Un anno e mezzo dopo la caduta di Assad ci sono più interessi che risorse per ricostruire la Siria

I costi della riedificazione risultano insostenibili per una nazione piegata da povertà
e disoccupazione. E gli investimenti dall’estero sono mossi da interessi geopolitici
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July 22, 2026
Un anno e mezzo dopo la caduta di Assad ci sono più interessi che risorse per ricostruire la Siria
Edifici in macerie
alla periferia
di Damasco: fuori
dal centro storico,
anche la capitale
è da ricostruire/ Dachan
A un anno e mezzo dalla caduta del regime di Bashr al-Assad per mano del gruppo islamista ribelle guidato dall’attuale leader, Ahmed al-Sharaa, la Siria si trova in una fase di transizione che molti osservatori arabi definiscono «la più complessa dalla fine del mandato francese». Le città portano ancora i segni della distruzione ma la società civile – soprattutto quella nata negli anni della rivoluzione – sta cercando di ridefinire il proprio ruolo. Le testate siriane indipendenti parlano spesso di una «fase post-paura», un momento in cui la popolazione tenta di riappropriarsi dello spazio pubblico dopo decenni di repressione. Secondo la Syrian Network for Human Rights, oltre 154mila persone risultano ancora scomparse o detenute in modo arbitrario dal 2011, circa 300mila dall’ascesa della dinastia al-Assad. Le infrastrutture essenziali – acqua, elettricità, ospedali, scuole – sono danneggiate per più del 40 per cento. L’amministrazione transitoria ha creato organismi per gestire la giustizia, riformato la sicurezza e avviato la ricerca di chi è sparito, ma la strada è lunga e disseminata di ostacoli politici, economici e sociali. In questo scenario, racconteremo la Siria di oggi in sei puntate, una per ogni tema chiave del suo “nuovo corso”: la ricostruzione, il protagonismo femminile, la questione degli scomparsi, la giustizia transitoria, la ridefinizione della politica interna ed estera e il nodo dei profughi e degli sfollati.
La Siria sta cercando con tutte le forze di rialzarsi e di scrivere un nuovo capitolo della sua storia, che nasce sulle macerie della guerra e aspira alla pace. Questo percorso si sviluppa anche attraverso la ricostruzione. È necessario ripristinare non solo le infrastrutture, i quartieri residenziali, i villaggi e la città ma anche il tessuto sociale di una comunità umana caratterizzata da diversità etniche e religiose che vuole trovare una nuova coesione. Quale delle due sarà più impegnativa e richiederà più tempo non è facile saperlo. Entrambe richiedono come presupposto la stabilità e l’equità, garanzie di giustizia e libertà e riconoscimenti di diritti universali; entrambe sono indispensabili perché il grigio e le macerie, come il dolore e la paura, diventino un ricordo che, seppur indelebile, deve lasciare spazio alla rinascita, alla speranza. La ricostruzione dovrà tenere insieme pietra, memoria e futuro.
La Banca mondiale ha provato a chiarire in numeri le conseguenze provocate da oltre un decennio di bombardamenti. Analizzando i dati raccolti tra il 2011 e il 2024, descrive un Paese che ha perso quasi un terzo del suo capitale fisico. Significa che ciò che teneva insieme la vita quotidiana dei cittadini è stato in larga parte distrutto. La stima complessiva delle distruzioni materiali dirette è di 108 miliardi di dollari. Di questi, 52 miliardi riguardano le infrastrutture: strade interrotte, ponti crollati, ferrovie inutilizzabili, centrali elettriche devastate, acquedotti danneggiati, reti di telecomunicazione inagibili. I danni agli edifici residenziali si stimano in oltre 33 miliardi. Quartieri interi di Aleppo, Homs, della periferia di Damasco, di Idlib, Deir Ezzor e Raqqa sono stati ridotti a scheletri di cemento. Quelli agli edifici non residenziali – scuole, ospedali, uffici pubblici, strutture commerciali – ammontano invece a 23 miliardi.
La ricostruzione è un’impresa che supera di gran lunga le capacità economiche del Paese, dove il tasso di disoccupazione è alto e la povertà dilaga. La Banca mondiale stima che per riportare in vita ciò che è stato distrutto serviranno tra i 140 e 345 miliardi di dollari. L’ Arabian Gulf Business Insight , parla di cifre ancora più alte: tra 600 e 900 miliardi di dollari, includendo non solo la ricostruzione fisica ma anche la riattivazione economica e sociale del Paese.
