In Afghanistan, dove il sangue della rivolta è già stato cancellato. «Nessuno qui è al sicuro»

di Lucia Capuzzi, inviata a Jibril (Herat)
Siamo tornati a Jibril, nel Paese dei taleban, a un mese dalla protesta dei giovani che chiedevano «lavoro, scuola, libertà». Sei ragazzi sono morti, venti feriti gravi. La repressione è sempre più feroce e nel mirino restano i più giovani e le donne. «La polizia del regime perquisisce tutte le case per trovare chi si è ribellato»
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July 21, 2026
In Afghanistan, dove il sangue della rivolta è già stato cancellato. «Nessuno qui è al sicuro»
Una mendicante coperta dal burqa, cui è stato concesso di sostare nel giardino della Grande Moschea di Herat, in Afghanistan / Capuzzi
Le chiazze di sangue sono scomparse dall’asfalto di Bahor zendeghi, il “luogo dove nasce la primavera”. Spariti pure i frantumi delle telecamere di sorveglianza, crivellate dai colpi di Kalashnikov, una ad una, lungo l’intero incrocio, per evitare scomodi testimoni. Il check-point taleban, invece, è ancora là, a oltre un mese dall’inedita “rivolta dei ragazzini” di cui non deve restare traccia nell’Emirato islamico d’Afghanistan. Vigila che nulla alteri l’opprimente normalità di Jibril.
Una routine di cantieri in cui, a ciclo continuo, schiene curve di giovani, anziani e bambini trascinano immense pietre bianche, paioli di fango e mattoni arrossati dal sole. Di negozietti dove si vende di tutto e sempre meno si compra a causa dell’inflazione. Di corpi di donne imbozzolati in teli ingombranti da cui spuntano a malapena gli occhi e piedi, incredibilmente svelti. Meglio non indugiare davanti alle sentinelle anche se non è scritto nei decreti redatti a Kandahar, proclamati a Kabul e scagliati con particolare forza ora su Herat, l’inquieta capitale culturale del Paese, dalle pattuglie di Amreba-marof, la “polizia speciale per la prevenzione del vizio e il controllo della virtù”.
La loro presenza, prima platealmente esibita, s’è fatta più “discreta”. Dopo la “grande protesta” – la prima e l’ultima di massa dal ritorno degli ex studenti coranici, il 15 agosto 2021 –, qualunque fremito può far crollare il traballante equilibrio della metropoli d’Occidente, a ridosso del confine con l’Iran, e di Jibril, la sua roccaforte hazara, una delle tre comunità che, insieme a pashtun e tagiki, compongono il mosaico nazionale. Eppure, gli agenti di Amreba-marof non rinunciano a scrutare le sagome femminili, misurando i centimetri di pelle visibili. Dalla pianta dei piedi alla radice del naso, in pratica, non devono essercene, fatta eccezione, forse, per le mani, ma dipende dall’esaminatore.
Da fine giugno, oltre 200 afghane sono state incarcerate, una quindicina nell’ultima settimana e le famiglie costrette alla “vergogna” di una sfilza di interrogatori, biasimo pubblico, reprimenda religiose e il pagamento di una multa equivalente a 200 dollari per farle rilasciare. Nessuno potrà, però, liberarle dal “disonore” dei giorni trascorsi in prigione. Per questo, tre giovani, vittime delle maxi-retate dei primi di giugno – in cui sono finite in cella in 32 – si sono tolte la vita. Il mese prima era accaduto a una coppia. Non si sa se siano stati i suicidi la causa scatenante della rivolta. O, piuttosto, l’accumularsi di frustrazione per il mix di stretta e crisi. L’emergenza economica si è acuita dalla chiusura del confine col Pakistan in seguito al conflitto. Mentre i crescenti divieti pesano come un macigno sulle spalle dei più giovani, la “generazione R”, quella nata durante la Repubblica filo-occidentale. Un’era di caos, corruzione, attentati e combattimenti quotidiani. Ma gli under 25 ricordano soprattutto le piccole cose. Come la possibilità di sedere al tavolo di una gelateria senza barricarsi dietro una tenda, in stile pronto soccorso. Di camminare al parco, mogli e mariti insieme, non con le prime lasciate a guardare la famiglia dietro la recinzione. Di portare i jeans.
