L’eredità del silicio e la libertà culturale
di Davide Re
Perché la sovranità digitale è così importante? Le applicazioni della fisica quantistica, e non solo, impongono all’Europa la ricerca di un’anima tecnologica, che non sia scritta altrove

Per secoli abbiamo immaginato la libertà come una conquista dello spirito, un esercizio di pensiero protetto dai confini geografici o dalle mura delle nostre istituzioni. Ma il recente rapporto di Deloitte, “Cyber Defence in Europe: Building Resilience through Innovation in Uncertain Times”, squarcia questo velo idealistico e ci pone davanti a una realtà più cruda e minerale: la nostra libertà culturale oggi passa per i semiconduttori, per la fibra ottica e per la capacità di dominare il cyberspazio. Se il silicio è l’eredità tecnologica del nostro secolo, la sovranità su di esso è l’unica condizione per non essere ridotti a sudditi digitali in un mondo dove la geografia fisica è stata sostituita da quella digitale.
Non è un caso che il dibattito sulla difesa cyber ritrovi oggi la sua centralità proprio in Italia. La nostra penisola domina il Mediterraneo centrale non più solo per le rotte commerciali dei Greci o dei Romani, ma perché è il punto di convergenza di quel traffico Internet intercontinentale che trasporta il 97% delle transazioni finanziarie e dei flussi di dati mondiali. Dal punto di vista antropologico, stiamo assistendo a una riscrittura dello spazio. Il Mediterraneo non è più solo una distesa d’acqua tra terre emerse, ma una “sinapsi” globale. Se i cavi sottomarini vengono recisi o compromessi, non collassa solo l’economia: collassa la nostra capacità di comunicare, di scambiare idee, di esercitare quella democrazia liberale che si fonda sulla libera circolazione delle informazioni. La difesa cyber, dunque, non è un “supporto tecnico”, ma il tessuto connettivo della nostra stessa civiltà moderna. Senza di essa, la nostra proiezione di forza e la nostra identità politica risultano strutturalmente insostenibili.
La validazione brutale di queste teorie è oggi scritta nel fango e nel codice del conflitto in Ucraina. Se le “Operazioni Multi-Dominio” siano il nuovo paradigma, l’Ucraina ne è il primo, tragico laboratorio a cielo aperto. La guerra di resistenza di Kiev ha dimostrato che un substrato digitale resiliente può compensare un’inferiorità cinetica. I dati di targeting che si muovono su reti cifrate e la guerra elettronica che dipende dal machine learning per identificare le firme radar nemiche non sono più concetti teorici: sono ciò che separa la sopravvivenza dalla disfatta. In questo contesto, la tecnologia dei droni – o sistemi aerei senza pilota (Uas) – ha smesso di essere un accessorio tattico per diventare un fattore strategico decisivo. Non parliamo solo di oggetti volanti, ma di nodi di una rete neurale bellica in grado di processare informazioni in tempo reale. L’Ucraina ha sviluppato un’agilità tecnologica senza precedenti, integrando l’intelligenza artificiale nel monitoraggio dei confini e nella neutralizzazione delle minacce. Questa esperienza trasforma l’Ucraina da “paese da assistere” a “pilastro della sicurezza europea”. L’integrazione di Kiev nell’Unione Europea non risponde più solo a un dovere morale o a una scelta politica, ma a una necessità tecnologica: l’Europa ha bisogno del know-how ucraino per colmare il proprio gap di difesa cyber. E su questo ultimo punto l’Unione Europea sembra divisa.
L’urgenza strategica è accentuata dal mutamento degli equilibri transatlantici. Con il presunto disimpegno militare degli Stati Uniti dalla Nato, o comunque con uno spostamento del loro interesse verso il quadrante del Pacifico, l’Europa si ritrova a dover gestire la propria sicurezza in una “solitudine strategica”. Il piano ReArm Europe da 800 miliardi di euro è la risposta finanziaria a questo timore, ma il report Deloitte mette in guardia: il denaro non basta se l’ecosistema rimane frammentato. La sovranità tecnologica non è un vezzo nazionalista, ma una necessità di sopravvivenza in un’epoca post-americana. Se l’UE dipende da Paesi terzi per l’80% delle sue infrastrutture digitali, la sua autonomia decisionale è un’illusione. Quindi, la vera libertà culturale europea oggi si misura nella capacità di non dover chiedere il permesso a Washington o a Pechino per attivare i propri sistemi di difesa o per proteggere i dati dei propri cittadini.
Il dato sulla dipendenza tecnologica dell’Europa evidenziato da Deloitte è, culturalmente, una forma di alienazione. Se gli strumenti con cui pensiamo, scriviamo e ci proteggiamo sono progettati e posseduti da potenze straniere, quanto può dirsi realmente “autonomo” il nostro pensiero? Essere dipendenti per i semiconduttori e per le infrastrutture critiche significa vivere in una casa di cui altri possiedono le chiavi. La cultura europea rischia di diventare una “cultura ospite” su piattaforme altrui, soggetta a vulnerabilità decise altrove.
Il report pone l’accento su due frontiere: l’Intelligenza Artificiale e le tecnologie quantistiche. Qui il giornalismo culturale deve interrogarsi profondamente. L’IA sta diventando il “substrato di coordinamento” delle nostre società. Ma c’è un’ombra ancora più lunga: il calcolo quantistico. La minaccia “Harvest now, decrypt later” (raccogli oggi, decripta domani) trasforma il concetto stesso di segreto. Gli avversari stanno acquisendo oggi le nostre comunicazioni cifrate in attesa che i computer quantistici del futuro possano violarle. Filosoficamente, questo significa potenzialmente la fine dell’oblio: ogni nostra parola oggi è una “memoria sospesa” che potrà essere usata contro di noi tra dieci anni. La corsa all’innovazione, dunque, è una battaglia per proteggere l’intimità della nostra storia futura.
Per rispondere a questa sfida, Deloitte propone il modello della “quadrupla elica”: una collaborazione strutturale tra governo, industria, accademia e società civile. In un’epoca in cui il confine tra “marittimo” e “cyber” è indistinto, e in cui la guerra elettronica dipende dal machine learning, la libertà non è più un concetto astratto. È la capacità di un popolo di controllare la propria infrastruttura logica. L’eredità del silicio ci impone una scelta: investire in una sovranità che permetta all’Europa di rimanere un soggetto politico autonomo, integrando le eccellenze nate dal conflitto come quella ucraina, o rassegnarsi a essere un oggetto geografico manipolato da algoritmi stranieri. La sicurezza non è l’assenza di minacce, ma la presenza.
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