Dopo il limite francese ai social, l'Italia che cosa aspetta a muoversi?
Anche nel nostro Paese abbiamo una proposta di legge simile a quella francese, a firma bipartisan di Marianna Madia e Lavinia Mennuni

Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile. Ma che la strada di una regolamentazione dell’uso dei social media da parte dei minori fosse da intraprendere con decisione era nell’aria ormai da tempo. Ultima a richiederla con forza è stata la presidente dell’Unione europea Ursula von der Leyen, che ha ribadito la necessità per il vecchio continente di darsi regole in grado di restituire il controllo ai genitori sull’uso dei social dei propri figli, sottraendolo alle piattaforme. Ora la Francia ha fatto un passo decisivo in questo senso con l’approvazione di un provvedimento che vieta l’uso dei social media a chi ha meno di 15 anni.
Si tratta del primo Paese in Europa a dotarsi di una legge di questo tipo, che impone alle piattaforme l’obbligo di verifica dell’età, con multe in caso di inadempienza. Il divieto francese si estende anche all’uso dello smartphone alle scuole superiori (alle primarie e secondarie di primo grado è già vigente dal 2018), con eccezioni che potranno essere valutate dal regolamento dei vari istituti, mentre non si applicano restrizioni ai servizi online con una chiara vocazione pedagogica, alle enciclopedie, agli archivi a carattere scientifico e ai siti di condivisione di software libero. Non sono ancora stati indicati i social media soggetti al divieto.
L’approvazione della legge francese giunge a pochi mesi di distanza dall’entrata in vigore dell’analogo, discusso provvedimento che in Australia ha imposto il limite di età di 16 anni per l’apertura di un account sui social. I primi dati usciti a soli tre mesi dall’introduzione del divieto sono stati frettolosamente interpretati come una prova che il provvedimento non funziona, visto che i due terzi degli adolescenti avrebbero trovato il modo di eluderlo. In realtà, come ha scritto su queste stesse pagine Alberto Pellai, i risultati possono essere a buon diritto visti come il promettente inizio di un cambiamento culturale che porterà a un uso più sano della Rete. La legge francese è a suo modo una conferma di questa evoluzione. Approvato dopo un iter piuttosto travagliato e accolto da non poche critiche tra chi ne evidenzia l’impossibile applicazione, esibendo a riprova il presunto flop dell’Australia, il provvedimento appena varato a Parigi cerca di migliorare la via scelta dal Parlamento di Canberra nel rispondere all’esigenza di tutela dei minori. L’abbassamento dell’età di accesso e l’attenzione alle tipologie di contenuti, con l’indicazione di risorse educative e informative che possono a buon diritto sostituire i social media, è un modo per ribadire il valore del web e incoraggiare una navigazione personale non condizionata pesantemente dagli algoritmi e dalle funzionalità che creano dipendenza. Siamo di fronte a tentativi per trovare la soluzione migliore e più efficace per un problema ormai innegabile e sotto gli occhi di tutti, sul quale si è concentrato lo stesso Emmanuel Macron in un recente intervento sul dovere di tutelare i minori online. «Ridurre l’esposizione a contenuti illegali, estremi o particolarmente espliciti è essenziale – ha scritto il presidente francese –. Questo processo richiede una collaborazione costante tra governi, industria, società civile e istituzioni di sanità pubblica, fondata sull’impegno comune per massimizzare i benefici e minimizzare i danni».
Un obiettivo ambizioso, che parte dal recupero di una sana gradualità nell’uso del digitale, e quindi dall’introduzione di un limite di età. Certamente da solo il semplice divieto non risolve – serve un serio impegno educativo e culturale che lo accompagni –, ma costituisce quella piccola “spinta” essenziale a mettere in moto una serie di processi virtuosi che porteranno al miglioramento del sistema dei social e dell’ecosistema di Internet più in generale. Il primo effetto sarà sulle famiglie stesse, che non si sentiranno più sole nell’arduo compito di tenere i propri figli al riparo dai social media, con il dubbio – facendolo – di escluderli da spazi vitali di socializzazione. Non è poi da sottovalutare l’impatto sui ragazzi stessi. Settecentomila studenti, interpellati dalle consulte provinciali del Veneto, secondo una ricerca riportata dal sito Skuola.net, si sono dichiarati favorevoli a un divieto dell’accesso ai social al di sotto dei 14 anni (divieto che in realtà è già vigente nel nostro Paese come soglia fissata dalle disposizioni sulla privacy, ma per il quale non esistono sanzioni). È il segnale di una difficoltà a gestire da soli strumenti così potenti. E ci arriva dai ragazzi stessi. Ascoltiamoli.
Il terzo effetto positivo si avrà sulle piattaforme stesse, che saranno portate a migliorarsi, a mettere in atto misure per garantire la sicurezza dei minori e il maggiore controllo da parte dei genitori. Non a caso da quando la discussione sul divieto è entrata nel dibattito pubblico si sono susseguite notizie di nuove funzionalità a tutela degli adolescenti introdotte dai servizi social più diffusi. Sarà nell’interesse di Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e tutti gli altri ridurre le funzionalità che creano dipendenza (già sanzionate peraltro nel recente processo di Los Angeles) per presentarsi come ambienti sicuri cui le famiglie possono affidare i propri figli. Tutto ciò può nascere da quel piccolo divieto iniziale. Anche in Italia abbiamo una proposta di legge simile a quella francese, a firma bipartisan di Marianna Madia e Lavinia Mennuni. Che cosa aspettiamo?
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