La forza tranquilla dello Stato sia più forte della propaganda

Venticinque anni dopo il G8 di Genova, con la rottura del patto tra istituzioni e piazza, la sicurezza è diventata un fatto personale. La paura "a casa nostra" ha minato il senso di comunità, la decretazione d'urgenza ha alimentato aspettative ma non ha risolto i problemi. Bisogna sminare il terreno del confronto, abbandonando la sindrome dello sceriffo
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July 22, 2026
La forza tranquilla dello Stato sia più forte della propaganda
Proteste a Bologna lunedì sera per la morte di Fakir Abderrahim, con scontri tra una frangia del corteo e le forze dell'ordine / Ansa
La forza tranquilla di uno Stato si misura dalla capacità di resistere insieme alle tentazioni della propaganda e agli stress test della piazza. Venticinque anni fa, i fatti del G8 di Genova sancirono di fatto la rottura, nella gestione dell’ordine pubblico, tra le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il corretto svolgimento delle manifestazioni, anche di dissenso, e la piazza del Genoa Social Forum. Fu uno strappo drammatico, che per molti attivisti non si è più rimarginato. Oggi lo scenario si è completamente capovolto: dai dibattiti sociali nelle strade si è passati ai discorsi d’odio via social. La sicurezza nei decenni a seguire è divenuta innanzitutto un fatto personale e la dimensione comunitaria è passata in secondo piano.
È un segno dei tempi, ovviamente: la fiducia in “un altro mondo possibile” si è tramutata in paura “a casa nostra”, la rabbia dei singoli e delle minoranze ha preso il sopravvento. In tempi d’opinione pubblica super-fluida, oggi, anche i confini tra quella che una volta avremmo chiamato la società civile “impegnata” e gli individui in libera uscita sono sfumati. Nel mare magnum della nostra indignazione ormai finisce di tutto e spesso non si distinguono più vittime e carnefici. Per questo, il compito dello Stato oggi è ancor più decisivo. Perché tocca allo Stato tenere insieme esigenze diverse, dalla domanda di protezione dell’uomo della strada alla tutela dei diritti delle minoranze. Sui temi della pubblica sicurezza va trovato un minimo comune denominatore, altrimenti le ferite che si sono aperte dopo Genova 2001 rischiano di allargarsi ulteriormente. Di fronte a vicende di cronaca nazionale, invece, nelle ultime settimane hanno prevalso la sindrome dello sceriffo e l’individuazione del capro espiatorio: in questo modo la politica semplifica, polarizza e cattura l’attenzione.
Se si persegue questa strategia a lungo, lo scenario che si consolida è quello di uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Il paradosso è che più le autorità fanno la voce grossa, più si provoca un’attesa d’ordine che spesso resta inevasa. Si alimenta l’aspettativa che tutti i problemi possano essere risolti, ma concretamente non cambia nulla. Lo abbiamo visto con la raffica di decreti sicurezza che si sono succeduti negli anni. Tutte le volte che si interviene legiferando perché c’è una situazione che non è sotto controllo, si amplia il senso di insicurezza, non lo si riduce, tanto che si continua a emanare provvedimenti. Ieri il governo, nelle parole della presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno, è parso consapevole di dover interpretare un punto di equilibrio tra spinte diverse e contrapposte: nessuna deriva “americana” sul fronte della diffusione delle armi e della difesa personale può essere consentita, semmai va ribadito che l’uso legittimo e proporzionato della forza spetta esclusivamente ai corpi dello Stato.
Il capitolo sulle forze dell’ordine, per le quali si è schierato con nettezza l’esecutivo, va affrontato senza ipocrisie: il mestiere del garante della sicurezza, mai come in questa fase storica di acuti contrasti, è infatti indispensabile quanto delicato e difficile. Sono necessarie però più persone e più preparate, tra agenti di polizia e carabinieri, a cui va richiesto un comportamento a maggior ragione improntato all’equilibrio e all’autocontrollo. Pesa il mancato ricambio degli agenti che risale ormai a una trentina d’anni fa, cui si è ovviato accelerando i tempi dell’invio sulle strade dei giovani appena reclutati e contemporaneamente accorciando i tempi della formazione. I risultati non sono stati soddisfacenti.
La gestione dell’ordine pubblico ha tante variabili, dal controllo dei cortei al presidio del territorio: non occorrono città militarizzate, con camionette in ogni dove, perché ci si senta al sicuro. La zona rossa non funzionò a Genova, figurarsi se esperimenti del genere possono ripetersi oggi. Va disarmata la mano di chi vuole sparare, va sminato il terreno del confronto. In tempi elettorali, sarebbe un clamoroso esempio di civiltà.

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