«Sei ebreo? Cosa ci facevi a Ramallah?». Il soldato al check-point e il decano del giornalismo

Il giornalista israeliano Gideon Levy, tra le più importanti firme del quotidiano progressista "Haaretz", racconta in un articolo come il servizio militare di Tel Aviv stia dando forma ad una «generazione perduta»
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July 23, 2026
Tre soldati in primo piano, su una strada di terra battuta e impolverata. Sullo sfondo, le macerie
Soldati delle Forze di sicurezza israeliane/ ANSA
«Sei ebreo? Cosa stavi facendo a Ramallah?», chiede il soldato al giornalista veterano. «Abbiamo incontrato alcune persone», risponde quest’ultimo. «Stai distruggendo il Paese», sentenzia furioso il giovane fante prima di lasciar passare l’automobile oltre il check-point “Dco”, quieta frontiera settentrionale della capitale cisgiordana. Il giornalista è Gideon Levy, penna nobile del quotidiano progressista Haaretz, memoria storica di un’Israele che fu, sopravvissuto decano di un giornalismo antico, seppellito oggi dalla letale egemonia della comunicazione. Con lui, nell’abitacolo, il fedele fotografo Alex Lavac. Insieme praticano l’antica arte della cronaca, in terra straniera, visitando i villaggi assediati dai coloni, le famiglie dei ragazzini uccisi dell’Idf per aver lanciato un sasso, i malati di cancro condannati dalla miseria e dalle barriere che hanno fatto della Cisgiordania un vasto esperimento di biopolitica concentrazionaria.
Una Mancia inaridita e distopica percorsa con ostinazione donchisciottesca alla ricerca dell’Altro, del suo palese mistero. Le loro minuziose ricostruzioni costituiscono un archivio legale che andrà ad aggiungersi alle fonti del diritto internazionale, quando questo verrà risuscitato. Compongono un catalogo di emozioni pronte a sollevarsi in una sparuta guerriglia pacificamente scagliata contro l’oblio che ogni atrocità prepara e fomenta. Appena dietro l’Altro palestinese vive l’irraggiungibile Altro israeliano, la pavida inanità dei governi, la sonnolenza dei popoli ridestata da rari ed effimeri moti d’indignazione collettiva. A Ramallah hanno incontrato alcune persone, dicono dunque al giovane militare di frontiera Alex e Gideon, cronista inviso all’editoriale sentenzioso e vestito di sandali e taccuino, anche nelle occasioni più solenni. Poi la condanna perentoria, gridata sul muso attraverso il finestrino mentre le canne dei fucili carichi puntano sui colpevoli. «Segnato da tanti episodi simili ai posti di blocco, sono rimasto in silenzio. Solo dopo essermi allontanato sono stato sopraffatto da una tristezza come non ne avevo mai provata nei Territori Occupati», ha raccontato Levy nell’articolo intitolato «Come il servizio militare “di valore” stia dando vita in Israele a una generazione perduta», asciutto, splendido resoconto di un mutismo sconfitto, epifania di una nazione avvitatasi su sé stessa.
La feroce occupazione che pervade la coscienza di ogni palestinese è nel soldato gravato dall’elmetto agli anfibi da tecnologie futuristiche, nell’arroganza nervosa e aggressiva dell’essere superiore: «Al confronto, i soldati delle generazioni precedenti sembrano appartenere all'Esercito della Salvezza», ironizza Levy prima di chiudere con un pessimismo che investe un’intera generazione, quale che siano gli esiti elettorali, prossimi e venturi: «Questi giovani sono stati addestrati a essere violenti, brutali e razzisti in ogni circostanza. Per loro non c'è modo di tornare indietro. Si porteranno tutto questo dentro per il resto della loro vita». Bozzetto giornalistico a tinte fosche, spietato come la quotidianità del reale, dialoga con la grande cronaca, con le leggi votate in extremis dall’esecutivo Netanyahu per escludere i giovani studiosi della Torah dalla leva, con il rischio di guerra civile evocato dal presidente della repubblica Herzog, con le ipotesi di vittoria elettorale del generale centrista Eisenkot, padre e zio di tre giovani militi caduti nella guerra di Gaza. E con la “Super-Sparta” autarchica vagheggiata dal premier Netanyahu, memore forse della “krypteia”, il rito di passaggio alla maturità dei giovani guerrieri greci, che affilavano le lame della conquista sulla carne degli iloti.

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