A Gaza l'esercito israeliano costruisce nel silenzio un muro che divide in due la Striscia
di Luca Foschi
Come rivelano le foto satellitari di Planet Labs, nel giro di due mesi l’esercito israeliano ha costruito un terrapieno di 23 chilometri «per proteggere le truppe e le comunità del sud dello Stato ebraico»

Nel silenzio fragoroso di oltre mille morti, e della paralisi diplomatica, la provvisoria Linea gialla si è stretta come un cappio intorno all’enclave dentro l’enclave di Gaza, guadagnando le sembianze di un confine definitivo. Nel corso degli ultimi mesi, l’esercito israeliano ha costruito una barriera di terra che corre per più di metà dell’intera lunghezza della Striscia, un solido terrapieno di 23 chilometri accompagnato da una “zona di sicurezza” fornita di apparati di intelligence e tecnologie militari avanzate. A renderlo noto, grazie alle immagini satellitari catturate da Planet Labs Pbc, l’Associated Press. Confermando all’agenzia americana l’esistenza dell’infrastruttura, le forze armate dello Stato ebraico hanno dichiarato che la sua funzione è quella di proteggere le proprie truppe e le comunità israeliane sorte vicino alla frontiera ufficiale di Gaza. Nessun dettaglio è stato concesso sulla lunghezza complessiva della barriera e sul suo percorso. L’osservazione continuata delle immagini satellitari ha fornito tuttavia elementi importanti sui ritmi di costruzione. La massicciata che oggi divide il campo profughi di al-Mawasi dalle macerie della città di Rafah, occupata da Israele, è stata innalzata nelle prime due settimane di luglio, passando dai 500 metri originari a 2,4 chilometri. Un chilometro è stato aggiunto fra il 21 giugno e il 7 luglio. L’edificazione di questo tratto della barriera, iniziata a febbraio, sembra rapidamente distendersi verso Khan Younis, dove andrebbe a congiungersi con il segmento ininterrotto di circa 17 chilometri che serpeggia fino a Gaza City. Più a nord, diversi spezzoni accompagnano la periferia del centro di Beit Lahiya, quasi interamente raso al suolo.

Le immagini raccolte da Planet Labs sembrano mostrare in più punti il superamento della “Linea gialla”, confermando così la tanto dibattuta espansione del territorio occupato delle forze armate israeliane, significativamente aumentato rispetto al 53 per cento che il cessate il fuoco del 10 ottobre scorso avrebbe dovuto congelare. A fine maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affermava di aver dato ordine all’Idf di conquistare il 70 per cento della Striscia. L’edificazione della barriera è stata accompagnata sul versante “israeliano” dalla sistematica demolizione degli edifici palestinesi. Il consolidamento delle posizioni dell’esercito di Tel Aviv nell’enclave sembra confliggere con lo spirito della road map tracciata dall’Amministrazione americana e fondata sulla correlazione fra il disarmo di Hamas e il progressivo ritiro dell’Idf da Gaza. Nelle ultime settimane, lo stallo dei negoziati che coinvolgono il movimento islamico e il Board of peace ha riportato in auge la possibilità di applicare l’articolo 17 del “Piano di stabilizzazione e ricostruzione di Gaza”, secondo il quale l’implementazione del progetto continuerà nelle «aree libere dal terrore e cedute dall’Idf», qualora Hamas operasse per un rifiuto o una dilazione dei passaggi stabiliti. Opzione che condannerebbe gli oltre due milioni di gazawi chiusi in ciò che avanza della Striscia al perpetuarsi dell’insostenibile crisi umanitaria in atto. Forse solo una minacciosa prospettiva per ammorbidire ulteriormente Hamas, determinato a non cedere sui modi del disarmo e l’assorbimento nella nuova amministrazione a guida tecnocratica palestinese (Ncga) dei suoi ex funzionari, compresi gli agenti di polizia, o l’alternativa per questi ultimi di una compensazione economica.
L’esitazione di Hamas è ben rappresentata dal risultato del lungo processo di votazione che ha portato Khalil al-Hayya a diventare il nuovo leader del movimento, imponendosi nel Consiglio della Shura per un solo voto (35 a 34) su Khaled Meshaal, ex capo dell’ufficio politico e rappresentante della diaspora, tradizionalmente più vicina ai paesi del Golfo e alla Turchia. Al-Hayya, capo-negoziatore pragmatico, sembrerebbe rappresentare la linea intransigente che conduce a Teheran. La decisione di Hamas di sciogliere l’esecutivo che per vent’anni ha dominato Gaza, annunciata il 6 luglio, è stata letta come tentativo di spostare le responsabilità dell’inerzia negoziale sul governo Netanyahu. Escluso per volere di Washington dal guadagno elettorale di una partecipazione al conflitto con l’Iran, Tel Aviv potrebbe aver scelto altri ambiti d’incasso in preparazione al voto del 27 ottobre. «Israele non ha nessun interesse a unirsi alla campagna, la situazione attuale è la migliore per noi», ha sorprendentemente affermato Bezalel Smotrich, bellicoso ministro delle Finanze. Domenica, insieme al ministro della Sicurezza Ben-Gvir, a una dozzina fra altri ministri e parlamentari, e a diverse centinaia di entusiasti, Smotrich ha partecipato alla “Marcia delle migliaia” verso Gaza, organizzata dal movimento estremista Nachala per chiedere la rinascita delle colonie israeliane nella Striscia.
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