«"Magazzino 18" riunisce Pola, la città divisa»

Il regista Diego Ciarloni racconta il debutto, la generosità di Simone Cristicchi e il messaggio universale di questa storia
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July 23, 2026
«"Magazzino 18" riunisce Pola, la città divisa»
"Magazzino 18” a Pola
Pola, Teatro Ciscutti, lo stesso che 80 anni fa la popolazione italiana affollava per un ultimo ballo prima di partire per sempre per l’esodo: la città si svuotava come per una catastrofe aliena e la gente le portava l’estremo saluto con un veglione di Capodanno, l’ultimo. Era il 31 dicembre 1946. Ed è in quella stessa sala dorata che, nella Pola croata di questa calda estate, il regista e attore Diego Ciarloni ha portato in scena nientemeno che Magazzino 18, il musical civile di Simone Cristicchi e Jan Bernas che dal 2013 ha fatto conoscere con centinaia di repliche la storia dei giuliano dalmati in Italia e all’estero, ma mai al Ciscutti di Pola (oggi rinominato “Teatro Cittadino Popolare”). Ce l’ha fatta Ciarloni, 39 anni, anconetano, con il gruppo teatrale marchigiano Claet APS. Testo e musiche sono identici all’originale, anche la testa di ricci è la stessa di Cristicchi, ma la duplice sfida era enorme: raccontare l’esodo dei polesani nell’epicentro in cui tutto avvenne, davanti a un pubblico di “rimasti” (coloro che videro partire 30mila concittadini ma per varie ragioni restarono), e reggere il confronto con un colosso come Cristicchi.
Ciarloni, com’è nata questa idea apparentemente impossibile?
«Vidi Cristicchi in Magazzino 18  dieci anni fa e restai folgorato. Sono appassionato di storia, eppure quella pagina la ignoravo completamente. Dopo due anni gli scrissi perché pensavo che chi, come noi, fa teatro per pura passione civile (siamo un’associazione di promozione sociale senza fini di lucro, ma che calca le scene da decenni con alta professionalità) avesse il dovere di portare in scena quel capolavoro. Ora, quando i tempi sono stati maturi, Cristicchi ci ha concesso i diritti senza nulla in cambio, con una generosità rara. Ho poi scoperto che questa storia mi era più vicina di quanto immaginassi: gli esuli nel 1947 erano arrivati con la nave “Toscana” proprio nella mia Ancona e io, senza saperlo, conoscevo tanti protagonisti, quella vicenda era cresciuta nel mio inconscio».
Anche la sua storia personale è segnata dalla grande Storia.
«Mio nonno Cesare era un marchese fiorentino che negli anni ’50 si recò in Somalia, allora una colonia italiana, per fondare a Mogadiscio una centrale elettrica. Lì incontrò una bellissima ragazzina eritrea, figlia di una tribù nomade, aveva solo 13 anni ma mio nonno la prese con sé: era mia nonna. Ebbero due figli, mia mamma Gilda e mio zio, che furono subito messi in collegio dalle suore affinché crescessero “civili” e degni del suo lignaggio. Quando lui tornò in Italia, voleva portare via solo la piccola Gilda, ma lei si rifiutò e nessuno lo vide mai più. Non ho nemmeno una foto di lui, mi dicono che era rosso di capelli, bianchissimo di pelle e con occhi azzurri, strano pensarlo vicino a mia nonna eritrea… Poi negli anni ’70 un giovane finanziere italiano, Antonio, fu inviato in Somalia per addestrare i militari locali, si innamorò di mia mamma e vennero in Italia a sposarsi: è così che ad Ancona nel 1974 sono nato io, con tre quarti di sangue italiano e uno eritreo, il cui solo segno visibile sono i capelli… Un giorno, perdendomi volontariamente con mia moglie Simona per le vie di Firenze lungo l’Arno, ho alzato gli occhi e sulla lapide di un palazzo antico ho letto un nome: era quello della mia casata».
Dunque lei è un po’ un “profugo della storia” che racconta la storia dei profughi…
«Non mi sento un profugo, ma sento un forte legame tra le due storie, degli eritrei e degli istriani: seppure per ragioni molto distanti, derivano entrambe dalle vicende del passato italiano, da un’epoca che ha prodotto effetti simili sulla vita delle persone a migliaia di chilometri di distanza. Questo mi ha aiutato a mettermi nei panni degli esuli istriani, non sono uno di loro ma so cosa significhi avere una storia familiare segnata da scelte e abbandoni che ti portano a ricostruire tutto da capo».
Qual è la differenza tra il suo Magazzino 18 e quello di Cristicchi?
