«La fede non alimenti le guerre» Le Chiese cristiane presìdi di pace
Il presidente dell’associazione ecumenica Simone Morandini rilancia l’impegno comune delle diverse confessioni: collaborazione e dialogo per contrastare disumanità, fondamentalismi e tensioni

Si apre domani alla foresteria del Monastero di Camaldoli, in diocesi di Arezzo-Cortona-San Sepolcro, la 62ª sessione di formazione ecumenica del Segretariato attività ecumeniche «Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso (Is 45,15)». A indicare i maggiori nodi tematici e l’importanza di questo evento anche nell’ambito del dibattito pubblico è Simone Morandini, eletto presidente del Sae meno di un anno fa, nell’ottobre 2025.
Come avete scelto il tema di questa edizione?
«Il tema viene scelto dai gruppi locali sulla base di una consultazione. È chiaro che ci si sta rendendo conto che una sfida comune alle Chiese in Europa sta nell’impatto di una dinamica di secolarizzazione. La parola Dio, che appariva essere quasi il centro della vita sociale e personale, oggi si trova messa al margine per molti aspetti, e questo si traduce in un calo di partecipazione nelle comunità ecclesiali. Allora si è pensato di chiederci come leggere questo tempo, come attivare delle risorse per interpretarlo e abitarlo. È solo un tempo di fallimento oppure in esso il «Dio misterioso» di cui parla Isaia ci sta indicando qualcosa di rilevante per la nostra fedeltà all’evangelo?».
Che cosa vi ha guidato nella sua articolazione?
«Ogni anno il Sae (Segretariato attività ecumeniche), definito il tema, convoca un comitato scientifico per esplorarlo in profondità. Nella prima fase della sessione si pone un problema di lettura attraverso uno sguardo sociologico. Nella seconda, una lettura più teologica, nel segno di una teologia pubblica. Nella terza, il sogno della Chiesa che verrà. Le plenarie ci guidano nella traversata alla ricerca di un’interrogazione condivisa. Siamo convinti che leggere ecumenicamente la realtà che viviamo offra una marcia in più».
Quale ruolo hanno le Chiese oggi nello spazio pubblico?
«È un ruolo complesso. La loro presenza non è più quella che plasmava lo spazio pubblico e strutturava la convivenza sociale. Ma sarebbe frettoloso pensare che le dinamiche della secolarizzazione hanno portato all’invisibilità delle Chiese: lo vediamo nei tanti fenomeni bellici in atto in cui troppo spesso hanno una rilevanza anche le realtà ecclesiali. Penso all’invasione russa dell’Ucraina e a certe motivazioni che sembrano sostenere le politiche degli Stati Uniti. Non è vero quindi che le religioni e le chiese sono irrilevanti, il problema è come far sì che la loro rilevanza sia orientata alla costruzione di una buona umanità e non all’approfondimento di tensioni».
Come vede l’ecumenismo oggi in Europa?
«La scelta delle Chiese europee di rimodulare la Charta oecumenica dice di una persistente rilevanza del loro essere assieme. Affiancherei, per l’Italia, la firma del Patto di Bari tra le Chiese, e quello di Roma tra le religioni. Fatti ricchi di potenzialità che mantengono vivi i contatti e fanno fare un salto di qualità. Quanto risultino efficaci è una speranza condivisa da verificare nelle pratiche nei vari contesti locali».
Quali nodi restano ancora da sciogliere?
«Viviamo un tempo di contraddizione: da un lato sembra un po’ ristagnare il dibattito sui temi classici. Dall’altro emergono tensioni per una presenza maggiore di approcci integristi e fondamentalisti che impatta sul cammino ecumenico. Permane una forte volontà di approfondire assieme, una tenacia riguardo al futuro, una speranza che si fa resilienza».
Quali istanze sono prioritarie nel dialogo ecumenico oggi?
«Abbiamo bisogno di un’alleanza forte delle Chiese nel contesto pubblico per contrastare elementi di disumanità, senza dimenticare la dimensione teologica ed ecclesiologica. Da sempre l’ecumenismo si muove in una duplice direzione: fare assieme tutto ciò che è possibile senza rinunciare a cercare più ampi spazi di comunione».
Come vede il Sae un tema dibattuto come l’ospitalità eucaristica?
«Il Sae non ha una sua posizione, accoglie la libertà dei figli di Dio, segnalando al contempo le posizioni delle varie Chiese. Viviamo nella tensione tra l’invito del Signore alla Cena e il riconoscimento che la comune partecipazione è accolta da una parte importante delle comunità cristiane solo se c’è una piena comunione ecclesiale. C’è chi segue le indicazioni delle rispettive comunità e chi invece pensa che ci sia spazio per una trasgressione e uno sguardo in avanti, come il grande profeta dell’ecumenismo Giovanni Cereti, che ha lavorato con Paolo Ricca».
Come sta il Sae oggi?
«In questa fase, che impatta su diverse realtà ecclesiali, è stabile. Il numero di socie e soci è attorno ai 400. Ci sta lasciando quella generazione che con Maria Vingiani ha attraversato un periodo importante del dialogo ecumenico. Ma ogni anno nuove figure, anche giovani, condividono con noi la volontà di portare avanti questo sogno. Sono contento di segnalare l’avvio del riordinamento dell’archivio di Maria Vingiani. Di questo ringraziamo donatori privati e la Cei che ha stanziato una cifra per aiutarci in questo lavoro. Emerge la convinzione condivisa che il cammino del Sae e la storia di Maria Vingiani abbiano lasciato una traccia importante, da condividere».
Con quale spirito vive la sua prima sessione da presidente?
«Con una certa preoccupazione, evidentemente: la sessione è un grande evento. Al contempo, con una grande gioia per la generosità di tanti relatori e la disponibilità di socie e soci, dentro e fuori il comitato esecutivo, che ci stanno dando una mano. Gratitudine anche verso la comunità monastica di Camaldoli, che ci offre un luogo e un clima spirituale splendidi».

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