Così, su migliaia e migliaia di profili social – troppi perché i taleban risalissero alla fonte originaria – è rimbalzato l’invito, scritto a mano su un foglio, a scendere in piazza alle prime ore del mattino del 9 giugno al grido: “khar, tahsil, azadi”, lavoro, scuola, libertà. Guidata da due giovanissime completamente coperte, una folla di trecento ragazzini hazara ha bloccato il traffico e ha scandito le sue parole d’ordine in faccia alle decine e decine di taleban accorse a Bahor zendeghi dal centro di Herat. Là avrebbe dovuto svolgersi la manifestazione – proprio di fronte al palazzo del governatore – ma il massiccio dispiegamento di forze l’ha dirottata nel periferico quartiere di Jibril, tra i bersagli del giro di vite. Per una manciata di minuti eterni, i due Afghanistan – il vecchio e il nuovo, a seconda della prospettiva – si sono guardati negli occhi. Poi, alla radio del comandante è giunta la sentenza: «Avete l’autorizzazione». «La carica è stata immediata: li hanno colpiti con bastoni e taser: tutti, maschi e femmine. Dato che non indietreggiavano hanno sparato. Ho visto due persone cadere nel caos. Una scena orribile», racconta Maruf, nome di fantasia di uno dei testimoni diretti grazie a cui Avvenire ha potuto ricostruire la storia della ribellione che i taleban hanno cercato in ogni modo di tenere nascosta.
Per questo, le interviste hanno dovuto tenersi in luoghi sicuri raggiunti in tempi differenti per non dare nell’occhio, con lo sguardo fisso sull’orologio e i sensi all’erta. «Hanno battuto il quartiere casa per casa a caccia dei dimostranti in fuga – prosegue -. Ne hanno presi 350: più di quanti sono scesi in piazza. In pratica qualunque ragazzo sopra i 15 anni è stato arrestato e tutte le giovani nei cui telefoni ci fossero immagini del corteo». Non si sa quanti siano ancora in cella. «Di sicuro il proprietario dell’hotel su Bahor zendeghi. Un video fatto dal quinto piano è approdato sui social. Per rappresaglia hanno preso lui». «La polizia è arrivata in classe – racconta Malia, altro nome fittizio, 12 anni, all’ultimo anno delle elementari, le sole scuole consentite alle donne –. Ci hanno messe in fila e riprese mentre mostravamo un cartello con scritto: “Siamo felici delle regole sull’abbigliamento”. A qualcuna scendevano le lacrime....».
Non esiste un bilancio ufficiale delle vittime della repressione. Fonti attendibili hanno contato sei morti e venti feriti gravi, incluso un bimbo di 10 anni. Morteza Karimi, meccanico 17enne, era uno di loro. È rimasto per sei ore a dissanguarsi su una panca dell’ospedale governativo di Herat con il piede destro e il ginocchio sinistro spappolati dai proiettili prima di essere curato. Si è spento una settimana dopo, il 16 giugno, a un anno esatto dal ritorno dall’Iran nel pieno del giro di vite sui profughi afghani. Nella nuca due rigonfiamenti anonimi spuntati, dicono le fonti, dopo il blitz di due taleban nella clinica. Per poterlo seppellire, la famiglia è stata costretta a sottoscrivere una dichiarazione in cui imputava la responsabilità della morte di Morteza ai manifestanti. Le forze di sicurezza hanno presidiato il funerale e impedito la partecipazione del pubblico, dopo aver rimosso tutte le foto del giovane che, come raccontano testimonianze riservate, non aveva scelto di andare alla protesta.
«Ma quando mi sono trovato in mezzo – ha detto prima di perdere conoscenza – ho deciso di restare. Non potevo lasciare che massacrassero le ragazze senza nemmeno provare a difenderle». Ali, altro nome di fantasia, invece, 16 anni era uscito di casa a posta quella mattina, nonostante il no secco dei genitori. Non riusciva più a tollerare l’angoscia delle sorelle, una privata della scuola secondaria, l’altra dall’università. Ora anche lui ha dovuto interrompere gli studi per scampare alle retate. Per oltre tre settimane la famiglia l’ha nascosto in casa di amici prima di riuscire a portarlo in un’altra provincia dove dovrà ricominciare daccapo. «Salvo? Nessuno è in salvo qui. Per questo l’ho fatto. E lo rifarei», il suo commento. Aziza, 23 anni, ha cambiato idea all’ultimo. La notte prima del corteo aveva salutato la sorella e scritto una lettera d’addio in cui si rivolgeva al mondo: «Non avrei mai pensato di doverti ricordare che sono parte di te». Era diretta verso l’incrocio di Jibril quando l’incontro con una alunna 14enne le ha fatto prendere un’altra strada. «Se mi avessero uccisa, chi avrebbe proseguito le lezioni clandestine? – domanda -. La scuola che mando avanti con altre amiche, aggirando il bando taleban, è l’unica cosa importante ormai. Per il resto, non ho timore di morire. Pensi forse che sia viva? Respiro, è un’altra cosa».
Il frastuono quotidiano non scioglie il silenzio asfissiante che, da Bahor zendeghi, ormai ripulito dal sangue, si propaga per Jibril. «Khar, tahsil, azadi», lavoro, scuola, libertà. Il grido è diventato un sussurro, ripetuto dietro le porte chiuse. Delle case e perfino nelle moschee. Quando, il 27 giugno, su ordine dei taleban, l’imam di Jibril ha tenuto un sermone in favore del velo integrale, le donne presenti hanno lasciato la sala. La “rivolta dei ragazzini” di Herat non riesce a smuovere l’Afghanistan. Ma non si rassegna a soffocare.

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