«Persichetti, il protagonista del musical che nell’originale è romano, con me parla anconetano, e ci sta benissimo perché Ancona è il luogo del dolore e dello sbarco. Inoltre mia moglie Simona Paolella, con un timbro puro e delicato, dà voce allo “Spirito delle masserizie” che con l’esodo restarono ammassate al magazzino numero 18 del porto di Trieste, e questo emoziona profondamente il pubblico. Infine una sand artist crea con la sabbia in diretta sul maxischermo le immagini e i personaggi che intanto io o Simona cantiamo e poi, quando le figure sono complete, le spazza via con un solo gesto della mano: proprio come la storia ha spazzato via la memoria dell’esodo e tante vite, rimaste impresse solo in quegli oggetti abbandonati a Trieste. Ma alla base resta intatto il capolavoro di Cristicchi».
Qual è la parte che la colpisce di più del musical?
«La voce mi si incrina quando arrivo a raccontare l’ultimo ballo al Teatro Ciscutti e la partenza di quel popolo mite e rassegnato, 300mila persone che se ne vanno dalle loro case senza un grido né un gesto scomposto, con la morte nel cuore. Quando dico “il 20 marzo del 1947 il ‘Toscana’ compie il suo ultimo viaggio e Pola cessa di essere una città italiana” faccio veramente fatica».
Quindi averlo recitato proprio al Ciscutti dev’essere stata un’esperienza forte.
«Ad invitarci è stata l’Associazione Italiani di Pola e Istria Lcpe, gli esuli che ogni anno si ritrovano a Pola per il loro raduno. Per noi essere proprio lì, dove la storia che narriamo è accaduta, è stata l’emozione più forte in tanti anni di teatro. Il pubblico era composto da esuli ma soprattutto dai rimasti, erano loro la grande incognita e la sorpresa: hanno risposto in massa riempiendo la platea! Quella sera il popolo di Pola, spezzato 80 anni prima artificialmente dalla mannaia della guerra, si è del tutto riunito, ha riso insieme e insieme ha pianto. La standing ovation finale è stata un risultato storico: ho poi saputo che i più anziani del pubblico erano presenti al Ciscutti durante quell’ultimo ballo di 80 anni fa e da allora ci rientravano per la prima volta, è una cosa bellissima. All’inizio percepivo parecchia diffidenza, sia dagli esuli che avrebbero ovviamente preferito ci fosse Cristicchi, sia dai rimasti che non sapevano come avrei raccontato quella storia di cui anche loro, in modo molto diverso, erano stati vittime, ma alla fine la parola che ho sentito da tutti è stata “grazie”. Mi commuove pensare di aver contribuito a creare un ponte, anche se poi la si pensa in maniere diverse: la storia dovrebbe cercare di unire e far camminare tutti nell’unica direzione, rendere giustizia a tutti coloro che hanno sofferto, riabilitare chi è stato ingiustamente accusato, provare a ringraziare persone che hanno pagato per tutti noi italiani».
I media in Croazia hanno dato ampio risalto a questa serata “storica”. Dopo l’approdo a Pola, che sogno vi resta?
«Vorremmo portare Magazzino 18 nella mia Ancona, altra città in cui non è mai stato rappresentato. Nel febbraio 1947 gli istriani sbarcati a migliaia non furono proprio ben accolti e questo avvenne accanto a dove sorge il Teatro Le Muse: quale risarcimento sarebbe più grande che raccontare qui la loro storia? E poi vorremmo andare nelle scuole di tutta Italia, confidiamo nella lungimiranza di dirigenti scolastici e insegnanti: il Giorno del Ricordo è tutto l’anno».
Qual è secondo lei la vera morale di questo spettacolo?
«Si racchiude in una frase dell’ultima canzone: “Su questa terra che tutto comprende e tutto perdona...”. Gli assolutismi di qualunque colore, e il dolore che hanno causato con le guerre e le loro conseguenze, non spengono la possibilità della pace. Magazzino 18 parla di tutte le vittime delle scelte scellerate che mettono uomini contro uomini e costringono i popoli ad abbandonare la propria terra, la propria identità, la vita stessa. È un messaggio molto attuale non solo per le tante guerre in corso ma per il confronto quotidiano, che diventa scontro su tutti i livelli, nella vita reale come in quella digitale. Alla fine non ci resta altra speranza che incontrarci, “su questa terra che tutto comprende e tutto perdona”».

