Le nuove «linee guida» della Polizia e quel grido di Fakir rimasto inascoltato

In una circolare varata a maggio, il Dipartimento di pubblica sicurezza indicava agli agenti l'approccio da seguire per gestire persone non collaborative: «Se il soggetto mostra segni di malessere», bisogna «allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari». Mentre il 42enne invocava aiuto, quelle regole vennero seguite?
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July 21, 2026
Le nuove «linee guida» della Polizia e quel grido di Fakir rimasto inascoltato
Sarà la magistratura a stabilire se i due poliziotti al centro degli accertamenti sul decesso del 42enne marocchino Abderrahim Fakir abbiano interpretato correttamente i protocolli di intervento o no. Stando alle prime verifiche della Procura di Bologna, quando avevano chiesto aiuto al 118, gli agenti intervenuti in via Svevo avrebbero segnalato un uomo con una crisi psichiatrica. Sul tipo di approccio previsto, dal maggio scorso, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha elaborato un documento di 18 pagine con «linee guida» - che Avvenire ha visionato - per contenere le «persone non collaborative». Un insieme di indicazioni che - secondo quanto annota in una lettera di accompagnamento del testo inviato ai sindacati di polizia la viceprefetto Maria De Bartolomeis, direttrice dell’Ufficio per le relazioni sindacali della Polizia presso il Dipartimento di Pubblica sicurezza - «hanno lo scopo di fornire al personale, specie a quello impegnato nei servizi di controllo del territorio, un supporto per affrontare in modo consapevole l’approccio alle persone non collaborative e i rischi che possono derivare, a tutela della propria e altrui incolumità». Cosa viene suggerito in quel testo? Vediamolo.
La «proporzionalità» nei mezzi di coazione e il rischio di eccesso colposo
Il testo, articolato in tre parti (riferimenti normativi; profili operativi; istruzioni operative), parte da una premessa: non esistendo definizioni normative per la categoria «persone non collaborative», l’espressione si riferisce a soggetti non facilmente gestibili, che manifestino in modo evidente e violento un’opposizione o un rifiuto all’osservanza di regole e ordini». Si fa riferimento al quadro legislativo, a partire dagli articoli 51, 52 e 53 del Codice penale (in cui si esclude la punibilità se l’agente ha agito adempiendo a un dovere o eseguendo un ordine legittimo e si introduce il concetto di proporzionalità fra offesa e difesa, il che impone di graduare l’uso dei mezzi di coazione fisica e delle armi in dotazione) e si menzionano le tipologie di «eccesso colposo».
«Se il soggetto mostra segni di malessere, allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari»
Nel secondo blocco del testo si esaminano le modalità d’intervento: dalla gestione del soggetto che non collabora; all’uso degli strumenti in dotazione; fino alla «tutela sanitaria» di un soggetto fragile, che potrebbe essere «in uno stato di alterazione psico-fisica» causato anche da abuso di stupefacenti o alcolici. Fra le indicazioni, spicca in neretto quella di privilegiare, «laddove possibile, un approccio iniziale» basato sulla «comunicazione empatica» (sul modello dei cosiddetti “negoziatori”), con domande del tipo «Ha bisogno di un medico?» e di «evitare atteggiamenti provocatori e polemici». Qualora l’approccio non dovesse riuscire, l’operatore può usare i mezzi in dotazione, ma con proporzionalità e gradualità, cercando di tutelare anche l’incolumità dello stesso «autore della minaccia», in osservanza del canone fissato dalla Cassazione sul cosiddetto «agente modello», con pronunce miliari come quella del 2012 sul caso di Federico Aldrovandi (che suggeriscono di immobilizzare la persona «con l’uso della minor violenza possibile» per evitare il rischio di conseguenze lesive «o addirittura letali»). Quali mezzi di coercizione fisica vanno usati e come? Ci sono indicazioni sull’impiego delle armi da fuoco, dello spray al peperoncino, dello sfollagente e dei taser elettrici (in uso dal 2022 non senza problemi, ma che nel caso di Bologna non sono stati impiegati). Le «manette di sicurezza» sono ritenute obbligatorie se c’è rischio di fuga o il fermato sia pericoloso, altrimenti sono vietate. E ci sono regole pure per le fasce in velcro (in dotazione dal 2018) che prevedono che la persona venga «stesa a terra senza fare pressione sugli organi interni». Nel testo si menziona la possibilità di ottenere l'ausilio di sanitari e limitare il controllo fisico del soggetto al momento dell'arresto, per breve durata e soltanto in funzione del rapido ammanettamento. Ma il «contenimento fisico dovrà essere limitato al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile. Inoltre per contenere un soggetto in alterazione psichiatrica, si valuterà di richiedere un Tso con l'intervento della polizia locale».  La circolare precisa che l'intervento coercitivo presenta dei rischi, che tuttavia possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative. Ad esempio,  «non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace per i rischi al sistema cardiaco e respiratorio: il fermato, una volta messo in sicurezza, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale nell'attesa dei sanitari». Soprattutto, a pagina 11 si prevede che «qualora il soggetto mostri segni di malessere, la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia in condizione di respirare regolarmente, richiedendo l’intervento di personale sanitario». Mentre Fakir invocava ripetutamente «aiuto»,  come mostra il video girato da un cittadino e trasmesso da tv e siti web, quelle indicazioni elencate con meticolosità nelle recentissime «linee guida» vennero seguite o disattese da chi operava?
I dubbi del sindacato: testo «lacunoso», occorrono integrazioni sul disagio mentale
Nella lettera ai sindacati, la viceprefetto De Bartolomeis chiedeva di far pervenire eventuali osservazioni sulle linee guida entro il 19 maggio. Una delle sigle, il Silp-Cgil, ha risposto 6 giorni prima, mostrando «rammarico» per l’approccio solo «giuridico/operativo» del testo, ritenuto «completamente lacunoso» rispetto «a informazioni atte al riconoscimento e alla distinzione delle condizioni di salute mentale, dei comportamenti guidati da crisi ad alto rischio». Il sindacato riteneva essenziali «competenze che aiutino a riconoscere i disturbi e i sintomi riferiti al disagio mentale quali fattori di rischio che possono contribuire all’escalation o al danno auto-diretto». E chiedeva di implementare il documento, anche in collaborazione con gli psicologi della stessa Polizia. Una implementazione che finora non c’è stata, fanno sapere fonti sindacali, che adesso - anche alla luce dei fatti di Bologna - sollecitano l’attenzione dei vertici del Dipartimento.

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