«Noi, vittime di tratta, sotto tortura nelle fabbriche delle truffe online»
di Anna Pozzi
A Nairobi la comunità di padre Kizito Sesana aiuta chi riesce a tornare dall’inferno degli “scam center” del Sud-est asiatico. Contratto in cinese, pochi soldi e 12 ore di “lavoro” al giorno. Fra traumi e sensi di colpa

Quando escono dall’aeroporto internazionale di Nairobi e vedono i nomi su un cartello, i loro sguardi si illuminano. «Karibuni Sana! Bentornati!». Michael e Judith (nomi di fantasia come quelli di tutte le vittime) sono appena rientrati dalla Cambogia, dove erano stati portati con l’inganno e sfruttati come schiavi digitali negli scam center, le “fabbriche” delle truffe online, un business illegale da 64 miliardi di dollari l’anno. L’epicentro è la regione del Mekong, nel Sud-Est asiatico, dove circa 300 mila persone di 66 nazionalità diverse vengono costrette a lavorare in condizioni di segregazione, oppressione, minacce e violenza. Questo traffico coinvolge sempre più giovani africani, specialmente della regione orientale e del Corno d’Africa, ma anche della Nigeria. Tra loro molti keniani, come Michael e Judith, con un buon livello di istruzione e di inglese, vittime di una articolata ed efficiente rete di trafficanti di esseri umani che li trasferiscono dall’altra parte del mondo e li costringono a diventare, loro stessi, carnefici. Anelli di un sistema estremamente efficace e redditizio di cyber truffe: dagli inganni amorosi agli investimenti in cripto valute, dal trading alle scommesse. Tutto rigorosamente fake. In due rapporti del giugno 2025 e dello stesso periodo del 2026, Amnesty International traccia un quadro desolante di «abusi dei diritti umani, inclusi schiavitù, traffico di persone, lavoro minorile e torture», perpetrati da gruppi criminali cinesi, dentro un meccanismo di corruzione e impunità, che coinvolgerebbe anche forze dell’ordine a autorità cambogiane.
Ad accogliere Michael e Judith ci sono due operatori di Koinonia Community, la comunità fondata a Nairobi da padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano che vive qui dal 1988: sin dall’inizio si è occupato soprattutto di bambini di strada, rimanendo però attento a tutte le nuove forme di emarginazione e sfruttamento, compreso il traffico di persone. È un tema drammatico e spinoso in Kenya, Paese che, in Africa, è secondo solo alla Nigeria per reati inerenti a questo crimine. «Il fenomeno degli scam center è emerso soprattutto nei primi mesi del 2026 – precisa padre Kizito –. Noi, come Koinonia, abbiamo iniziato a collaborare con l’organizzazione Atlas Free, che è in contatto con Caritas Cambogia e si fa carico dei viaggi di ritorno di quelli che riescono a liberarsi. Noi ci occupiamo della loro accoglienza, di farli sentire di nuovo a casa e, soprattutto, di farli sentire di nuovo persone, con un valore e una dignità, accompagnandoli nel difficile processo di ricostruzione della loro vita».
Il primo gruppo è arrivato in aprile, seguito da altri, mentre Michael e Judith sono sbarcati a Nairobi lo scorso 26 giugno. Sullo stesso aereo c’erano altre tre donne che rientravano da Phnom Penh e non avevano neppure i soldi per lasciare l’aeroporto. Due di loro erano rimaste intrappolate per un anno negli scam center ed erano particolarmente provate. Vengono accompagnate pure loro alla Shalom House, un centro multifunzionale dove sono concentrate molte attività di Koinonia. Viene offerto l’immancabile tè e un piatto di mandazi, una specie di tortelli leggermente dolci. Sono i sapori di casa. Non smettono di sorridere e di ringraziare, specialmente Michael che ha solo 22 anni ed è stato via appena sei mesi. Anche lui però, ma quando si accenna alla Cambogia, abbassa lo sguardo. «Tornano letteralmente a pezzi – fa notare Lara Ajello, psicoterapeuta, che supporta le vittime al rientro –: sotto choc per quello che hanno vissuto, ma anche pieni di sensi di colpa per le truffe che, a loro volta, hanno inflitto ad altri. Quello che cerchiamo di fare sul piano psicologico è aiutarli, innanzitutto, a perdonarsi e a riconciliarsi con se stessi».
Eric è rientrato lo scorso aprile o ora sta molto meglio. Vive con il fratello in una stanzetta alla periferia di Nairobi. Prima di partire si occupava di marketing online. È quello che gli hanno chiesto di fare anche in Cambogia per 1.200 dollari al mese. «Ho visto un annuncio su Facebook, poi, tramite Telegram, ho ottenuto maggiori informazioni». Ha fatto persino un colloquio in presenza in un centro commerciale di Nairobi. «Sembrava tutto così professionale…». In tre giorni gli fanno avere visto e biglietto aereo: «A Phnom Penh mi sono venuti a prendere all’aeroporto e mi hanno trasferito in un enorme complesso composto da 24 edifici, circondato da alte recinzioni e protetto da guardie. Mi hanno portato in un ufficio dove c’erano solo cinesi. Mi hanno ritirato il passaporto e chiesto di firmare un contratto in cinese. Dicevano che poi l’avrebbero tradotto in inglese, ma non l’hanno mai fatto». Lui però ha dovuto fare cose che non avrebbe mai voluto, costretto a lavorare dalle 12 alle 17 ore al giorno, truffando persone in tutto il mondo con falsi investimenti in cripto valute. «Se non ottenevi i risultati attesi o commettevi il minimo errore venivi punito e ti decurtavano lo stipendio. In questo modo finivano per non pagarti mai. Oppure ti portavano nella dark room…». Eric preferisce non aggiungere altro. Joe, invece, che nella dark room è stato trascinato molte volte, vuole denunciare quell’orrore: «Mi hanno picchiato, torturato, fatto l’elettroshock». È pieno di rabbia, ma anche di dispiacere. «Mi sentivo così male quando dovevo ingannare le persone». Racconta di una donna keniana che è stata spinta a vendere persino la casa: «Non le è rimasto più nulla…». «Ti chiedevano di fare cose umanamente impossibili o inaccettabili», interviene Odisso, che aveva un target da raggiungere di 15 mila dollari al mese: «Stavo male. Ne ho parlato con il supervisor e invece di aiutarmi mi hanno portato nella dark room, dove mi hanno torturato con gli elettrodi. Se non avessi continuato a lavorare mi avrebbero sicuramente eliminato o venduto a un’altra compagnia». Odisso ha un piglio combattivo. Vorrebbe contribuire a sensibilizzare altri giovani affinché non finiscano in questa trappola disumana. Ogni tanto, però, abbassa pure lui gli occhi: «Là, in Cambogia, non ero più padrone di me stesso».
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