Il sistema immunitario della democrazia
Giustizia, sanità, scuola e carcere: è qui che si misura la capacità della Repubblica di impedire che il cittadino diventi suddito

Ogni volta che si parla di difesa, il dibattito si concentra sulle armi, sugli eserciti, sulla sicurezza dei confini. È inevitabile, soprattutto in tempi di guerra. Ma una domanda dovrebbe precedere tutte le altre: che cosa difende davvero una democrazia? La risposta della nostra Costituzione è chiara e coerente col “ripudio della guerra” affermato nell’articolo 11. Prima ancora del territorio (anche questo, ovviamente), essa difende la dignità della persona, l’uguaglianza dei cittadini, i loro diritti fondamentali costruendo una società sana. In altre parole, difende prima di tutto la democrazia stessa. Per questo la prima forma di difesa è quella che potremmo chiamare il sistema immunitario democratico.
Come ogni organismo vivente, anche una democrazia è continuamente esposta a virus e malattie. Alcune idee politiche e culturali attraversano la società senza lasciare tracce; altre contribuiscono addirittura a rafforzarla. Ma ve ne sono alcune che, pur presentandosi come soluzioni, finiscono per erodere, lentamente, i principi stessi della convivenza democratica. Accade proprio come nelle malattie più insidiose: all’inizio il sistema immunitario non riconosce il pericolo, perché le cellule malate assomigliano a quelle sane. Quando se ne accorge, può essere troppo tardi. La Costituzione, in fondo, costruisce proprio questo sistema immunitario. L’articolo 3 non si limita a proclamare che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza delle persone. Non basta dichiarare i diritti: bisogna renderli effettivi. È questa l’immunità della democrazia.
Ci sono quattro luoghi che possiamo chiamare – in parte già si chiamano – sottosistemi, nei quali questa immunità viene continuamente messa alla prova: la giustizia, la sanità, la scuola e il carcere. Non sono ambiti qualsiasi. Sono i luoghi nei quali il rapporto tra Stato e cittadino è inevitabilmente asimmetrico. Quando si è malati in cerca di diagnosi pronte e cure efficaci ci si sente fragili, indifesi, insicuri… più la posta è alta più si è “disposti a tutto” pur di ottenere. Come quando si è in attesa di una sentenza che può limitare la libertà, quando un insegnante valuta, quando in un carcere un detenuto chiede una cella dove si può respirare o un gabinetto che funzioni.
In questi casi, come in nessun altro ambito, il rischio che il cittadino diventi suddito è tanto concreto. Emergono i sentimenti della sudditanza: chiedere, insistere se non si è ascoltati, pietire, supplicare, “arrangiarsi”, temere. Per questo la Costituzione circonda questi particolari poteri di garanzie, limiti e responsabilità. Non perché diffidi delle persone che li esercitano, ma perché conosce la natura del potere e le asimmetrie pericolose. Ogni potere, se non è controllato, tende a trasformarsi da servizio in privilegio, da autorevolezza in arbitrio. Quando questi quattro sistemi funzionano, il cittadino continua a fidarsi della Repubblica. Quando si deteriorano, la malattia democratica comincia a diffondersi.
Il processo è quasi impercettibile. Si cerca un amico per ottenere una Tac in quattro giorni invece che in quattro mesi. Poi si cerca qualcuno che possa fare una telefonata, esercitare un’influenza, procurare un favore. Il diritto smette di essere universale e diventa una concessione. La cittadinanza lascia spazio alla clientela che apre strade infette cominciando dalla piccola gentilezza non dovuta. Un pedone che ringrazia l’autista che lo fa passare sulle strisce, un piccolo regalo a tizio o caio che ha “facilitato” – bontà sua – ciò che era semplicemente dovuto. Se questo meccanismo continua, il favore sostituisce la legge e tutti, prima o poi, diventiamo collusi. E quando la legge perde credibilità, altri gruppi di potere si candidano a garantire ciò che lo Stato non riesce più ad assicurare. È così che prosperano le mafie, ma anche tutte le forme, più o meno dichiarate, di potere fondato sulla dipendenza personale invece che sui diritti. Ecco perché la migliore politica della difesa non è soltanto e prima di tutto quella che investe negli armamenti. È quella che rafforza il sistema immunitario della democrazia: una giustizia credibile, una sanità accessibile, una scuola capace di formare cittadini critici e vigilanti, un carcere che realizzi ciò che prescrive l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Forse questo è il criterio con cui dovremmo giudicare ogni proposta politica, al di là delle appartenenze. Non chiedersi soltanto chi prometta di governare meglio, ma chi contribuisca davvero a rafforzare il sistema immunitario della Repubblica. Molti anni fa Paolo VI scrisse: «Non si dica carità ciò che è dovuto per giustizia».
Forse questo è il criterio con cui dovremmo giudicare ogni proposta politica, al di là delle appartenenze. Non chiedersi soltanto chi prometta di governare meglio, ma chi contribuisca davvero a rafforzare il sistema immunitario della Repubblica. Molti anni fa Paolo VI scrisse: «Non si dica carità ciò che è dovuto per giustizia».
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