Commozione, lacrime, orgoglio: le reazioni dei "rimasti"

«Entrai per l’ultima volta nel Teatro di Pola in braccio a mia mamma o a mio papà, avevo tre anni e mezzo. Può un ricordo a quella età rimanere indelebile per tutta la vita? Oggi di anni ne ho 83 ma la serata del 31 dicembre 1946 me la portavo dentro da sempre, seppure sfumata, sbiadita, quasi impercettibile… Rientrare di nuovo, dopo 80 anni, nella platea del Ciscutti ha riacceso in me l’atmosfera vivida di quel veglione di addio alla nostra città, è stata un’emozione che non avrei immaginato». Claudio Tommasi, esule a Pordenone, è tra le centinaia di persone che durante il raduno degli esuli istriani a Pola sono tornate per la prima volta nel “loro” teatro. È lì che, nella città ancora italiana, andavano in scena opere liriche e celebri filmoni americani… Poi la guerra e la fine del loro mondo, con quell’ultima surreale serata danzante, tra canti e abbracci prima di partire per sempre e disperdersi tra i continenti. Man mano che l’età si porta via i testimoni più anziani, restano i bambini di allora, con quei ricordi mai svaniti.  «A Pola sono sempre tornato alla ricerca di profumi e sensazioni, ma assistere a Magazzino 18 di Cristicchi nella nuova versione di Diego Ciarloni mi ha risucchiato indietro nel tempo – spiega Tommasi –: appena ho rivisto la sala, mi è sembrato subito un luogo familiare, non nuovo, e questo senso di appartenenza mi ha scosso profondamente. Quel veglione del 31 dicembre 1946 fu l’ultima occasione dei 30mila polesani per salutarsi e partire ognuno verso il suo ignoto, rammaricati per un destino tristissimo. Ovviamente io non potevo comprendere molto di quella sera, ma che qualcosa fosse diverso dal solito lo leggevo negli occhi di mamma e papà, percepivo i silenzi, i non detti, il peso di un'inquietudine: tutto questo oggi è riemerso in ciascuno di noi e in qualche modo ci ha uniti».
Se trentamila polesani partivano, i quattromila che restavano soffrivano la stessa lacerazione, al contrario. «Nel 1947, quando Pola è stata ceduta alla Jugoslavia, mio papà aveva solo 23 anni e non sapeva cosa fare”, racconta Gianna Pleticos, nata a Pola sotto l’Italia e oggi residente a Tortona. Un po’ rimasta e un po’ esule, è simbolo della complessità di una cultura che sfugge a confini rigidi e categorie certe, come quella istriana: «Nel 1950 papà ha fatto domanda per venire in Italia ma gli è stata rifiutata perché mia mamma era di etnia croata. Solo nel 1956 ci hanno dato il permesso di partire, quindi per quasi un decennio noi siamo rimasti nella Pola jugoslava e io per due anni ho frequentato le elementari in croato: come molti istriani parlo quattro lingue, da parte di papà italiano e polesano, da parte di mamma slavo-istriano, e dalla scuola il croato. In un certo senso sono una rimasta-per-nove-anni e una esule-da-70».
Dal 2013 Magazzino 18 ha narrato la vicenda dell’esodo giuliano dalmata a tanti italiani che non la conoscevano, ma ha anche spiegato agli esuli lo strazio della controparte rimasta in una Pola all’improvviso svuotata, agonizzante nell’unico rumore dei martelli con cui tutti inchiodavano le assi per sbarrare (inutilmente) porte e finestre o per chiudere i cassoni delle cose da portare via… Narrazione che lì a Pola – dove il tutto è accaduto e nel pubblico siedono i protagonisti – ti scava l’anima.  «È stato incredibile scoprire che al Ciscutti eravamo seduti insieme, esuli e rimasti: è un fatto epocale. Accanto a me c’era una signora anziana, oggi croata – racconta ancora Pleticos –, durante la rappresentazione abbiamo riso e pianto insieme, era la prima volta che il musical di Cristicchi veniva finalmente rappresentato nel teatro di Pola e posso dire una cosa: quella sera i rimasti hanno toccato con mano ciò che hanno passato gli esuli nei campi profughi, e gli esuli hanno capito per davvero cos’ha significato per i rimasti perdere l’identità, studiare e lavorare in una nuova lingua, adattarsi a una cultura estranea. Ma il popolo istriano è abituato: dai primi del Novecento in Istria hanno comandato gli austriaci, gli italiani, gli jugoslavi e ora i croati. Con questa signora ci siamo intese subito: eravamo due polesane!».
