il governo Merz: poche delle promesse elettorali stanno vedendo la luce, lo strombazzato rilancio del Paese annaspa, i mega investimenti infrastrutturali con un gigantesco fondo sono appena agli albori. E intanto alcune riforme fanno infuriare proprio le classi più povere, spingendole verso l’estrema destra (ad esempio l’idea di cassare l’accesso alla pensione senza decurtazioni dopo 45 anni di lavoro o l’obbligo di certificato medico dal primo giorno di malattia). Secondo i sondaggi, tra le motivazioni dell’elettorato della Sassonia-Anhalt a votare Afd l’87% ha citato l’insoddisfazione per il governo federale, l’84% la delusione per la Cdu. Che una parte del partito sia stufo di Merz, sempre più impopolare, è noto: da mesi gira il nome di Hendrik Wüst, il noto governatore del Nord Reno-Vestfalia, come possibile candidato per un cambio di cancelliere in corsa. E intanto c’è chi nella Cdu flirta con l’idea di alleanze con l’Afd, sul modello austriaco. La colossale batosta di domenica, del resto, fa scricchiolare la coalizione Cdu-Spd a Berlino, con i socialdemocratici che chiedono revisioni alle impopolari riforme. Una rottura sarebbe un regalo all’Afd.
Per l’Europa è suonato l’ennesimo campanello d’allarme. I vertici del partito non fanno mistero di volere l’uscita da euro e Schengen, la fine delle sanzioni alla Russia e del sostegno all’Ucraina. Sono in tanti a temere che, se non nel 2029, al più tardi nel 2033 potremmo vedere a Berlino un governo Afd. Insieme con la possibile vittoria di Marine Le Pen in Francia, sarebbe il colpo di grazia all’Ue e all’Europa per come tre generazioni l’hanno conosciuta. Non un destino ineluttabile, ma le forze democratiche dovranno cambiare registro e riuscire a intercettare la domanda di protezione della gente comune senza inseguire l’estrema destra sul suo terreno. Così, ad esempio, Péter Magyar ha battuto Orbán in Ungheria, così Rob Jetten ha superato Wilders in Olanda.

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