McKeown: «Bobby Sands e la lunga strada verso la pace»

L’ex prigioniero repubblicano rievoca cosa accadde dopo gli scioperi della fame del 1981 e la rinascita politica e umana maturata dentro Long Kesh
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July 23, 2026
McKeown: «Bobby Sands e la lunga strada verso la pace»
Murales dedicato a Bobby Sands su Falls Road, a Belfast Ovest / Alamy
Nella lunga e tormentata storia della lotta per la libertà irlandese, la vittoria non è arrivata sotto forma di trionfo militare, ma nella pace conquistata dopo decenni di sangue, carcere e sacrifici. Nell’aver potuto consegnare ai propri figli un futuro che il conflitto sembrava aver reso impossibile. La famosa frase di Bobby Sands - «la nostra vendetta sarà la risata dei nostri figli» - oggi suona come una profezia compiuta, una promessa che ha preso la forma semplice e potentissima di una fotografia: due bambine che sorridono all’obiettivo, ritratte nell’ex carcere di Long Kesh, uno dei luoghi-simbolo del conflitto anglo-irlandese, dove un tempo i prigionieri politici irlandesi si lasciavano morire di fame per rivendicare i loro diritti. L’immagine è riprodotta sulla copertina del nuovo memoir di Laurence McKeown, And Flowers Grew Up Through the Concrete (Beyond the Pale, pagine 336, euro 18,71), in cui l’ex compagno di prigionia di Sands racconta per la prima volta cosa accadde dopo la primavera-estate del 1981, quando dieci prigionieri politici irlandesi morirono di sciopero della fame dentro quel carcere. McKeown stava per diventare l’undicesimo. Ma dopo settanta giorni consecutivi di digiuno entrò in coma e i suoi familiari decisero di farlo alimentare per via endovenosa, contro la sua volontà. Le due bambine nella foto sono le sue figlie, Caoilfhionn e Órlaith, nate dopo la fine del conflitto.
Il libro racconta come una comunità politica tentò di reinventarsi dentro uno spazio concepito per annientarla. La narrazione prende avvio da una semplice domanda: cosa resta dopo gli scioperi della fame, gli anni rubati, i morti, dopo aver sacrificato tutto? «In quei giorni, dopo la morte di Bobby e degli altri, molti pensarono che la resistenza repubblicana fosse stata spezzata definitivamente», ci spiega McKeown. «All’inizio, anche in carcere aleggiava la sensazione di essere stati sconfitti. Ma dentro quel paesaggio di cemento e filo spinato, abbiamo lentamente cominciato a immaginare il futuro. Non sapevamo ancora di aver vissuto un trapasso storico decisivo».
Nelle parole di McKeown, il carcere di Long Kesh appare come una frontiera morale. Un territorio dove la sconfitta, dopo la fine dello sciopero della fame del 1981, sembrava definitiva e invece diventò l’inizio di una mutazione umana e politica. «Il governo britannico era convinto di aver spezzato la volontà dei prigionieri repubblicani. Accadde il contrario. Nei blocchi H dov’eravamo rinchiusi, torturati e privati di tutto, iniziò una lenta riconquista dello spazio politico. Prima la battaglia per la segregazione, poi l’organizzazione collettiva, lo studio, la scrittura, i dibattiti dentro celle che avrebbero dovuto produrre isolamento e invece generarono una comunità. La resistenza contro il sistema penitenziario sfociò nel tentativo di capire che tipo di società avrebbe dovuto nascere dopo il conflitto».
Cinque anni prima, nella primavera del 1976, il governo di Londra aveva deciso di introdurre una strategia definita “criminalizzazione”, che prevedeva l’eliminazione dello status di prigioniero politico e l’obbligo di indossare l’uniforme del carcere. Iniziò un lungo scontro carcerario in cui i detenuti dell’Ira rifiutarono le divise e rimasero nudi nelle celle indossando solo delle coperte, poi rifiutarono di lavarsi, infine ricorsero allo strumento estremo dello sciopero della fame. McKeown entrò in carcere proprio in quei mesi e si unì subito alla lotta. Rimase in cella nudo per quasi due anni, poi cominciò il digiuno: «Dopo quaranta giorni di sciopero iniziavo a vedere doppio, poi sempre più sfocato. E mentre la vista calava, l’olfatto si intensificava al punto che potevo sentire l’odore dell’acqua. Alla fine pesavo appena 44 chili. Ero pelle e ossa». Non fosse stato per i suoi familiari, oggi non sarebbe qua. Nel libro, McKeown ritorna continuamente alla figura dei suoi genitori, alla distanza forzata, ai lutti vissuti dietro le sbarre. In uno dei passaggi cruciali, ricorda sua madre che, mentre lui sta per morire, gli dice: «Tu sai quello che devi fare, e io so quello che devo fare». Intendeva dire che non gli avrebbe mai chiesto di interrompere lo sciopero. Ma sarebbe intervenuta al momento opportuno, salvandolo non appena fosse entrato in coma.
Quella protesta e quelle dieci morti avrebbero cambiato il corso del conflitto anglo-irlandese ponendo le basi del processo di pace. Londra reintrodusse gradualmente lo status di prigioniero politico nelle carceri dell’Irlanda del Nord. Ma soprattutto, la clamorosa elezione di Bobby Sands al parlamento di Westminster avrebbe segnato uno spartiacque decisivo del conflitto, poiché convinse il suo popolo che il confronto elettorale costituiva una valida alternativa alla lotta armata. McKeown uscì dal carcere nel 1992, dopo aver preso una laurea in sociologia. Poi, dopo un dottorato alla Queen’s University di Belfast, ha iniziato a lavorare come drammaturgo e scrittore. Nel 1995 ha fondato il Belfast Film Festival. Al contrario di tanti ex compagni ha preferito le arti alla politica. «Sono state la continuazione naturale dell’esperienza carceraria, dove la poesia e il teatro divennero parte della nostra lotta. La cultura, in quelle condizioni, fu uno strumento di resistenza indispensabile per sopravvivere».
Oggi McKeown ha settant’anni e vive con la sua famiglia a Dundalk, a pochi chilometri dal confine irlandese. Lo sciopero della fame gli ha lasciato danni permanenti alla vista e soffre di ulcera. Quando lo incontriamo è appena tornato da un festival in Sudafrica, dov’è stata rappresentata una sua opera dedicata al tema del confronto con il passato. Lo spettacolo è stato messo in scena anche in Ruanda, nel memoriale dedicato alle vittime del genocidio. Qualche anno fa, è tornato nell’ex carcere di Long Kesh ormai dismesso insieme alle sue figlie e le ha lasciate correre nel cortile dove lui aveva trascorso la sua gioventù. È stato il modo per suggellare una rinascita. «Se mi volto indietro, mi accorgo di quanto sia stato lungo il percorso che abbiamo attraversato. La costruzione della pace è stata il coronamento di quello che abbiamo fatto in quegli anni. C’è ancora un po’ di strada da fare, ma lo slancio c’è. Avremo una pace giusta e duratura solo con la riunificazione dell’isola. E finalmente, anche in seguito alla Brexit, molti unionisti protestanti un tempo intransigenti sono adesso disposti a discutere un futuro condiviso in un’Irlanda unita».

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