L'università non può ridursi a "consumo di crediti"
di Giovanna Iannantuoni ed Elio Franzini
Oggi si fa sempre più chiaro che formare significa dare forma a un'esperienza condivisa del sapere, fatta di dialogo e ascolto. La formazione telematica, quando pretende di sostituire integralmente la presenza, rischia di impoverire il senso stesso della formazione superiore

Nel 1917 Max Weber, grande sociologo e pensatore, scrisse un saggio dal titolo Scienza come professione. Quest’ultimo termine, Beruf in tedesco, si può tradurre in molti modi, anche come vocazione, chiamata, persino destino. Questa ricchezza di significati associata alla scienza ricorda come sia importante mantenere vivo, in una dimensione sociale sempre più disincantata, il senso di una formazione culturale e scientifica profonda e complessa, che rigetti nuovi e irriflessi profetismi, tanto insulsi quanto enfatici. Il concetto va ripetuto: cultura non è semplificazione, bensì il senso di una profondità articolata, capace di costruire non semplici agglomerati sociali ed economici ma comunità fondate sul confronto e il dialogo, sulla presenza viva di persone dialoganti. Per Weber l’università, rigettando mode e profetismi, poteva e doveva essere questo luogo, luogo che oggi bisogna far vivere – rivivere e ricostruire – attraverso uno scambio di significati e prospettive non mediato da schermi, video, tecnologie di virtualizzazione del mondo.
Bisogna senza dubbio accrescere – ed è anche questo un compito dell’università – il numero di laureati nel nostro Paese, così come è necessario avviare processi di formazione continua. A questo scopo è doveroso sperimentare sempre di nuovo rinnovate modalità didattiche, che tengano conto di altrettanto nuove forme dell’apprendere e dell’insegnare. Questo processo trasformativo non deve tuttavia essere inglobante, cedendo a quella miope illusione che trasforma sperimentazioni in nuovi eventi epocali, nelle magnifiche e progressive sorti di un sapere che si acquista con facilità e in solitudine. La cultura, le civiltà si costruiscono, o rigenerano, con lentezza, nello scambio quotidiano tra persone. Se così non fosse si rischierebbe di cadere in quella che Musil e Valéry chiamavano l’era della stupidità dove, come scriveva quest’ultimo, la gente «un po’ dappertutto, a tutti i livelli, si diverte delle stesse cose»: «Tutto è sacrificato agli Idoli. Produzione. Potenza. Stato. Unificazione. Centralizzazione. Normalizzazione! Tecnicicizzazione... O Mistificazioni!».
Questi nuovi profetismi, che vendono modelli nuovi senza spiegarne i limiti strutturali e formativi, spesso spacciando per culturali solo istanze di carattere commerciale, non possono sostituirsi alla scienza come lavoro e destino di civiltà, come costruzione di ordini del discorso consapevoli di tale destino, e consapevoli al tempo stesso che la nostra epoca, con la razionalizzazione e la intellettualizzazione che la caratterizzano, non può accettare che i propri valori più profondi, quelli della formazione, si ritirino nel solipsismo, rifiutando quella sfera pubblica in cui sono nati e in cui soltanto possono accrescersi. La formazione superiore non può limitarsi a relazioni virtuali che non riconoscano più il valore fondante della presenza, di aggregazioni che ricerchino – come ancora scrive Weber – «nelle comunità più piccole, nel rapporto da uomo a uomo, nel pianissimo» una rinnovata capacità di relazione e comprensione del mondo e delle sue culture. Comprensione che è compito dell’Università rendere strumento di unione tra le varie epoche, generando senza dubbio nuove narrazioni, ma narrazioni che siano storie complesse che non si disperdano, disperdendo al tempo stesso generazioni di studenti, in frammenti inconsapevoli della propria stessa storia.
Ecco perché, sempre più e con sempre maggior coraggio, vogliamo affermare che la valorizzazione dell’umano e la difesa delle interazioni tra le persone e i loro sguardi non rappresentano una resistenza corporativa a ciò che avanza. Sono, al contrario, una scelta di civiltà e di democrazia. Perché formare non significa trasmettere contenuti nozionistici ma dare forma a un’esperienza condivisa del sapere, alla capacità di stare dentro il conflitto delle idee, alla responsabilità del dialogo e dell’ascolto. La formazione telematica, quando pretende di sostituire integralmente la presenza, non amplia soltanto gli strumenti dell’insegnamento: rischia di impoverire il senso stesso dell’educazione superiore, riducendola a prestazione individuale, a consumo di crediti, a solitudine organizzata. Ma l’università non nasce per questo. Nasce per tenere insieme conoscenza e comunità, libertà e disciplina, ricerca e vita comune. Difendere la presenza, oggi, significa difendere la possibilità stessa che il sapere continui a essere un bene pubblico, un’esperienza umana, un fatto politico nel senso più alto del termine.
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