In Cina c’è un Partito-Stato onnipotente. Perché non sappiamo vederlo?

Verso la pervasività del potere centrale di Pechino, che informa di sé la crescente presenza cinese sulla scena globale, c’è in Italia una sorta di sospensione del dibattito su come giudicarlo e affrontarlo sapendo cosa mostra di poter fare, dando piuttosto spazio alle voci a sostegno
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July 15, 2026
In Cina c’è un Partito-Stato onnipotente. Perché non sappiamo vederlo?
Gente per le strade di Pechino / ANSA
Se applichiamo il realismo cristiano al caso cinese ne derivano almeno due cose. Non si può far finta che la Cina non esista. Non si può far finta che la Cina non sia quello che è.
La Cina è una grande potenza in ogni campo, ormai anche in quello militare, ormai anche su scala globale. A questo punto, se non è probabile, certamente è possibile che la Cina diventi il perno del prossimo ordine planetario. Non ha senso ignorarla. Non ha senso ignorare la sua storia millenaria, la ricchezza delle sue culture, il senso di riscatto da cui è stata mossa nell’ultimo secolo. Della Cina oggi subiamo l’influenza in ogni campo. Le abbiamo affidato una grande parte della manifattura e ha scavalcato in tecnologia noi europei (praticando mezzi legali e non). L’abbiamo ammessa in ogni “salotto buono” senza chiederle nulla in cambio in termini di rispetto dei diritti e neppure degli accordi da essa stessa sottoscritti. Ne consumiamo prodotti di tutti i tipi e in misura crescente.
È questa stessa Cina a essere la più grande e la più potente dittatura del pianeta. Non vi è alcuna traccia di democrazia: il Partito è lo Stato. Il vertice del Partito (e dunque dello Stato) si ricambia per cooptazione (e per eliminazione) sotto il controllo di una ristrettissima oligarchia (a sua volta cooptata). Tale vertice è ormai sempre più sotto il controllo di un solo uomo. Questi, Xi, ha mutato la Costituzione per rimandare il proprio avvicendamento e ha fatto mettere il proprio pensiero in Costituzione accanto al solo Mao. In Cina viene sistematicamente ignorato e violato ogni diritto fondamentale, a cominciare dalla libertà religiosa. Non lo si fa alla chetichella, ma con assoluta trasparenza. Come scritto nella dichiarazione congiunta con Putin del 2022, pochi giorni prima del via libera alla (ennesima) aggressione russa all’Ucraina, i diritti fondamentali sono solo quelli che lo Stato riconosce come tali, non qualcosa che le persone hanno comunque. Nessun altro foro né alcun’altra istanza è riconosciuta in Cina e dalla Cina. Questa Cina sottomette fisicamente e culturalmente enormi porzioni della propria popolazione (dai musulmani delle province occidentali ai tibetani nel sud). Contravviene alle garanzie che pur aveva sottoscritto a tutela di libertà pregresse: prima vittima Hong Kong. Minaccia Taiwan direttamente (milioni di individui che hanno liberamente scelto e che scelgono la libertà e i diritti) e indirettamente Corea del Sud, Giappone, Australia e altri vicini.
La Cina è capofila dell’asse delle anti-democrazie: con a rimorchio Russia, Iran e Corea del Nord (e i rispettivi apparati terroristici). Con la “Via della Seta” ha stretto al collo di tanta parte del Sud del mondo un cappio che ricorda – quando non supera – quello del colonialismo occidentale dei secoli passati. Da poco questa Cina ha rimosso uno dei punti chiave del regime di Mao: l’autodivieto a un intervento militare all’estero. Oggi invece la Cina si è riconosciuta da sola la possibilità di intervenire militarmente all’estero (in forme convenzionali e no) e persino quella di svolgere attività clandestine di polizia in territorio straniero (e in Italia ne sappiamo qualcosa).
A tutto questo, come se ancora non bastasse, da pochi giorni si sono aggiunte vere e proprie leggi razziali. Altro che liberazione: l’etnìa Han ha fatto del Partito Comunista-Stato un altro e potentissimo strumento di controllo, assimilazione e annientamento culturale (e non solo) di tutti gli altri cinesi. Non si sa chi ha copiato chi, ma, come Putin in Ucraina, anche in Cina si separano i bambini dalle famiglie di altre etnìe, qui per “cinesizzarli”.
La Cina, oggi, è queste due cose: è grande ed è terribile.
Le prediche è meglio risparmiarsele. Né la democrazia è esportabile perché abbisogna di cose (valori, istituzioni sociali, orientamenti religiosi particolari) che non si installano per decreto e per il cui radicamento servono secoli e, soprattutto, un’apertura che in Cina non c’è. Fare la guerra anche se per difendersi o difendere diritti, è sempre l’ultimissima possibilità, a maggior ragione se si ha a che fare con una potenza nucleare. E questo rende ancora più incalzante la domanda su come convivere con questa Cina contenendone per quanto possibile la negazione dei diritti all’interno e le proiezioni pericolose all’esterno (di ogni tipo).
Quello che oggi manca in Italia, invece – ed è gravissimo che manchi –, è un dibattito pubblico circa le posizioni da assumere rispetto alla Cina, come difendersene nel modo meno cruento possibile. Quali strumenti di pressione utilizzare per spingerla (se possibile) verso una evoluzione positiva.
Manca questo dibattito all’opinione pubblica italiana, nella quale invece non mancano intraprendenti sostenitori delle ragioni di questa Cina: da ex presidenti del Consiglio, ad attori politici, come il Movimento Cinque Stelle sia di Grillo che di Conte (il cui governo – insieme alla Lega di Salvini – aveva addirittura portato l’Italia nell’orbita della Via della Seta!).
Una riflessione sulla Cina manca anche nell’opinione pubblica ecclesiale italiana, mentre neppure qui mancano convinti sostenitori della causa cinese, a partire da istituzioni e movimenti non solo simpatizzanti ma coinvolti negli Istituti Confucio, articolazioni all’estero del potere cinese, istituti che, non a caso, alcuni Paesi occidentali hanno bandito dal loro territorio per ragioni di sicurezza. C’è stato addirittura chi è arrivato a giustificare pubblicamente la violazione da parte cinese dell’accordo (ancora segreto) sulla nomina di vescovi cattolici.
Se si giudicano meritate (e lo sono) alcune espressioni che dai cattolici italiani (laici e chierici) sono venute contro Trump e Netanyahu, come mai non sorge la domanda di perché espressioni almeno comparabili non siano venute contro Xi che certo a quei due “campioni” non è secondo né per quantità né per qualità? O forse in qualche settore dell’opinione pubblica e delle istituzioni cattoliche italiane anche Xi gode di quella indulgenza di cui dal 2008 gode Putin?

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