Bhutan, il regno dove la felicità è tra le nuvole

Un reportage da un Paese grande come la Svizzera e abitato da appena ottocentomila persone, dove la modernità arriva con lentezza e su cui è stato girato un doc
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July 16, 2026
Bhutan, il regno dove la felicità è tra le nuvole
Un'immagine dal film “Agent of Happiness – Il Buthan e la felicità”
«Qui, se si lascia aperta una porta è probabile che vi si infili una nuvola». È la migliore definizione del Buthan, una nazione himalayana grande come la Svizzera e con solo ottocentomila abitanti. È tratta dal magnifico romanzo di Kiran Desai Eredi della sconfitta (Adelphi, 2006), dove la scrittrice indiana mescola alla fiction l’esperienza diretta dell’esser cresciuta al confine tra India e Buthan. Un paese che è diventato un simbolo: difficile entrarci perché richiede ai turisti una tassa di cento dollari al giorno, trasformato dagli ultimi Re in carica nella sede del GNH, Gross National Happiness, un regno che segue parametri ambientali e di wellness per assicurare la felicità ai suoi sudditi. Picchi magnifici, vette di ottomila metri, ma anche foresta pluviale, rinoceronti, elefanti, tigri a sud e poi via via salendo panda, orsi, pantere, yak e foreste sempreverdi, con specie rarissime che occupano il settanta per cento del territorio. Nel percorrerlo, lungo gli infiniti tornanti delle poche strade del regno, lo stupore è rendersi conto che è molto abitato – grandi case a tre quattro piani in legno e terra pressata, chiamate dzong, riccamente decorate, dove vivono più famiglie; sulle facciate i simboli del buddhismo antichissimo vajrayana, un culto in Buthan molto mescolato al Bonpo, l’animismo locale fatto di sciamani, spiriti e magie. E poi monasteri arrampicati su ripidissimi pendii, templi dedicati ai santi tibetani, fortezze su corsi d’acqua e ponti vertiginosi.
Se non si soffre troppo il mal d’altura, l’atmosfera rarefatta, le nuvole onnipresenti, la luce filtrata dai rododendri dà una vertigine costante. Un Paese normale, però, fatto di gente che vive di agricoltura e di un turismo d’élite molto filtrato. Si viene accolti in case a ridosso di campi di riso ricavati nelle balze delle montagne. Il buddhismo locale rifiuta l’inutile uccisione di esseri viventi, la pesca viene praticata ma le prede rimesse in acqua. Le montagne sono popolate di bandiere bianche stese per lungo su alti pali. I buthanesi non hanno cognomi, solo nomi. Per, dicono, evitare gli attaccamenti, i legami eccessivi di famiglie e clan. I morti vengono bruciati, se sono infanti, lasciati agli avvoltoi. Se mi chiedete se ho potuto constatare l’effettiva felicità media, posso rispondere che c’è solo un mondo non affrettato, una generale tendenza al distacco buddhista, ma per il resto è la vita con le sue bellezze e suoi problemi, alcolismo, abusi, violenza domestica. Le monache che sono andato a trovare in un monastero arrampicato sulle alture di Paro, uno dei centri abitati in una valle, erano orfane o salvate da situazioni familiari prossime alla violenza. Nei loro vestiti giallo zafferano coperte da palandrane di profondo porpora giocavano con grande allegria di sorelle e poi andavano a salmodiare in mezzo a dipinti antichissimi di spiriti e incarnazioni, mentre il burro fuso veniva versato sugli altari.
Un film recente, girato da un buthanese e una ungherese, Agent of happiness indaga in maniera leggera ma mai banale tra gli abitanti – accompagnando degli agenti di verifica della felicità media inviati dal Ministero della Felicità. Gli incontri, le interviste, raccontano di una vita normale fatta di tristezza, speranze, lutti, sogni. Uno degli intervistati vorrebbe mettere su famiglia, ma essendo di origine nepalese incontra molte difficoltà. Il Buthan è pur sempre un regno per buthanesi, gli hindo-buddisti di origine nepalese sono visti come un problema – e lo sono stati in una insurrezione secessionista qualche decennio fa. Il Buthan è uno stato cuscinetto tra la Cina e l’India e deve la sua sopravvivenza al forte sostegno dell’India e alla convenienza di separare due colossi. I paesaggi sono mozzafiato, la catena dell’Himalaya fa capolino tra le nuvole, al di là di quel picco c’è il Tibet da cui nel corso dei secoli sono arrivati il buddismo, ma anche gli scismi e ultimamente i rifugiati. Nella capitale, Thimpu, poco più di centomila abitanti, andiamo a visitare la clinica di medicina tibetana – che qui si è trapiantata quando i cinesi hanno distrutto la sede principale a Lhassa in Tibet. Poco lontano un magnifico edificio in legno, con i suoi dipinti in oro sulla facciata è l’università di Astrologia. Chi vi si iscrive, per lo più monaci, deve studiare per sette anni segni nel cielo, effemeridi, combinazioni astrali; alla mia domanda aggiungono moltissima letteratura e poesia.
Ancora Kiran Desai: «Ci vollero due settimane di duro cammino per arrivare a Thimpu. Nella giungla trovavamo riparo in quelle fortezze che sembrano bastimenti, gli dzong, costruite senza un chiodo. Mandavamo avanti un uomo ad annunciare il nostro arrivo e ci facevano avere un dono di benvenuto. Cento anni fa offrivano tè del Tibet, riso allo zafferano, vesti di seta cinese bordate di pelo di agnello non ancora nato, cose del genere; ai nostri tempi, un paniere di tramezzini al prosciutto e birra».
Le nuvole però continuano anche adesso a introdursi nelle case, nei templi, nei monasteri e nelle fortezze. È un segno felice, comunque.

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