In questo tempo indistinto tra guerra e pace la diplomazia è l'ultimo argine

La distruzione di ogni vestigia del diritto internazionale non è un evento improvviso. Viene da lontano. Ma alla fine di questo tragitto c’è l’equiparazione tra civili e combattenti
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July 24, 2026
In questo tempo indistinto tra guerra e pace la diplomazia è l'ultimo argine
/ ANSA
Il ritorno alle armi nello scacchiere mediorientale, con i raid statunitensi sull’Iran da una parte e lo stillicidio di attacchi a Gaza dall’altra – oltre alla guerra “infinita” in Ucraina – certifica la profondità di un movimento in atto ormai da tempo: siamo entrati in un’era di indistinguibilità tra guerra e pace, guerra e terrorismo, guerra e politica. La porosità e la reversibilità dei termini – si può chiamare pace un tempo segnato da una corsa ossessiva al riarmo? Si può chiamare pace un tempo inchiodato alla costruzione retorica, altrettanto ossessiva, del nemico? – ha portato allo sfrangiamento, se non al collasso, della diplomazia, come categoria dotata di uno spessore “ontologico” distinto, autonomo, indipendente dalla guerra. Il percorso che ha portato al già naufragato Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, firmato lo scorso 17 giugno, è stato punteggiato da continui strappi (e azioni militari).
Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, più di una volta, mentre sedevano al tavolo negoziale. Mentre il raggiungimento del Board of Peace non ha fermato lo stillicidio degli attacchi su Gaza e Israele non ha esitato a uccidere, nel settembre dello scorso anno, i negoziatori di Hamas. Sull’altro fronte, quello che sta insanguinando l’Ucraina da oltre quattro anni, la diplomazia è stata da subito silenziata, ridotta a un balbettare privo di risultati che non ha escluso nessuno degli attori coinvolti. Il faccia a faccia tra Putin e Trump in Alaska, lo scorso anno, non ha influito sul corso della guerra, risolvendosi in una spettacolarizzazione estemporanea a cui è seguito il vuoto. Ma l’azzeramento della diplomazia non significa altro che l’azzeramento della politica, che sembra aver smarrito la sua vocazione e abdicato al suo compito – la risoluzione pacifica dei conflitti – per votarsi a un unico obiettivo: l’esercizio della forza, la costruzione di una nuova sovranità svincolata da qualsiasi bordatura legale. Come ha scritto il giurista Luigi Daniele, «l’idea di fondo di questa nuova concezione della sovranità internazionale, che al primato della legge sostituisce completamente quello della forza senza legge e della guerra come unico principio ordinatore, supera di misura l’idea schmittiana dello stato di eccezione e appare incentrata, piuttosto, sulla capacità di disfarsi completamente dei vincoli giuridici. Sovrano, in questa ottica, non è colui che decide sullo stato di eccezione, ma colui che è capace di distruggere il governo della legge, di elevare la propria forza al di sopra di esso, e di restare immune da ogni conseguenza».
D’altronde la distruzione di ogni vestigia del diritto internazionale non è un evento improvviso. Viene da lontano. La sua architettura è stata progressivamente svuotata e erosa. Come ha notato Alessandro Colombo, dopo la fine della Guerra Fredda che sembrava avesse espulso il conflitto armato dalla scena mondiale, la guerra è stata progressivamente rilegittimata, attraverso travestimenti vari. La «guerra totale al terrore», lanciata dagli Stati Uniti all’indomani dell’Undici settembre, ha non solo reso la guerra da discreta e localizzata a continua e infinita, ma ha progressivamente smantellato la cornice giuridica che in qualche modo doveva contenerla. Un esempio su tutti: gli omicidi mirati. Attori statali hanno scelto di agire specularmente a quel terrorismo che volevano combattere: imitandone, nei fatti, i metodi. La guerra dei droni oggi ne è il prolungamento drammatico, perché “infinitizza” la guerra. Alla fine di questo tragitto, c’è l’equiparazione tra civili e combattenti che ha portato alle mattanze indiscriminate nel Medio Oriente. Quel che rimaneva del diritto internazionale, il suo totale smontaggio, è stato funzionale così alla rottura di ogni argine, portando all’indistinguibilità tra guerra e pace, guerra e terrorismo, guerra e politica.
Il vertice di questo nuovo ordine internazionale è occupato oggi da un attore geopolitico, gli Stati Uniti guidati da Trump, che hanno scelto l’inaffidabilità come cifra del loro agire, fondando la propria egemonia sulla logica della forza militare, su quella che Alberto Toscano ha definito “una sorta di incoerenza strutturata”. Restituire alla diplomazia la dignità che merita è oggi l’unica “strada stretta” per tentare di disinnescare il dispositivo totalizzante – e fatale – della guerra.

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