Bologna e Grinzane: cosa abbiamo visto e cosa vorremmo vedere
La morte dell'uomo durante un intervento della Polizia e la vicenda del gioielliere condannato mostrano i rischi e i limiti della politica urlata. Per uscire da questa impasse, servirebbero invece serietà e responsabilità
Siamo il Paese di Arlecchino e Pulcinella, ma siamo anche la terra di Cesare Beccaria, sarebbe perciò opportuno che quando si tratta dei delitti e delle pene si prendesse a riferimento quest’ultimo e non i primi due. Invece, a proposito dei due casi di cronaca di Grinzane Cavour e di Bologna, abbiamo assistito negli ultimi giorni a scene che ricorderebbero da vicino la commedia dell’arte, se solo non riguardassero le vite reali di persone morte, detenute e sotto indagine.
Abbiamo visto un partito di governo, la Lega, far credere di volere candidare alle elezioni Mario Roggero, l’orefice condannato per avere ucciso due rapinatori che assaltarono il suo negozio e averne ferito un terzo, fingendo di ignorare che la sentenza è definitiva e stabilisce l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici: non solo non può candidarsi, non può neanche votare. Abbiamo visto il ministro della Giustizia Nordio avviare un’istruttoria per la concessione della grazia allo stesso Roggero, addirittura ancor prima che il verdetto della Cassazione fosse eseguito, costringendo il presidente della Repubblica (titolare esclusivo del potere di grazia) a impartire una lezione di diritto costituzionale imbarazzante per tutti. Abbiamo visto la premier Meloni, incalzata a destra dagli alleati leghisti e dal generale Vannacci, incoraggiare Nordio su quella strada e sindacare la «proporzionalità» della pena irrogata al gioielliere al termine di tre gradi di giudizio.
Quanto a Bologna, la tragica sorte di Abderrahim Fakir, morto durante un intervento della Polizia, è stata finora e per lo più soltanto l’occasione per replicare un ben noto e stucchevole gioco delle parti a colpi di slogan, amplificatore di strumentalizzazioni politiche che andrebbero evitate come la peste se davvero si vogliono ottenere al più presto verità e giustizia.
In una democrazia, serietà, sobrietà e responsabilità dovrebbero essere presupposti dell’azione politica. Non parliamo qui della sobrietà, ormai dispersa nelle fitte nebbie dei vari populismi, ma possiamo affermare che non sembra serio né tanto meno responsabile proporre sull’onda di un singolo, terribile fatto di cronaca ‒ come ha fatto sempre la Lega ‒ una modifica dell’istituto giuridico della legittima difesa che lo estenderebbe a tal punto da rendere irriconoscibili i concetti di legittimità e di difesa. Non è serio e non è responsabile, ancora, sostenere ‒ come fa tanta parte dell’attuale maggioranza ‒ di essere «sempre e comunque dalla parte delle forze dell’ordine», quasi escludendo a priori che loro singoli rappresentanti possano macchiarsi di comportamenti disonorevoli. Posizione per altro contraddittoria rispetto alla strenua difesa di un uomo che ‒ anziché chiamare la Polizia o i Carabinieri ‒ ha inseguito dei criminali fuori dal negozio e si è fatto “giustizia” da sé a colpi di pistola.
Nello Stato di diritto, infatti, il monopolio della forza è affidato allo Stato. Le rarissime eccezioni (come, appunto, la legittima difesa) devono essere rigorosamente disciplinate dalla legge. E lo stesso monopolio della forza deve essere necessariamente esercitato dallo Stato, cioè dai suoi rappresentanti, all’interno del perimetro delle leggi. La legge, e solo la legge, deve essere punto di riferimento e presidio a tutela dell’intera collettività: dei cittadini onesti, delle Forze di polizia e perfino di chi la infrange.
Per questo quando una persona muore nelle mani dello Stato, a prescindere dalle eventuali responsabilità che vanno accertate a garanzia degli stessi agenti, lo Stato ha già perso. Vale per Fakir, per Stefano Cucchi, per Federico Aldrovandi e per tutti gli altri, inclusi i tanti morti che ogni giorno si contano nelle invivibili (e purtroppo “invisibili”) carceri italiane.
D’altra parte, non è serio né responsabile negare o fingere di non vedere, come sembrano tentati di fare pezzi delle opposizioni, che la sicurezza sia da annoverare tra i problemi di questo Paese, soprattutto nelle grandi città. Un problema da affrontare concretamente, con misure degne di uno Stato democratico e fuori dall’influsso di spaventose pulsioni illiberali.
Siamo già, evidentemente, dentro la lunga campagna elettorale che ci condurrà alle prossime elezioni politiche. Se qualcuno avesse il coraggio di affrontarla con serietà e responsabilità, su questo come su tutti gli altri temi, potrebbe magari scoprire che ci sono tanti italiani stufi della politica “da ultras”.
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