
Un Paese che vuole attrarre e trattenere i talenti non può permettersi di lasciarne indietro metà. Valorizzare le competenze femminili non è soltanto una questione di equità, che sarebbe già una ragione decisiva, ma è anche una condizione di competitività, innovazione e crescita. Ogni volta che una donna qualificata rinuncia a un percorso professionale, abbandona la ricerca, rinvia un progetto imprenditoriale o non raggiunge un ruolo di responsabilità, a perdere non è soltanto lei. È un fallimento dell’intero sistema. I dati raccontano una distanza ancora profonda tra l’Italia e il resto d’Europa. Nel 2024, il divario tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile era di 17,4 punti percentuali nel nostro Paese, il più alto dell’Ue e quasi il doppio della media europea, pari a 9,1 punti. Nell’Unione europea lavora il 70,8% delle donne, contro l’80,8% degli uomini. L’Italia non soltanto occupa meno donne, ma non riesce a tradurre la loro formazione in partecipazione, autonomia e crescita professionale.
Il problema non è l’assenza di talento. Le studentesse si laureano prima e meglio dei loro colleghi. Abbiamo le aule più femminili e gli uffici più maschili d’Europa. Tra il giorno della laurea e il primo ruolo di responsabilità l’Italia perde cinquant’anni. È lì che il percorso si interrompe o rallenta, quando arrivano i primi contratti, le responsabilità familiari, la maternità, la necessità di conciliare i tempi del lavoro con quelli della vita. La selezione raramente è esplicita. Si manifesta attraverso carriere più lente, retribuzioni inferiori (tra i laureati il divario raggiunge il 16%, ci racconta l’Istat), minori opportunità di accesso alle reti professionali e una presenza ancora troppo ridotta nei luoghi in cui si prendono le decisioni. Questa distanza è particolarmente evidente nei settori scientifici e tecnologici, proprio quelli destinati a orientare la crescita futura. Se le donne restano ai margini nei luoghi dove si progettano l’Intelligenza artificiale, la medicina del futuro, le tecnologie energetiche e la trasformazione digitale, l’innovazione sarà meno capace di interpretare la complessità della società. Gruppi di ricerca, imprese e istituzioni composti da persone con esperienze diverse leggono meglio i bisogni, individuano problemi che altrimenti resterebbero invisibili e progettano soluzioni più efficaci. Un’innovazione pensata da metà della popolazione è parziale già nel suo disegno. Per questo la valorizzazione dei talenti femminili deve cominciare dall’università e dalla ricerca, con criteri di selezione trasparenti, valutazioni capaci di riconoscere percorsi non lineari, accesso equo ai finanziamenti, programmi di mentoring e figure autorevoli che sostengano concretamente la crescita delle ricercatrici.
Non basta, però, accompagnare le donne fino alla porta dell’università o dell’impresa. Occorre che possano attraversarla e proseguire il cammino, ed è qui che entra in gioco l’organizzazione del lavoro. La maternità non può essere considerata un problema individuale delle donne, né una variabile privata di cui ciascuna deve farsi carico da sola. È una questione che riguarda la qualità delle istituzioni, delle imprese e delle politiche pubbliche. La parità non può essere affidata alla sola forza di volontà individuale. Ha bisogno di condizioni concrete, che un Paese deciso a trattenere i talenti deve offrire. Significa servizi per l’infanzia, congedi realmente condivisi, flessibilità non penalizzante, scuole e trasporti efficienti, assistenza agli anziani e abitazioni accessibili. Non si tratta di costruire percorsi privilegiati, ma di rimuovere gli ostacoli che oggi impediscono a molte donne di trasformare le proprie competenze in carriere e responsabilità.
La questione riguarda anche le imprese. La presenza femminile nei ruoli decisionali non è soltanto un indicatore di inclusione, ma una risorsa per la qualità delle scelte, perché le aziende che sanno valorizzare competenze diverse comprendono i mercati, attraggono professionalità qualificate e costruiscono ambienti di lavoro innovativi. La leadership femminile non è né una concessione né un obiettivo simbolico. È una componente della competitività. La sfida è allora trasformare la valorizzazione del talento femminile in una politica strutturale, in un ecosistema in cui una ragazza possa scegliere una facoltà scientifica senza sentirsi fuori posto, una ricercatrice possa costruire una carriera senza essere penalizzata dalla maternità, una professionista possa accedere ai ruoli apicali e un’imprenditrice possa ottenere credito, reti e opportunità. L’Italia non può permettersi di formare donne competenti per poi costringerle a scegliere tra lavoro e vita, tra ambizione e famiglia. Il talento femminile non è una riserva da mobilitare in futuro. È una ricchezza già presente. La competitività non si misura dal numero di donne che entrano nel mercato del lavoro, ma dalla possibilità che hanno di restarvi, crescere e assumere responsabilità. Un Paese innova quando nessuna competenza viene lasciata ai margini e ogni persona può trasformare il proprio talento in un progetto di vita. Anche da questa capacità dipenderà il futuro dell’Italia in Europa.
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