Parla Olmert: «Netanyahu ormai è finito. È tempo che gli arabi entrino nel governo»

di Nello Scavo, inviato a Tel Aviv
L’ex premier israeliano scommette sulla vittoria elettorale del generale Eisenkot: «Il Likud non ha futuro». Ma avverte: «Prima del 27 ottobre temo strappi e colpi di coda». Nell'intervista con “Avvenire” anche il desiderio di incontrare papa Leone
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July 24, 2026
Parla Olmert: «Netanyahu ormai è finito. È tempo che gli arabi entrino nel governo»
Ehud Olmert
Lo chiama solo Bibi, e non per affetto. Non ha dubbi: «È finito». Ma teme  strappi e colpi di coda di chi, dentro e fuori Israele, per sopravvivere politicamente punta sulla guerra. Crede ancora nella soluzione dei due Stati, anche se «non resta molto tempo». Vorrebbe esponenti arabi al governo e uno scambio di territori con la Palestina per chiudere la stagione delle colonie. A Ehud Olmert non interessa passare per il «falco diventato colomba». Fondatore del Likud, sostiene che oggi quel partito «non ha futuro, come Bibi», e punta sull’ascesa dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot.
A quasi 81 anni, portati in forma sempre atletica, alterna ironia e occhiate da sornione quando premette di «non avere informazioni dirette». Nel 2008, da primo ministro, arrivò a un passo da un accordo storico tra israeliani e palestinesi. Nei dieci anni da sindaco di Gerusalemme propose di rinunciare alla giurisdizione sulla Città Vecchia per affidarla a un organismo internazionale. Poi la caduta, con la condanna a 16 mesi per corruzione che oggi impallidisce davanti alla mole di inchieste per tangenti e frodi contestate a Netanyahu.  
Al termine della lunga intervista, come sempre tra caffè caldo e acqua fresca, ricordi, aneddoti, delusioni e speranze, chiede di riaprire il taccuino per annotare una preoccupazione in più. 
Quale?
Gli attacchi ai cristiani in Cisgiordania e a Gerusalemme. La Chiesa fa bene a denunciarli. Mi piacerebbe incontrare Papa Leone XIV. È una figura autorevole, americana, parla perfettamente inglese e può confrontarsi direttamente, anche sul piano della comunicazione, con Netanyahu e Trump.
Come vede le prossime elezioni del 27 ottobre?
Non conosco gli ultimi sondaggi, ma penso che Gadi Eisenkot vincerà. Potrebbe ottenere 25-30 seggi, mentre il Likud rischia di scendere sotto i 20. Bennett (altro leader della destra, ndr) probabilmente non supererà i 10.
Eisenkot cresce perché convince o perché raccoglie i delusi?
Perché gli israeliani lo percepiscono come l’opposto di Netanyahu. Non è arrogante, populista o appariscente. Appare autentico, una persona della quale ci si può fidare.
Incide anche la morte in guerra di suo figlio e di due nipoti?
Conta, ma soprattutto pesa la sua credibilità. Un ex capo di Stato maggiore ha una visione dello Stato, della sicurezza e degli affari internazionali.
La fine politica di Netanyahu è vicina?
Credo di sì. La sua base vale circa il 20% del Paese. Senza di lui il Likud potrebbe ridursi a 10 seggi o meno. Non vedo veri successori.
Che cosa accadrebbe dopo una sconfitta?
La prima decisione del nuovo governo sarà quella di  istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre 2023. Quanto al processo per corruzione, per Bibi il modo più realistico per evitare il carcere sarebbe un patteggiamento, il ritiro dalla politica e una nuova vita, magari a Miami.
I partiti arabi potrebbero entrare nella maggioranza?
Io avrei coinvolto Mansour Abbas, Ayman Odeh e Ahmad Tibi (esponenti dei movimenti arabi nel parlamento israeliano, ndr). Non sono sionisti, ma sono cittadini leali e rappresentano una parte importante della popolazione. È inconcepibile che gli arabi israeliani restino esclusi dal governo.
Solo una necessità numerica?
No, anche un cambiamento culturale. Dopo alcuni anni di partecipazione al governo molte barriere cadrebbero.
Che cosa cambierebbe con Eisenkot su Gaza e Cisgiordania?
Aprirebbe un dialogo con l’Autorità palestinese. Forse non potrebbe avviare subito un vero negoziato, perché avrebbe bisogno anche di Bennett e Lieberman (esponenti della destra, ndr), ma cambierebbero  linguaggio e clima.
In che modo?
Sarebbe più misurato. E soprattutto non continuerebbe la strategia di Bibi: gestire il conflitto attraverso Hamas invece di affrontarlo con l’Autorità palestinese. La rotta finalmente tornerebbe a essere quella della creazione dei due Stati.
È ancora una soluzione praticabile?
Sì, ma non per molto. Oltre l’80% degli israeliani oltre la Linea Verde (il riferimento usato dalla quasi totalità della comunità internazionale per distinguere Israele dai territori occupati, ndr) vive nel 4,4% della Cisgiordania. I principali blocchi potrebbero essere annessi a Israele attraverso uno scambio territoriale equivalente.
E le nuove colonie?
Se diventasse premier, Eisenkot probabilmente congelerebbe l’espansione degli insediamenti per salvaguardare una soluzione politica.
Che ne sarebbe del 20% di coloni che continuano a occupare più in profondità la Cisgiordania e moltiplicano gli insediamenti?
Avrebbero tre possibilità: restare mantenendo la cittadinanza israeliana ma vivendo sotto lo Stato palestinese; trasferirsi nei blocchi annessi a Israele in cambio della cessione di territorio alla Cisgiordania; oppure rientrare entro i confini israeliani.
Israele deve affrontare anche una crisi interna di lungo periodo: la crescita della popolazione ultraortodossa, l’esenzione dal servizio militare e la loro scarsa partecipazione al mercato del lavoro. Come si possono cambiare questa mentalità e questo assetto politico?
Il problema è stato ingigantito oltre le sue reali proporzioni. Credo che si possa raggiungere un accordo con gli ultraortodossi per un servizio sociale nazionale a tempo parziale. Un servizio che li obblighi a dedicare una parte del loro tempo alla comunità. Dopo le elezioni si potrà aprire una collaborazione con gli ultraortodossi sulla base di un accordo per questo genere di servizio nazionale.
L’esito del voto israeliano potrebbe influenzare le elezioni palestinesi del 27 novembre?
Spero che i palestinesi colgano l’opportunità di un cambiamento in Israele. Servirebbe anche a loro una nuova leadership capace di parlare di pace e di liberarsi degli estremisti di Hamas, della Jihad islamica e degli altri gruppi armati.
A proposito di gruppi armati e influenze estere, perché Iran e Israele evitano lo scontro diretto?
Israele non può attaccare l’Iran senza l’autorizzazione di Trump. Teheran ritiene meno costoso colpire i Paesi vicini e confrontarsi soprattutto con gli Stati Uniti. Se attaccasse direttamente Israele, noi reagiremmo e Trump non potrebbe fermare Netanyahu. Gli iraniani sono molto prudenti e calcolatori.
Da qui a ottobre teme una escalation che incida sul voto?
Spero di no. Ma sorprese e sabotaggi non possono essere esclusi.

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