Limitare l’accesso ai social è rassicurare o educare?
Il confronto acceso che si è avuto in Francia invita a riflettere sugli effetti delle norme. Perché le leggi possono limitare alcuni rischi, ma la maturazione personale nasce da un progetto educativo

L’acceso confronto che si è avuto in Francia intorno alla necessità di vietare ai minori di 15 anni l’accesso ai social, con la legge votata dal Parlamento poi stoppata dalla Corte costituzionale, rappresenta soltanto l’ultima tappa di un dibattito consolidato nell’opinione pubblica occidentale. I due commenti di Alberto Pellai e Stefania Garassini pubblicati su questo giornale il 23 luglio ne sono una testimonianza significativa. Pellai non entra direttamente nel merito del provvedimento, ma auspica un ridimensionamento della digitalizzazione della scuola, ritenuta troppo accelerata e rivelatasi, alla luce dei risultati dei test Invalsi 2026, incapace di produrre i benefici attesi. Garassini, invece, guarda con favore alla legge francese e spera che anche l’Italia possa seguire il cammino inaugurato dall’Australia nel dicembre 2025, sostenendo che, accanto a un investimento educativo, sia necessaria una cornice normativa capace di sostenere le famiglie e responsabilizzare le grandi piattaforme digitali.
Sono posizioni legittime e certamente ispirate da una sincera preoccupazione. Tuttavia, entrambe sembrano condividere un medesimo presupposto: osservare il digitale prevalentemente attraverso la lente del rischio, della tutela e della regolazione. È un paradigma comprensibile, ma che rischia di produrre un paradosso: trasformare una questione profondamente umana in un problema essenzialmente tecnologico, giuridico o sanitario. È proprio qui che il dibattito mostra il suo limite. Continuiamo, infatti, a riflettere sul digitale come se fosse uno strumento esterno all’esistenza quotidiana, come qualcosa che si può semplicemente accendere o spegnere, usare oppure proibire. Si tratta di una visione riduttiva che impedisce di coglierne l’essenza autentica: essere una dimensione esperienziale permanente, che riflette, nel bene e nel male, la complessità dell’umano e del sociale. Per questo motivo il frequente paragone tra automobile e smartphone appare solo in parte convincente. La prima è un mezzo: la si utilizza per raggiungere una destinazione e poi la si parcheggia. Un telefono connesso ai social, invece, non è semplicemente un oggetto che impieghiamo per svolgere una funzione, ma è la porta di accesso a una pluralità di contesti e opportunità che continuano a esistere pure quando il dispositivo viene – ormai sempre più raramente – spento. Le relazioni proseguono, le conversazioni continuano, le informazioni si condividono, le comunità si organizzano, le identità si costruiscono e mutano indipendentemente dalla presenza online. Ridurre il tema alla possibilità di vietare l’accesso ai social rischia di essere una risposta tanto rassicurante quanto illusoria, perché sposta il focus dalla formazione delle persone al controllo degli strumenti.
Le leggi possono limitare alcuni rischi, definire quadri di tutela e orientare comportamenti, ma la maturazione personale nasce da un progetto educativo, capace anzitutto di abbattere il pregiudizio che il digitale rappresenti una parentesi della vita e di riconoscerlo, invece, come una componente costitutiva e strutturale dell’esistenza. In questa prospettiva è interessante anche il riferimento di Garassini all’indagine promossa dalle Consulte provinciali degli studenti del Veneto e riportata da Skuola.net. I circa settecentomila studenti coinvolti sono liceali, dunque giovani ai quali il divieto non si applicherebbe. Eppure mostrano un’attenzione verso i più piccoli, una sensibilità che non nasce da un obbligo né da un’imposizione giuridica. È una consapevolezza che matura attraverso percorsi di studio, socializzazione, confronto con i pari, ma anche con adulti ed esperti. Questo dato suggerisce, dunque, che il senso di responsabilità non scaturisce semplicemente da una norma, ma può originarsi e consolidarsi attraverso processi formativi e socio-culturali. È questa, probabilmente, la sfida più urgente: non costruire una società che difenda o guarisca i giovani dal digitale, ma una società che riconosca nell’educazione la propria priorità e, nella quale ciascuno si senta chiamato a fare la propria parte. Perché il problema non è educare al digitale. Il problema, oggi come ieri, è educare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





