Nella biologia la microstoria della Sindone
di Davide Re
Metagenomica e proteomica: arrivano nuovi
metodi scientifici per capire i contesti e le relazioni che il celebre lenzuolo ha “vissuto” nei secoli

L’ indagine sulla Sindone continua a interrogare la scienza, anche se questa volta il nocciolo della ricerca non è l’immagine impressa sul lenzuolo né il dibattito sulla sua autenticità. Un recente studio pubblicato su Scientific Reports, infatti, sposta l’attenzione su un altro aspetto, ovvero sul metodo, mostrando come le moderne tecniche di biologia molecolare possano ricostruire la storia di un reperto attraverso le tracce genetiche accumulate nel tempo. Il lavoro, coordinato dalle Università di Padova e Pavia, ha analizzato i campioni ufficiali prelevati nel 1978 da Pierluigi Baima Bollone utilizzando un approccio metagenomico, affiancato da analisi proteomiche di nuova generazione. È un cambio di prospettiva radicale. L’obiettivo non è individuare il “Dna della Sindone”, come spesso si legge impropriamente, ma ricostruire, appunto, l’insieme delle informazioni biologiche che si sono depositate sul tessuto durante i secoli della sua esistenza.
In questa prospettiva il reperto non è più un oggetto immobile, ma un archivio vivente. Ogni persona che lo ha toccato, ogni ambiente in cui è stato conservato, ogni restauro, ogni esposizione pubblica ha lasciato una traccia molecolare. Il Dna diventa così una sorta di diario biologico, scritto non con le parole ma con frammenti di materiale genetico e proteine. Le analisi hanno identificato lignaggi genetici umani, comunità microbiche, Dna vegetale e animale. Sono emerse sequenze appartenenti a batteri e funghi tipici della pelle umana, insieme a tracce riconducibili a piante coltivate e animali domestici. Nessuno di questi elementi costituisce una prova sull’origine della Sindone. Tutti, però, contribuiscono a raccontarne la lunga storia materiale, fatta di contatti, spostamenti, manipolazioni e contaminazioni. È proprio qui che emerge uno degli aspetti più affascinanti del metodo biologico contemporaneo. In genetica il dato non viene mai interpretato isolatamente. Una sequenza di Dna non rappresenta una risposta, ma un indizio. Assume significato solo quando viene confrontata con altre informazioni: la microbiologia, la storia, l’archeologia, la conservazione dei materiali, perfino le modalità con cui un reperto è stato prelevato e custodito. La forza della ricerca non sta dunque nella singola analisi, ma nella convergenza di evidenze indipendenti.
Lo studio, infatti, mostra con grande trasparenza anche i limiti dell’indagine. I ricercatori hanno rilevato una marcata contaminazione dovuta alle modalità di campionamento del 1978, eseguite in un’epoca in cui non esistevano gli attuali protocolli di sterilità richiesti dalla biologia molecolare. Una delle linee genetiche predominanti coincide con quella dello stesso Baima Bollone, mentre le analisi proteomiche hanno identificato cheratine compatibili con un contatto diretto della pelle durante il prelievo. Lontano dall’indebolire il lavoro, questa osservazione rappresenta uno degli aspetti più rigorosi della ricerca. Il metodo scientifico dimostra la propria affidabilità proprio quando è capace di riconoscere le contaminazioni, distinguerle dai dati significativi e dichiarare apertamente i limiti entro cui possono essere interpretati i risultati. Non cerca conferme alle proprie ipotesi, ma prova continuamente a metterle alla prova. Di affinare il tutto, rilevando quei fatti di microstoria, che svelano i contesti in cui si muove l’oggetto nel tempo.
Lo stesso atteggiamento prudente emerge nell’interpretazione delle altre evidenze. La presenza di specie vegetali e animali compatibili con epoche relativamente recenti e le nuove datazioni radiometriche effettuate su due fili provenienti dal reliquiario, collocate tra il XV e il XVIII secolo e coerenti con gli interventi successivi all’incendio di Chambéry del 1532, vengono inserite all’interno della storia documentata della reliquia. Non pretendono di risolvere il problema della sua origine, ma aggiungono nuovi tasselli alla sua biografia materiale.
È una trasformazione profonda del modo stesso di fare ricerca. Per molto tempo la biologia è stata considerata una disciplina capace soprattutto di descrivere organismi viventi. Oggi, grazie alla metagenomica, alla proteomica e alle tecnologie di sequenziamento ad alta risoluzione, riesce a ricostruire eventi, relazioni e contesti. Non legge soltanto la vita: ne interpreta le tracce. In questo senso il Dna assume un ruolo simile a quello che, per gli archeologi, hanno i frammenti di ceramica o le iscrizioni: non racconta tutto, ma conserva una memoria.
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