Lungo la frontiera, sul Giordano, dove la siccità spaventa più dei missili
di Nello Scavo, inviato ad al-Karameh
Le basi Usa in Giordania restano nel mirino dell'Iran e il fiume non basta più a dissetare il Paese. Tra crisi idrica, masse di profughi e diplomazia, i cittadini vivono sospesi nell’attesa del prossimo attacco

Nella terra dell’attesa il fiume è lì, sotto al ponte che scavalca il confine d’acqua dolce. Più che vederlo lo si intuisce tra i canneti e le recinzioni militari. Il Giordano ha dato il nome a un Paese, ma non basta più a dissetarlo. E intanto si aspetta: i raid iraniani, le ore in coda per un visto, il turno settimanale per riempire le taniche, perfino il permesso di andarsene per sempre.
Neanche sul nome del valico si è trovato un accordo. Per Israele è il “Ponte Allenby”, dal generale britannico che lo edificò nel 1918. Sulla sponda opposta la Giordania lo riconosce come “Ponte di Re Hussein”, mentre per la Palestina è il “Ponte di Al-Karameh”. Per tutti è il posto dove si aspetta: i raid iraniani, le ore in coda per un visto, il turno settimanale per riempire le taniche, perfino il permesso di andarsene per sempre.
Una nuova ondata di attacchi ieri. Secondo le autorità militari, quattro missili sono stati intercettati e due sono caduti in aree disabitate, mentre tutti e quattro i droni sono stati abbattuti. Nelle prime due settimane dell’escalation Usa-Iran erano già stati rilevati oltre 200 missili e droni, in gran parte intercettati. In un territorio grande quasi quanto Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana insieme, si concentrano basi statunitensi, reparti giordani e una rete di difesa aerea diventata negli ultimi mesi uno dei bersagli della strategia iraniana. Nel Regno operano quasi 4mila militari statunitensi, secondo le stime pubbliche precedenti all’ultima escalation. La principale installazione è “Muwaffaq Salti”, ad Azraq, una base per caccia, droni, trasporto e rifornimento. Poi c’è la “Tower 22”, vicino al confine con Siria e Iraq. Gli Stati Uniti utilizzano inoltre il centro per operazioni speciali “Kasotc”, vicino alla capitale Amman, e strutture logistiche ad Aqaba. Non esiste un elenco ufficiale completo poiché il dispositivo comprende basi giordane, avamposti e installazioni temporanee.
La geografia concede poco margine. A ovest ci sono Israele e la Cisgiordania. A nord la Siria. A est l’Iraq. A sud il Mar Rosso e Aqaba, diventata insieme porto commerciale, nodo energetico e futura capitale dell’acqua giordana. I droni iraniani si affacciano di solito all’alba e dopo il tramonto. Il firmamento che nel buio si può disegnare con le mani si popola di intercettori lanciati dalle batterie di difesa, da aerei americani che decollano dalle basi nel deserto, dalle esplosioni che non si sa mai da che parte arrivano. Nella valle attraversata dal Giordano, l’acqua non si misura in metri cubi. Si calcola nel tempo che manca al prossimo turno, quando finalmente la pressione torna nelle tubature e le pompe si mettono in funzione tutte insieme. Le famiglie riempiono i serbatoi, gli agricoltori aprono le condotte per irrigare, poi ricomincia il conto alla rovescia. Tutti hanno un motivo per aspettare. I profughi palestinesi dell’altro secolo che vorrebbero almeno poter morire lì dove sono stati scacciati. I sindaci del Regno hashemita che attendono il rispetto degli accordi idrici con Israele. E nelle loro tende slabbrate dalle folate di vento che sa di fornace, circondati da capre che saltano tra sassi incandescenti, i beduini aspettano la guerra come si attende con rassegnazione il ritorno certo di un ospite indesiderato.
Ma è dal rubinetto più che dalle sirene d’allarme che le famiglie misurano il grado di pericolo. «La gestione dell’acqua non è più soltanto una questione tecnica, ma di sicurezza nazionale», ha spiegato il ministro delle Risorse idriche Raed Abu Saud presentando il piano estivo e il progetto del National Water Carrier, la grande infrastruttura che dovrà pompare acqua desalinizzata dal Mar Rosso fino ad Amman. L’Unicef colloca la Giordania tra i Paesi sottoposti alla più grave pressione idrica al mondo. Ogni abitante dispone di 61 metri cubi di acqua rinnovabile all’anno, contro i 500 che definiscono la soglia della scarsità assoluta. A peggiorare il quadro contribuiscono il cambiamento climatico, la crescita demografica e una rete di distribuzione colabrodo. Finisce che ogni litro viene contato due volte, dovendo trattare le acque reflue poi destinate all’agricoltura. Anche la politica sembra seguire lo stesso principio: distribuire risorse, con cautela. Il Regno hashemita continua a mantenere il coordinamento strategico con Washington, mentre Re Abdallah garantisce la preservazione del trattato di pace con Israele, dialoga con le monarchie del Golfo e cerca di non rompere definitivamente con nessuno degli altri attori regionali. Una diplomazia costruita sull’equilibrio più che sulle alleanze. «La Giordania ha imparato a gestire le crisi, non a eliminarle», osserva Marwan Muasher, già ministro degli Esteri ed ex vice primo ministro.
Da sfamare ci sono oltre 2,39 milioni di profughi registrati dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i palestinesi: circa un abitante su cinque. Considerando anche i cittadini giordani di origine palestinese le stime oscillano tra la metà e circa il 60 per cento della popolazione. Tornare in Palestina è impossibile. La frontiera è controllata da Israele, che concede con il contagocce i permessi di transito, mentre anche le vie per lasciare il Medio Oriente si stanno chiudendo. Per gli altri rifugiati presenti nel Regno, a cominciare dai siriani, nel 2025 solo 1.494 persone sono state reinsediate all’estero, il 79 per cento in meno rispetto all’anno precedente, mentre altre 365 hanno ottenuto visti umanitari, ricongiungimenti o opportunità di studio e lavoro. Solo Australia, Canada, Francia e Nuova Zelanda hanno mantenuto quote disponibili. Ai piedi del Monte Nebo gli agricoltori delle Sorgenti di Mosè caricano sui carri zucchine e pomodori prima che il caldo rovini il raccolto. Osservano il cielo non soltanto per reclamare la pioggia, ma per presentire i suoni della guerra. Alla fine della giornata, nella Valle del Giordano, il sole scende dietro le alture della Palestina. Per tanti profughi palestinesi oggi è quella la “Terra Promessa”, non la distesa avvistata da Mosè dietro al Mar Morto. Si scorgono le luci di Gerusalemme e Ramallah, vicine e contrapposte. Il posto di confine di Allenby è già chiuso e riaprirà al mattino, con orari stabiliti dai volatili criteri di sicurezza, in una specie di lotteria per poterlo attraversare. E il Giordano continua a scorrere, anemico e invisibile, mentre la gente del Regno attende tutto quello che qui significa attesa.
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