Mario Rude, oggi vicentino, aveva 9 anni l’ultima volta che i suoi genitori lo portarono a teatro. «Al sempre commovente Magazzino 18, recitato in modo toccante da Diego Ciarloni e Simona Paolella, si è sovrapposta una mia emozione personale – commenta dopo lo spettacolo –: ho rivisto per la prima volta la sala in cui mi portava mia mamma a vedere i film anglo-americani che ancora ricordo, mi ha molto commosso». Anche Claudio Bronzin, 91 anni, oggi fiorentino, cerca con gli occhi quale sarà stato il palco 24, quello in cui il nonno lo portava all’opera lirica: «Appena entrato nel foyer, che noi chiamavamo il ridotto, sono andato in crisi perché non me lo ricordavo così piccolo, allora ho immaginato che ci avessero fatto dei lavori e che fosse diventato ridotto di nome e di fatto… ma poi entrando in platea ho capito tutto: il mio Ciscutti lo ricordavo grandissimo perché iero muleto, piccolino ero io – sorride –. Qui ho visto la Madama Butterfly, il Rigoletto, Il barbiere di Siviglia, anche la Carmen. L’Aida no, quela la go vista in tela Arena». Il nonno Angelo comprava per tutta la stagione lirica il palco 24 al secondo piano, «secondo lui aveva l’acustica migliore. Alla prima andava lui con sua moglie insieme i nipoti, alla seconda il figlio più grande con la moglie e ancora il gruppetto dei nipoti, alla terza altro figlio e ancora i nipoti… e mi sempre in mezo». Il musical di Cristicchi, che racconta anche l’ultimo ballo al Ciscutti, gli ha sbloccato i ricordi più forti: «Mi è tornado in mente che mio papà e mia mamma quando andavano a ballare mi portavano con loro. Una volta, forse l’ultima prima di partire, era stata organizzata in teatro una manifestazione di italianità per Pola, la gente buttava sulla platea coriandoli e strisce tricolori. C’era una contentezza generale ma strana… come se sotto nascondesse un dolore”. Comunque la festa di italianità è durata poco perché «presto sono entrati dei contestatori e giù botte da orbi, finché non è arrivata la Militar Police angloamericana insieme ai poliziotti civili e a suon di manganelli è finito tutto, qualcuno è andato via malconcio... E difatti è davvero finito tutto, con noi sparpagliati per il mondo. Ci voleva una serata storica come questa per radunarci di nuovo: i polesani di oggi hanno fatto con noi la “standing ovation”, che saria quela de meterse tuti in pie a bater le mani e gridare bravi – ride –. Anche mi go partecipado a ’sto stending…».
Claudia Milotti, da sempre rimasta a Pola, è un’autorità culturale della “minoranza italiana” e della conoscenza storica istriana. Docente e preside, ha tirato su generazioni di polesani. «Ho iniziato la prima elementare nel ’46 nella Pola italiana e nel ’47, in seconda, ero in Jugoslavia – racconta –. Non dimenticherò mai il 1953, quando il mio liceo italiano venne annesso a quello croato, quindi rimanemmo senza autonomia pedagogica e di gestione scolastica. Passati molti anni, divenni preside della Scuola Italiana e riuscimmo a recuperare la nostra autonomia, ma non avevamo un edificio… così quell’alunna che tanti anni prima aveva perso il suo liceo ora che era preside ne fece lo scopo della sua vita e, con anni di estremo impegno, nel 2001 siamo entrati nella nuova sede, cui abbiamo anche ridato il nome di Dante Alighieri, lo stesso della prima elementare che avevo frequentato. Oggi la Scuola Italiana di Pola è rinomata e ambita da tutti».
La secolare storia istriana deve essere conosciuta dai giovani sia di qua che di là del confine, afferma, e per questo «portare Magazzino 18 a Pola e aprire gratuitamente il teatro all’intera cittadinanza è stato un dono eccezionale di cui sono immensamente grata all’Associazione degli Italiani di Pola e Istria (Aipi-Lcpe), il ponte che ha saputo aprire un dialogo tra mondi ancora separati, il modo più autentico per portare la nostra storia alla maggioranza croata. Viviamo insieme da decenni ma ancora non ci conoscono».
Dopo 80 anni non immaginano nulla di quel «nostro passato tragico che questa serata di unione ha riacceso nel cuore di tutti noi che c’eravamo. Perché io ricordo benissimo quell’esodo che ci lasciò soli nella città vuota, ho sempre impressi in me quei colpi di martello che risuonavano nel silenzio dolente di Pola, e ricordo anche il mare rosso dopo Vergarolla», la grande strage di italiani che il 18 agosto del ’46 diede il via all’esodo.
Lucia Bellaspiga

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