Arrivati altri 80 detenuti mafiosi: il caso 41-bis scuote la Sardegna
di Maria Lucia Andria, Cagliari
Nelle ultime ore altri boss sono stati trasferiti nell’istituto di Cagliari-Uta, una quota che si aggiunge ai reclusi in regime duro già presenti in altri penitenziari della regione. Persone in cella al massimo storico nell’isola

Il mare come muro. C’è un’isola che per decenni ha chiesto ponti e ha ottenuto distanze. Ieri lo Stato ha finalmente riconosciuto quella distanza: l’ha trovata utile. Ottanta boss, quattro aerei, un carcere blindato a venti chilometri da Cagliari. Il mare che isola i sardi è diventato il mare che isola le mafie. E la Sardegna, per una volta, avrebbe preferito restare lontana.
Con l’arrivo dei detenuti al 41 bis nel carcere di Cagliari-Uta si riaccende lo scontro fra Regione e Governo. I primi quaranta sono atterrati la mattina del 5 settembre all’aeroporto militare di Decimomannu; altri quaranta li hanno seguiti a distanza di poche ore. Trasportati su velivoli della Guardia di finanza, sono stati scortati fino all’istituto, con le strade presidiate e l’area del penitenziario blindata. Oltre il dispositivo di sicurezza, restano le domande sulle conseguenze per il territorio e per un sistema carcerario già sotto pressione.
«Il governo ha preferito procedere in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia», attacca la presidente della Regione Alessandra Todde. La governatrice riferisce di aver scritto nuovamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio il 4 agosto, chiedendo gli atti e i criteri della concentrazione nell’Isola di una quota rilevante del circuito del 41 bis. «Nessuna risposta», denuncia. E accusa il Governo di lasciare alla Sardegna il peso delle proprie decisioni senza chiarire come intenda sostenerne le conseguenze.
Todde distingue però il merito dello strumento antimafia dalla sua applicazione: «Il 41-bis è uno strumento fondamentale contro la criminalità organizzata». La contestazione riguarda la scelta territoriale e il mancato confronto, in presenza di istituti sovraffollati, organici insufficienti e servizi sanitari sotto pressione. «Abbiamo combattuto perché l’insularità fosse riconosciuta in Costituzione. È inaccettabile che oggi proprio il fatto di essere un’isola diventi uno svantaggio da far pagare alla Sardegna».
A lanciare per primo l’allarme era stato Mauro Pili, ex presidente della Regione, che da tempo denuncia la concentrazione dei detenuti al 41 bis nell’isola. Pili aveva anticipato sui social l’operazione e ha poi pubblicato i filmati dell’arrivo. Parla di «un atto criminale dello Stato contro la Sardegna» e definisce la decisione «tecnicamente sbagliata, strategicamente dissennata e politicamente inaccettabile». Al centro della sua denuncia c’è il timore delle ricadute sul territorio: «Il pericolo di infiltrazioni nel tessuto economico e sociale sardo è concreto e non può essere sottovalutato». Pili richiama i segnali di penetrazione criminale nel Nord dell’isola e chiede di rafforzare la vigilanza, contrastando la scelta «con ogni mezzo democratico e istituzionale».
Il programma prevede l’arrivo complessivo di 92 detenuti al 41 bis. Il reparto speciale di Uta è stato inaugurato da Nordio il 23 luglio. Per il Guardasigilli, il nuovo padiglione, autonomo rispetto agli altri circuiti, rappresenta un passo nel rinnovamento delle carceri, coniugando «la sicurezza del detenuto con l’umanizzazione della pena, anche nei trattamenti più rigorosi». Il ministro aveva annunciato ulteriori interventi anche nelle strutture ordinarie.
Interpellato sulla vicenda, l’ufficio stampa del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fatto sapere che, per il momento, preferisce non rilasciare dichiarazioni.
Intanto, l’associazione Socialismo Diritti Riforme denuncia la saturazione del sistema sardo. Al 31 agosto i dati ministeriali indicano 2.451 presenze per 2.583 posti regolamentari, ma circa 300 posti a Badu e Carros sono indisponibili per lavori. A Uta, prima dei nuovi arrivi, si contavano 748 detenuti per 561 posti, con un affollamento del 133,3%. «Nulla è cambiato per il personale medico,
infermieristico e della sicurezza», avverte la presidente Maria Grazia Caligaris. Numeri e carenze che riportano il confronto alle condizioni quotidiane di chi è recluso e di chi lavora in carcere.
Sul fronte della sicurezza interviene la Fns Cisl Sardegna. «Gli uomini e le donne del Corpo non possono essere esposti ad ulteriori rischi per effetto della divulgazione preventiva di informazioni operative», afferma il segretario regionale Giovanni Villa. Il sindacato chiede al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di accertare se le informazioni diffuse corrispondessero alla pianificazione e, in caso affermativo, come siano diventate pubbliche prima della conclusione delle operazioni. Chiede inoltre personale e mezzi adeguati: la tutela degli agenti e l’assistenza alle persone detenute restano i nodi concreti con cui misurare la sostenibilità dei trasferimenti.
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