Il coreografo israeliano Emanuel Gat: «Il mondo oggi è in crisi spirituale»

A Biennale Danza a Venezia presenta “Five Days in the Sun”, ispirato alla “Quinta” di Mahler. «La politica viene dopo: abbiamo perso ciò che ci teneva uniti»
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July 22, 2026
Il coreografo israeliano  Emanuel Gat: «Il mondo oggi è in crisi spirituale»
“Five Days in The Sun” di Emanuel Gat in scena al Teatro Malibran di Venezia per Biennale Danza/ Foto Julia Gat
Penso che la crisi che stiamo attraversando non sia una crisi politica, ma una crisi spirituale». Emanuel Gat ci guarda negli occhi e scuote lentamente la testa nel foyer del Teatro Malibran di Venezia. Nato a Netanya, a nord di Tel Aviv, nel 1969, il coreografo e direttore artistico israeliano vive da oltre vent'anni in Francia, dove ha scelto di trasferirsi per crescere i figli in un contesto diverso. Lavora a Marsiglia con la sua compagnia, è tra gli autori più richiesti della scena internazionale e osserva da lontano, con dolore, il destino del suo Paese. Alla violenza e allo smarrimento del presente non risponde con un discorso politico, ma con la danza. È il linguaggio scelto per affidare un messaggio di speranza attraverso Five Days in the Sun, il nuovo lavoro presentato alla 20ma edizione della Biennale Danza di Venezia, in programma fino al 1° agosto con 60 eventi.
Le note della Sinfonia n.5 di Gustav Mahler, nell'incisione dei Wiener Philharmoniker diretti da Leonard Bernstein, diventano corpi in movimento in un viaggio che conduce dall'oscurità alla luce. È un percorso che rimette al centro il corpo e la sua irriducibile umanità in un tempo dominato dalla tecnologia e attraversato da guerre e divisioni.
Un tema risuonato anche nell'incontro di ieri con i cinque direttori che hanno segnato i vent'anni della Biennale Danza – Frédéric Flamand, Karole Armitage, Virgilio Sieni, Marie Chouinard e l'attuale direttore Wayne McGregor – riuniti eccezionalmente alla Biblioteca della Biennale. «Se ascoltiamo il corpo, ci insegna le leggi della democrazia», ha osservato Sieni. E McGregor gli ha fatto eco: «Ho fiducia nel corpo umano. Nessuna tecnologia si avvicina all'intelligenza del nostro corpo».
La danza di Gat entra così nelle domande che Mahler affidò alla Quinta Sinfonia, composta dopo la drammatica esperienza della malattia per cui sfiorò la morte nel 1901 e l'incontro con l’amata Alma Schindler che sposò nel 1902: una meditazione sulla vita, sulla morte, sull'amore e sulla trasformazione. In scena dodici interpreti della Emanuel Gat Dance aprono una coreografia sontuosa e fluida. All'inizio sembrano anime vaganti, avvolte nei pepli ideati dalla stilista polacca Inez Vicher, parte integrante della coreografia di stampo simbolista. Poi il tempo cambia: arrivano magliette e pantaloncini, i gesti si fanno nervosi, il movimento più frammentato, immerso nella contemporaneità.
In settanta minuti di grande fantasia coreografica Gat sceglie di non seguire l'ordine originario della sinfonia. Lo spettacolo si conclude infatti con l'Adagietto, omettendo il finale luminoso di Mahler. Sul celebre movimento, reso immortale anche da Morte a Venezia di Luchino Visconti, risuonano le voci di bambini su una spiaggia. Ne nasce un finale struggente e misterioso, nel quale la lotta tra luce e tenebra rimane sospesa senza sciogliersi in una risposta definitiva. I cinque quadri diventano altrettanti passaggi attraverso l'esperienza umana: disperazione e gioia, tensione e abbandono, introspezione ed estasi si intrecciano in un percorso tra laicità e spiritualità.
«Avevo già lavorato su Mahler, ma sentivo il desiderio di entrare ancora più profondamente nel suo universo» ci spiega Gat. Da qui nasce anche una riflessione che supera la musica. «La questione spirituale è essenziale per l'arte ed è essenziale per la vita. La grande crisi del nostro tempo è prima di tutto spirituale: abbiamo perso un accesso a questa dimensione e oggi ritrovarla è molto più difficile. Di qui le guerre e la crisi della società». Per il coreografo proprio l'arte può riaprire quello spazio interiore. «La musica di Mahler lo crea naturalmente. Io cerco, con il mio lavoro, di aprire una porta».
La scelta di terminare con l'Adagietto nasce dalla stessa esigenza. «Ho cambiato completamente il montaggio della sinfonia – spiega – perché drammaturgicamente mi interessava fermarmi lì. Non volevo una conclusione rassicurante, ma lasciare il pubblico con tutte le domande ancora aperte. Sospeso sulla soglia del Mistero».
Pur condividendo con Mahler le radici ebraiche, Gat rifiuta letture simboliche precostituite. «Quando entro in studio non preparo nulla: non scrivo testi, non faccio ricerche. Guardo i danzatori, seguo ciò che portano e costruisco con loro uno spazio nel quale possano esistere ed esprimersi pienamente. Non voglio chiudere l'opera dentro un'interpretazione. Voglio lasciarla aperta perché ciascuno possa viverla secondo la propria esperienza».
Il discorso torna inevitabilmente al presente e al Medio Oriente. Gat non entra nell'analisi politica. «Penso che il mondo oggi non stia bene. Ma continuo a credere che la crisi sia prima di tutto spirituale. La politica, l'economia, i conflitti vengono dopo. Nella nostra società occidentale qualcosa si è sbriciolato e questo si manifesta nelle guerre e nelle tensioni che vediamo ogni giorno. Abbiamo perso un legame spirituale che ci univa». Per questo guarda con fiducia al futuro dello spettacolo. «Più il mondo diventa digitale, più il teatro e la danza saranno importanti. Sono tra i pochi luoghi dove le persone si ritrovano davvero, senza telefoni, condividendo lo stesso tempo e lo stesso spazio. Ci sono corpi reali, persone vere. Ne abbiamo sempre più bisogno». Dopo Venezia lo spettacolo proseguirà la tournée italiana come pure l’altro lavoro Bach to Sacre al via dal 12 settembre dal Festival Oriente Occidente di Rovereto.

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