I risultati dei test Invalsi chiedono di ripensare il digitale a scuola

Consolidate pratiche educative analogiche sono state dismesse troppo in fretta, a favore di nuovi strumenti, ma oggi la loro mancanza sembra aver prodotto un grave danno
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July 23, 2026
I risultati dei test Invalsi chiedono di ripensare il digitale a scuola
/ ICP
La pubblicazione degli esiti Invalsi per l’anno 2026 ha rivelato che gli apprendimenti degli studenti italiani si trovano ancora in “zona molto critica”. Dopo il crollo degli stessi negli anni della pandemia dovuti alla scuola da remoto, ci si aspettava nell’ultimo triennio una crescita e una ripresa delle competenze degli studenti, che secondo i dati Invalsi non è avvenuta. Dopo la pubblicazione dei dati 2026, molti esperti, incluso il sottoscritto, hanno provato a fornire spiegazioni e interpretazioni. Personalmente, ritengo che anche questi dati spingano ad una revisione importante della digitalizzazione degli ambienti scolastici, troppo accelerata, rivelatasi inefficace e oggi ulteriormente amplificata dalla pressione che a livello internazionale chiede di far entrare l’Intelligenza Artificiale in tutte le scuole del mondo, con enormi investimenti finanziari e grande vantaggio per le Big Tech.
Jared Cooney Horvath ha da poco pubblicato, negli Stati Uniti, un saggio intitolato The Digital Delusion che, analizzando i dati internazionali ad oggi disponibili, ha rivelato come la massiccia digitalizzazione degli ambienti scolastici abbia danneggiato gli apprendimenti degli studenti in tutto il mondo e in tutti gli ordini di scuola. Oggi gli studi epidemiologici, comportamentali, di valutazione degli apprendimenti raccontano un’usura progressiva dell’età evolutiva su tutti i fronti. Ovvero, quanto prima e quanto più intensamente un minore utilizza uno strumento digitale, tanto più gli indicatori che misurano la sua salute e i suoi apprendimenti peggiorano. Molti genitori constatano quanto il digitale sia pervasivo e additivo per i loro figli: ne hanno evidenza quotidiana e diretta e si sentono impotenti a governarne l’ingaggio dopaminergico. Ma ogni volta che si prova a correlare l’impatto del digitale col declino della salute mentale e con il depotenziamento cognitivo in età evolutiva (e non solo), immediatamente molti specialisti sentono l’urgenza di ribadire che il problema non sta lì, perché correlation is not causation (nuovo mantra del terzo millennio), perché il problema è multidimensionale e complesso (cosa assolutamente vera, ma proprio perché multidimensionale va definito con precisione che peso gioca la dimensione digitale che in base a molte evidenze scientifiche sembra essere molto rilevante).È chiaro che i punteggi dell’Invalsi sono anche determinati da una presenza sempre crescente di minori appartenenti a famiglie fragili, spesso di origine straniera e connotate da un livello socio-culturale molto basso. Per molti, questo è uno dei fattori più rilevanti che spiegherebbe la non crescita (e in molti casi il peggioramento) degli indicatori di apprendimento. Ovvero la questione sarebbe sociale e non digitale. Però, se andiamo a vedere molte ricerche (per esempio Eyes Up coordinata da Milano Bicocca) si scopre che proprio i minori appartenenti alle famiglie più fragili sono quelli che hanno un ingresso più precoce e un uso più intenso nel/del digitale, che a sua volta correla con un decadimento del profitto scolastico più evidente rispetto agli altri coetanei – appartenenti a condizioni famigliari più avvantaggiate.
All’inizio del terzo millennio il concetto di digital divide e il motto “digitale per tutti” ha usato proprio la scuola per dotare di strumenti digitali (tablet) moltissimi minori che non li avrebbero potuti avere in altro modo. In molte nazioni del mondo, la scuola ha reso un servizio enorme alle Big Tech, trasformando il tablet in uno dei principali strumenti di apprendimento, a scapito di libri cartacei e scrittura carta-matita. Oggi proprio i minori che dovevano essere salvati dal rischio del digitale divide , appartenenti a famiglie più svantaggiate, sono quelli che hanno i peggiori indicatori di apprendimento. La scuola digitale a loro ha reso un pessimo servizio. Negli ultimi vent’anni la scuola, in tutto il mondo, ha investito in digitale milioni e milioni di dollari/euro senza ottenerne alcun vantaggio. Al tempo stesso, pratiche educative analogiche sono state dismesse e la loro mancanza sembra aver prodotto un grave danno. Per questo oggi si auspica un ripristino di ciò che si è tolto e un ridimensionamento di ciò che si è aggiunto, spendendo enormi cifre senza averne alcun vantaggio.
Oggi vogliamo studi di popolazione ampi e ben condotti che ci dimostrino che inserire l’intelligenza artificiale in un sistema scolastico, migliora gli apprendimenti degli studenti a cui viene proposta. Perché, attualmente, quello che sappiamo è che gli studenti che hanno in mano strumenti dotati di chatbot, ne fanno un uso tutt’altro che vantaggioso. Purtroppo si continua a proporre il digitale come strumento utile alla didattica, ma in realtà in tempi rapidissimi esso diventa un ambiente di vita che sposta i minori dall’uso che serve all’uso che danneggia. La sfida è enorme: vederla e affrontarla non significa essere tecnofobici, ma consapevoli e garanti dei diritti dei minori.

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