La Siria sta attraversando anche una profonda trasformazione economica e finanziaria, segnata dall’allentamento delle sanzioni occidentali e da un graduale ritorno nei circuiti globali, dopo oltre un decennio di isolamento. La revoca definitiva del Caesar Act da parte del Congresso statunitense nel dicembre 2025 ha rappresentato una svolta. Le banche siriane ora possono riconnettersi al sistema internazionale dei pagamenti, in particolare alla rete Swift, riattivando anche i pagamenti transfrontalieri.
Oggi anche la ricostruzione della Siria si sta trasformando in una partita geopolitica: ogni investimento porta con sé una strategia. L’Unione Europea è il principale attore istituzionale, con 175 milioni di euro di stanziamenti per la ripresa socio‑economica. Parallelamente, le monarchie del Golfo, che avevano chiuso le proprie frontiere ai rifugiati siriani, stanno ridefinendo la loro influenza nel Paese, sbandierando, adesso, sentimenti di fratellanza e partecipazione. L’Arabia Saudita ha annunciato 6,4 miliardi di dollari distribuiti in 47 accordi, con investimenti chiave negli aeroporti di Aleppo e nel settore turistico. Il Qatar guida un consorzio da 7 miliardi per le infrastrutture energetiche; gli Emirati Arabi Uniti puntano sulla logistica, con Dp World impegnata in un progetto da 800 milioni per il porto di Tartus. Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno annunciato un milione di dollari di investimenti. La Turchia, invece, li frammenta in centinaia di progetti gestiti da ministeri, municipalità, fondazioni religiose e consorzi privati, facendo così ulteriormente leva sulla sua capacità di penetrazione e influenza in Siria, con stanziamenti tra 2 e 3 miliardi di dollari.
Gli analisti concordano nel dire che le comunità più colpite non sono solo quelle che hanno visto la distruzione fisica delle proprie case e città, ma quelle che hanno subito sfollamenti multipli, perdita di reti sociali, impoverimento, isolamento e che non sembrano ancora rientrare nelle strategie e negli interessi dei grandi investitori.
Il think tank Omran Center sottolinea la necessità di rafforzare una governance locale inclusiva, coinvolgendo anche le tribù e le comunità rurali come attori di stabilizzazione e creando spazi di riconciliazione.
A preoccupare, al momento, sono soprattutto le fasce più povere della popolazione, quelle che ancor prima del 2011 vivevano in aree informali. Le nuove autorità chiedono l’abolizione di due vecchie leggi (la 66 del 2012 e la 10 del 2018) che, pur presentate come misure di modernizzazione delle città siriane, contemplano “bonifiche” urbanistiche che finiscono per mettere in discussione i diritti dei cittadini alla casa e alla proprietà, anche nel contesto della ricostruzione postbellica.
In alcune città, gruppi di ingegneri e volontari hanno avviato progetti di edilizia a basso costo, concentrando le iniziative di più privati e utilizzando materiali riciclati, un approccio che ha permesso a centinaia di famiglie di rientrare nelle proprie case. Non vanno dimenticati, poi, i siriani rimasti senza casa, pur non avendo mai lasciato la Siria. Circa la metà degli sfollati che abitano nei campi del nord ovest ha ormai abbandonato quegli accampamenti fatiscenti, ma tante, ancora, sono le famiglie che restano e che si sentono abbandonate anche dalle associazioni che davano loro sostegno, ma che hanno scelto di spostarsi in altre aree. Le famiglie che ritornano nelle proprie zone d’origine, spesso, trovano solo macerie. In molte zone mancano ospedali e scuole, distrutti dalle bombe o dal terremoto del 2023. A oggi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, solo il 65% delle strutture sanitarie e il 62% dei centri di assistenza primaria sono pienamente operativi. Tutti questi elementi rallentano, fino a impedirlo, anche il rientro dei profughi e degli imprenditori siriani che hanno delocalizzato le proprie attività produttive durante la guerra.
L’Unhcr documenta 514 iniziative comunitarie realizzate nel 2024 in dodici governatorati, coinvolgendo 4.290 membri di gruppi autogestiti e raggiungendo 1,6 milioni di persone. Queste iniziative includono progetti di convivenza pacifica, attività di risoluzione dei conflitti, spazi sicuri per bambini e donne, campagne di salute pubblica, programmi di supporto psicosociale, iniziative di inclusione per anziani e persone con disabilità. Passi importanti sulla lunga via della ricostruzione di una nuova Siria.

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