I medici "di strada" del G8 a Genova: così la professione diventò impegno

In un libro
il racconto di come gli avvenimenti tragici del 2001 abbiano mutato
il lavoro
e spesso anche la vita di infermieri
e medici
volontari
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July 18, 2026
I medici "di strada" del G8 a Genova: così la professione diventò impegno
Un'immagine di archivio del 20 luglio 2001 mostra gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine a Genova durante il vertice del G8. ANSA/LUCIANO DEL CASTILLO
L’annuncio era apparso sulle pagine di alcuni quotidiani nazionali: si cercano medici e infermieri volontari per contribuire alla tutela sanitaria delle decine di migliaia di persone che si concentreranno a Genova nelle giornate del G8. Le adesioni arrivarono a decine: non solo dalla Liguria, ma da tutta Italia e anche dall’estero. Alla fine saranno più di 150; formeranno il gruppo “Sanitario” all’interno del Global Social Forum, la galassia di oltre mille associazioni, tra cui molte del mondo cattolico, che scesero sulle strade di Genova tra il 19 e il 21 luglio 2001 per ribadire in faccia ai Grandi che «un altro mondo è possibile», un mondo dove la globalizzazione non minacci l’esistenza dei più fragili.
Quello che accadde in quel drammatico fine settimana di 25 anni fa è storia: la città messa a ferro e fuoco, centinaia di ragazzi e adulti picchiati e malmenati dalle forze dell’ordine, il giovane Carlo Giuliani ucciso da un carabiniere in piazza Alimonda, le torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. E poi, negli anni a venire, i processi e le condanne a un numero esiguo di rappresentanti dello Stato, così come ad alcuni “casseur”… Ma di quella brigata di medici volontari che indossarono la maglietta bianca “Sanitario Gsf” cosa è rimasto? Pensavano di dover aiutare chi pativa malori per il caldo e invece si trovarono in guerra: cucirono teste rotte, disinfettarono lacerazioni sanguinanti, fasciarono arti spezzati, in tanti casi sottrassero i feriti alla furia delle forze di sicurezza. Ma soprattutto fecero una scelta netta: dove schierarsi, da quale parte stare, non importa se al prezzo di qualche manganellata sulla schiena. Obbligo di referto venticinque anni dopo (Magdalena, pagine 122, euro 15,00) è un libro che ricorda una verità storica poco illuminata: l’hanno scritto Massimo Costantini e Andrea Liuzzi, il primo lui stesso medico in servizio a Genova in quei giorni e il secondo giovane filosofo e comunicatore che all’epoca dei fatti non era nemmeno alle elementari e oggi è membro del collettivo Croccante di Bologna, che ha collaborato al libro. Con lo stesso titolo, anche un podcast. La casa editrice è la piccola e giovanissima Magdalena di Genova, fondata dallo stesso Costantini dopo una carriera da medico palliativista che l’ha portato a operare e fare ricerca in tutta Europa. “Obbligo di referto” era l’imperativo che quel manipolo di sanitari si dette in quel folle fine settimana del 2001: fare delle loro diagnosi un documento storico, a futura memoria. Il libro – una sorta di atto secondo rispetto al primo “Obbligo di referto”, scritto a caldo dai sanitari Gsf e pubblicato nell’ottobre dello stesso anno come testimonianza collettiva di ciò che si era visto e vissuto – indaga su ciò che significò il G8 nella vita di ciascuno di quei medici e infermieri volontari. Per molti di loro la medicina non era allora, e a maggior ragione non lo fu più dopo, solo un lavoro.
Nel 2001 a Genova divenne una scelta politica di attivismo che non fu più abbandonata, un modo per stare responsabilmente dentro i conflitti del proprio tempo. Fu un modo diverso di intendere la professione: curare significò prendere posizione, difendere il diritto alla salute e rifiutare che la violenza restasse senza nome. Dimitri e altri proseguirono con più determinazione l’impegno sociale nell’Ambulatorio Città Aperta, nei vicoli di Genova, che ancora oggi assiste i migranti non in regola. Altri proseguirono il loro cammino in giro per il mondo. Marcello dopo la pensione da pediatra nell’entroterra ligure andò in missione in Africa. Elisabetta, che nei giorni del G8 era infermiera volontaria, l’anno dopo andò in Palestina con un movimento di solidarietà. «Senza il G8 credo che non ci sarei arrivata. A spingermi ad andare è stato una sorta di bisogno di superare in qualche modo quel trauma di Genova con qualcos’altro», racconta. Gaddo invece anni dopo è finito a lavorare negli ambulatori di Emergency a Gaza.
Perché c’è anche un filo che tiene insieme il 2001 e l’oggi: non è un caso se Genova nell’estate 2025 divenne l’epicentro del sostegno a Global Summond Flotilla in partenza per la Striscia. A molti l’atmosfera di mobilitazione collettiva per una causa ritenuta giusta e meritevole di un protagonismo personale richiamò il clima che si respirava alla vigilia del G8 di Genova. «Mi ricordo che lo striscione che apriva la manifestazione del 19 luglio 2001 era “libertà di movimento, libertà senza confini” – scrive Gaddo in “Obbligo di referto” -. Esiste assolutamente un filo rosso. Quello che uno sente di più come privazione a Gaza è la libertà di movimento. Quel mondo che 25 anni fa volevamo, quello della libertà di movimento, della libertà senza confini, è un problema ancora più attuale oggi. E la libertà in generale direi, ma la libertà di movimento, la libertà senza confini, rimane sempre una cosa per cui lottare».

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