Ragazzi e social, servono esperienza richiami all’umano e responsabilità
La realtà sembra sfuggire a norme e regolamentazioni, in un campo nel quale i controlli sono difficili, se non impossibili. Ma i divieti non bastano

La concomitanza della chiusura delle scuole per la lunga pausa estiva e del dibattito che si è aperto sul tema dei divieti da applicare all’uso da parte dei minori dei nuovi strumenti tecnologici induce a riflettere sulla responsabilità educativa delle scuole, delle famiglie e della società tutta alla luce di quanto contenuto nella Magnifica humanitas . Secondo l’Ocse, 25 Paesi hanno già introdotto o stanno per introdurre divieti per i giovani nell’accesso ai cosiddetti social media o stanno valutando restrizioni analoghe. E ha fatto scalpore la recente decisione della Gran Bretagna che, rifacendosi al modello australiano, ha annunciato ufficialmente il divieto totale di utilizzo di tutti i social e dei siti di gaming, fatta eccezione per WhatsApp e Signal, per i minori di 16 anni, nonché altre misure come l’interruzione dello scrolling e il coprifuoco notturno. Anche in Italia il tema è all’ordine del giorno in ambito politico e scientifico, e sono stati depositati disegni di legge che vorrebbero introdurre il divieto totale sotto i 15 anni e il consenso dei genitori per la fascia 15-18. Attualmente l’età minima è fissata a 14 anni con il consenso dei genitori.
Viene spontaneo interrogarsi sull’efficacia delle restrizioni proposte. Sia le norme dei 25 Paesi di cui sopra, che le raccomandazioni formulate a livello europeo (ad esempio all’interno del Gdpr, il regolamento europeo del 2016), che i vari protocolli etici di controllo e regolamentazione messi in campo dalle stesse piattaforme che gestiscono social e Intelligenza artificiale, prevedendo profili protetti, specifici account “teen” e limitazioni dei tempi di utilizzo, non sembrano avere effetto sull’uso dei social da parte dei minorenni, che non diminuisce, e anzi aumenta continuamente, come diversi studi mostrano. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, 4 adolescenti su 5 li usano quotidianamente, più del 13% dei ragazzi tra 11 e 15 anni mostra un uso problematico con rischio di dipendenza, e si stima che circa 100mila ragazzi tra 15 e 18 anni soffrano di vere e proprie patologie legate all’abuso di dispositivi digitali.
La realtà, in sostanza, sembra sfuggire a norme e regolamentazioni, in un campo nel quale i controlli sono difficili, se non impossibili, e i comportamenti e le scelte individuali dettano legge. Da cui la necessità, per far fronte alla situazione, di non fermarsi ai divieti, che anzi secondo alcuni studi rischiano di essere addirittura controproducenti sulla base del noto effetto attrattivo del proibito. E occorre interrogarsi piuttosto in maniera più approfondita sulla condizione giovanile e le dipendenze dei giovani, in tutti i campi, per capire su quali vie di uscita possiamo contare. Tre ambiti di riflessione ci vengono in aiuto da questo punto di vista: l’esperienza accumulata nel campo delle altre dipendenze giovanili, quelle più antiche, da alcol, fumo e droghe; i richiami all’umanizzazione, alla valorizzazione della relazionalità, all’educazione e alla responsabilità sociale condivisa, come magistralmente proposti nell’enciclica Magnifica humanitas pubblicata il 16 maggio scorso; e le strategie di controllo e sanzione da indirizzare verso i veri responsabili della gestione delle piattaforme e dei relativi rischi.
Per quanto riguarda l’esperienza accumulata nel campo delle dipendenze giovanili negli ultimi 50 anni, i tanti studi ci rimandano un quadro in continua evoluzione, nel quale la ricerca di una propria identità adulta si svolge in un contesto dove stress, iperstimolazione, ipo-stimolazione, frustrazione, individualismo, si mescolano e producono percorsi sempre cangianti di sperimentazione e di transizione. Una situazione da affrontare, dunque, attraverso meccanismi di rafforzamento e di supporto, più che attraverso divieti e sanzioni. In particolare la letteratura scientifica sulle dipendenze è concorde nel suggerire il valore dell’autoregolazione e della prevenzione negli interventi da porre in atto.
Lo scenario, le forme e gli oggetti di consumo sono diversi oggi rispetto a passato, ma rimangono due punti fermi: i giovani vivono una stagione di costruzione della propria identità anche attraverso l’esperienza della sperimentazione e percorsi di “prove ed errori”, e se vivono in una condizione di sofferenza non dobbiamo meravigliarci se tentano strade di vera e propria “automedicazione” attraverso sostanze e oggetti che promettono la felicità e propongono forme di relazione apparentemente rassicuranti e comprensive, come ultimamente si intende dire usando il termine inglese “sicofante”, nell’accezione di adulatore, per l’Intelligenza artificiale antropomorfica. Il porre divieti, in una simile situazione, significa perdere in partenza e porsi in una situazione di incomprensione e di rifiuto dell’aiuto.
Nella medesima direzione vanno le raccomandazioni contenute nell’enciclica Magnifica humanitas ai paragrafi dal 139 al 147, che trattano delle sfide educative poste dall’Intelligenza artificiale. È interessante notare che il punto di partenza del discorso è proprio la iper-stimolazione, affiancata dalla cultura dell’immediatezza, che rimandano alle responsabilità in capo al mondo degli adulti e al modello economico e sociale della nostra democrazia. Rispetto a questi aspetti distorsivi, che provocano disagio e sofferenza, la Magnifica humanitas richiama il valore della lentezza e del senso del limite, il pensiero profondo, l’alleanza scuola-famiglia e il valore della prevenzione educativa. Gli strumenti non vanno né demonizzati né idolatrati, e occorre lavorare sul versante dell’ecologia della comunicazione, sul rafforzamento dei corpi intermedi, sulla comunicazione scientifica, la divulgazione di quanto prodotto dalla buona scienza e la contaminazione dei diversi saperi e delle diverse discipline. E per fare questo occorre conoscere non solo i giovani e i loro problemi, ma anche i prodotti e gli oggetti che la modernità offre loro e che presentano sia potenzialità positive che rischi. Per primi gli adulti, quindi, devono studiare e rendersi conto di cosa si ha di fronte. Per passare poi a un’educazione adeguata di tutti giovani al corretto uso e alla individuazione dei rischi. Lottando per una buona scuola e una buona università per tutti, nessuno escluso. Una scuola e una università che trasmettano il desiderio della verità, della responsabilizzazione in proprio rispetto alla propria vita ed a quella degli altri e della individuazione di obiettivi e progetti esistenziali che rendono la vita degna di essere vissuta con passione e in solidarietà con gli altri.
I divieti e i controlli formali, e questo è il terzo elemento di riflessione, vanno riservati al mondo dei gestori delle piattaforme, che vanno indirizzati a lavorare sulla base di un’etica condivisa, che prenda sul serio i valori della democrazia. Come quelli ribaditi dall’attuale formulazione dell’art 41 della nostra Costituzione, fortemente voluta dall’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, e che recita: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E a chi nuoce all’utilità sociale, alla salute, all’ambiente, alla sicurezza e alla libertà e dignità umana o vanno riservate le sanzioni, i controlli e l’imposizione di protocolli di auto-regolamentazione.
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